Slider by IWEBIX

16/07/2005 Evolution Festival, Toscolano Maderno (Bs)

Pubblicato il 4/04/2007 da in Live report | 0 commenti


Visualizzazioni post:84

Evolution Festival – 16 luglio 2005 – Toscolano Maderno (Bs)

Le Prealpi da una parte, il lago di Garda dall’altra. E in mezzo un bell’evento metal organizzato da Get Smart Agency, Loud Session e Hellfire Agency. Questo è il riassunto del primo Evolution Festival, altro ottimo festival italiano dopo la piacevole sorpresa del Tradate Iron Fest. In questo 2005 ricco di festival per il nostro Belpaese, all’Evolution va senz’altro assegnato il premio come miglior location. Il posto è davvero incantevole, del resto tutta la riva del lago di Garda è una località turistica famosa in tutto il mondo.

Anche la risposta del pubblico è ottima, il piccolo campo sportivo di Toscolano Maderno è ben pieno di metallari di ogni tipo, anche se il concerto di oggi vede una “fauna” un po’ diversa dai soliti metalloni borchiati amanti del classico, difatti il gruppo principale sono i Nightwish dell’affascinante Tarja che fanno di tutto per non essere etichettati come “metal”, a ridosso il ragazzone Sebastian Bach con il suo hard-rock ruggente e la sua carismatica presenza, poi gruppi relativamente emergenti come gli Orphaned Land e i Lordi, a fianco di proposte più estreme come Entombed e Dark Tranquillity, arricchiti dagli italiani Vision Divine e Dark Lunacy e dai giovani The Vision Bleak e Panic DHH. Ma andiamo con ordine, partendo dalla nota negativa del traffico sul lungolago che ci ha fatto perdere l’esibizione dei Panic DHH e le prime canzoni dei Dark Tranquillity.

Proprio i Dark Tranquillity di Michael Stanne sono impegnati a suonare quando arriviamo, verso le 12.15. Si sapeva da un po’ che il gruppo svedese avrebbe suonato a quest’ora inadeguata, a causa della sovrapposizione di un concerto in Finlandia il giorno seguente. La prestazione dei ragazzi comunque è ottima, il tempo a disposizione è tanto, contrariamente a quanto successo loro qualche mese fa durante le date italiane con i Kreator. Il pubblico è già numeroso a quest’ora proprio per non perdersi la loro performance, e lo stesso Stanne lo ringrazia più volte, lanciando loro anche bottigliette d’acqua e innaffiandoli allegramente con gli idranti. I pezzi, dal momento in cui siamo arrivati noi, sono stati i seguenti, in rigoroso ordine di scaletta: “The Wonder at your Feet”, “The Sun Fired Blanks”, “Monochromatic Stains” sempre devastante dal vivo, “The Endless Feet”, la classicissima e distruttiva “Punish my Heaven”, “There In” unica estratta purtroppo da quel meraviglioso album che è “Projector”, l’altra classicona “Lethe”, “Scythe, Rage and Roses”, “My Negation” estratta dal recente “Character” e la conclusiva “Final Resistance”. Le caratteristiche note di violenza mischiate a melodia del gruppo di Gotheborg hanno una resa molto efficace anche dal vivo, tutti i membri della band appaiono in buona forma e sono guidati dall’ottimo Stanne che scende anche tra le prime file a stringere mani e ringrazia il pubblico italiano per avere assistito al concerto anzichè essersi recati a mangiare, vista l’ora!

Un grande lupo nero stilizzato su una grande stella rossa; è questo lo stendardo che campeggia dietro i The Vision Bleak, che seguono i Dark Tranquillity e hanno più che altro l’ingrato compito di esibirsi nell’ora in cui la maggior parte della gente, soprattutto col favore del caldo, si dedica alla siesta. Per di più, il gruppo suona un gothic cupo e lento con influenze doom che di certo non è il rimedio migliore per il calo di palpebra, per cui, a parte pochi entusiasti che cantano tutti i brani a memoria e inneggiano con fervore al leader del gruppo, Konstanz, la loro esibizione è seguita da lontano e con scarso interesse. I brani sono molto lunghi e corposi, abbastanza semplici dal punto di vista tecnico ma con parecchie ripetizioni al loro interno, in parte cantati e in parte recitati; spiccano in particolare “The Lone Night Rider” e “The Deathship Symphony”. L’aspetto esteriore del gruppo, i volti dipinti di bianco, gli abiti neri strappati, l’espressione distaccata e la totale mancanza di un minimo sorriso, è sì d’obbligo quando si suona del gothic, ma risulta del tutto anacronistico se inserito nel contesto del momento.

Viene ora il turno dei parmensi Dark Lunacy, che dimostrano di avere un buon seguito di pubblico che canta e si da’ al pogo più sfrenato durante le loro canzoni. Bisogna purtroppo ammettere che le atmosfere malinconiche che da disco si accompagnano ottimamente alle sfuriate di violenza del gruppo risaltano poco dal vivo, abbiamo infatti una base registrata per violini e tastiere, che toglie un po’ di fascino al tutto. Il cantante Mike ci presenta ad un certo punto una nuova canzone che uscirà ad ottobre sul nuovo album, successore di “Forget Me Not”. La nuova canzone è come al solito un’omaggio alla Grande Russia, in questo caso ad un canto dei marinai che navigavano sul Volga, come ci dice lo stesso Mike. Ottimi anche gli altri musicisti, Imer, Enomys e Bajkal, e la conclusiva “Dolls” sottolinea la buona prova del gruppo, ben apprezzata dal pubblico che li acclama anche a concerto terminato.

Dopo i Dark Lunacy ecco salire sul palco i Vision Divine, rimasti attualmente l’unico gruppo in cui milita Olaf Thorsen. I Vision Divine sono spesso in giro per il nostro paese con date live e ormai a tanti metallari sarà capitato di vederli, ma se ancora non foste mai riusciti a goderveli dal vivo cercate subito di rimediare, perchè il valore di questi musicisti è assoluto. Michele Luppi è sempre più a suo agio nelle vesti di trascinatore, Olaf Thorsen è inarrestabile quando parte con i suoi assoli, Oleg Smirnoff alle tastiere svolge il solito ottimo lavoro (sebbene dia come al solito l’impressione di “tirarsela” un po’..), Tower al basso è sempre preciso e gli innesti del batterista dei Mr.Pig e del secondo chitarrista Federico Puleri sono positivi. La scelta della scaletta è come al solito un “saccheggio” dall’ultimo album “Stream of Consciousness”, dall’omonima intro a “The Secret of Life”, “Colours of My World”, “The Fallen Feather”, la powerosa “La Vita Fugge”, “Versions of the Same”, “Through the Eyes of God”, “Out of the Maze”, concluse dall’unica canzone “estranea”, cioè “Send Me an Angel” cantata con ottima partecipazione di pubblico. Forse la staticità della scaletta può essere una pecca per i Vision Divine che dall’arrivo di Michele Luppi fanno praticamente sempre gli stessi pezzi, non ci resta che aspettare il nuovo album per vederla variare un po’!

Spazio ora agli Orphaned Land: pur essendo in attività da un certo numero di anni, questo gruppo dall’insolita provenienza è stato scoperto relativamente da poco in Italia (forse anche per la difficoltà nel reperire i loro dischi). Tuttavia, il commento di molti che erano presenti all’Evolution è stato proprio: “Non li conoscevo, ma mi sono piaciuti moltissimo”. Ci troviamo senza dubbio di fronte a una delle migliori performance della giornata, un’ora all’insegna di un metal fuori dai canoni, in cui si alternano parti in growl, voci pulite, virtuosismi degni della migliore scuola di shred, musica araba e percussioni, in un insieme variegato e armonico. L’esibizione degli Orphaned Land comincia con “Birth of the three”, pezzo iniziale di “Mabool”, e prosegue con brani che attraversano equamente tutto il repertorio della band israeliana. Si susseguono quindi brani come “The Kiss of Babylon”, “A Neverending Day”, “Ornament of Gold” e “El Meod na’ sala”. Nonostante alcune parti, come si può capire, siano cantate in arabo, il pubblico sembra interessato da subito alla strana proposta musicale, e un grande contributo lo dà anche Kobi Farhi, che è un cantante molto versatile, che più che perdersi in discorsi preferisce cantare e dimostrare anche a chi non li conosce la loro bravura. Lo stesso Kobi annuncia con tranquillità che “per l’ultimo pezzo avrò bisogno del vostro aiuto, è una canzone che tutti conoscete, quindi mi raccomando, cantate”. Gli sguardi interrogativi del pubblico si stemperano in una risata quando si capisce che l’ultimo pezzo suonato dagli Orphaned Land è un personale arrangiamento di “Nel blu dipinto di blu” (cantata peraltro con un’ottima pronuncia), un chiaro omaggio alla prima venuta in Italia di questo gruppo, che ha saputo attirare su di se’ l’attenzione che si merita, dando prova di grande valore musicale.

E’ dura descrivere musicalmente un gruppo come i Lordi per me che non conoscevo nemmeno una canzone del simpatico quintetto finlandese, anche dopo averli visti mi è rimasta impressa solo la “terrificante” “Would you love a Monstermen?” anche se penso di aver riconosciuto “Blood Red Sandman”, “The Children of The Night” e “Devil is a Loser”. Ma indubbiamente è la presenza scenica a colpire di più di questi artisti, a cominciare dallo sfondo inquietante con una lugubre casa tipo Addams, fino al loro ingresso sul palco, truccati in maniera hollywoodiana e resi davvero irriconoscibili. Il cantante Lordi in particolare è davvero impressionante, si muove ondeggiando su due zeppe alte almeno 20cm. e cambia parte del costume svariate volte, presentandosi vestito da macellaio con tanto di motosega zampillante sangue finto, poi con due grandi ali da pipistrello, poi in un “normale” costume da barbaro con tanto di collana di unghie umane. La musica dei Lordi è di facile presa anche se ascoltata per la prima volta, una sorta di hard rock con richiami ai Kiss e voce simile ai Sentenced. Un gruppo che merita senz’altro di essere visto dal vivo, giudicate dalle foto!

Il caldo inizia lentamente ad allentare la presa, ma la luce è ancora ben presente quando salgono sul palco gli Entombed, vecchie glorie del panorama death svedese, pronti a dare battaglia fino all’ultima nota. È forse il momento di maggiore contrasto a livello di atmosfere musicali: da una parte ci sono i glamster in giacca leopardata che non vedano l’ora che questi quattro scalmanati, nonché parecchio ubriachi (“La prossima canzone si chiama…boh, mi sono dimenticato il titolo, fuck” è stato il discorso più sensato) finiscano il loro lavoro e cedano il passo, dall’altra una nutrita schiera di indomiti lottatori non vede l’ora di iniziare a fare body surfing sulle note di “Chief Rebel Angel” e compagnia. Buona parte del repertorio proposto attinge ai primi anni della carriera degli Entombed; ad esempio, “Crawl” e “Sinners Bleed” rappresentano i primi anni Novanta di “Clandestine”, mentre “Hollowman” e “Out of Hand” sono tratte da quel “Wolverine Blues” che da molti è considerato il loro migliore lavoro. In sostanza, chi si attendeva un’esibizione all’insegna della devastazione sonora, non è rimasto deluso, anche se si deve dire che, tecnicamente parlando, non c’è niente da eccepire nel modo di suonare. Il semplice fatto di avere utilizzato una batteria ridotta all’osso (un solo tom!) fa capire come non ci sia bisogno, per gli Entombed, di fronzoli ed abbellimenti per mostrare a tutti la loro forza. Peccato solo per qualche scarpone in varie parti del corpo a causa delle spinte e di qualche fastidioso personaggio che compariva e scompariva nelle prime file, ma ne è valsa la pena.

È difficile esprimere un giudizio obiettivo di fronte a un personaggio come Sebastian Bach, specie per chi ha passato anni e anni con le foto degli Skid Row nel diario di scuola (proprio e delle amiche) e lo considerava un mito irraggiungibile per potenza vocale, per contenuti delle canzoni, e anche (diciamocelo pure) per le sue qualità da sex-symbol. Pur essendo stato in Italia non molti mesi fa, è un gradito ritorno quello di Sebastian Bach, accompagnato, è doveroso dirlo, da musicisti di ottimo calibro, fra cui il migliore in assoluto è senza ombra di dubbio Steve Di Giorgio, accompagnato doverosamente dal suo fretless a 5 corde, da cui è in grado di tirare fuori virtuosismi che in pochi possono eguagliare. La folla che si è fatta via via sempre più numerosa è lì per ripiombare in quei suoni che tanto fecero grandi gli Skid Row, e Sebastian non delude sotto questo punto di vista; snocciola una dopo l’altra le sue vecchie glorie, fra cui “Slave to the grind”, “Wasted time”, “Here I am”, ma soprattutto brani come “18 and life”, una lunghissima ed eccitante versione di “Monkey business”, “I remember you” e “Youth gone wild”, che, come previsto, chiude il concerto. Non manca un breve accenno al repertorio di “Subhuman race”, con “Frozen”, e c’è persino spazio per “Blade”, un inedito che farà parte del nuovo disco solista di Bach, in uscita nei prossimi mesi.

Ma Sebastian Bach non è solo un ottimo cantante, è uno scatenato frontman, quasi impossibile da fotografare perché sempre in movimento; quando non canta usa il microfono come se fosse un lazo, si lancia in pericolose scalate ai tralicci delle luci (sotto l’occhio ansioso di quelle che potevano essere le sue guardie del corpo), al punto da arrivare, purtroppo, sfiatato alla fine di “Youth gone wild”, per non parlare dei suoi discorsi al pubblico. Qualche addetto al festival gli deve aver preparato un repertorio di frasi in italiano da dire tra un pezzo e l’altro, ma tra una cosa e l’altra il povero Seb passa tutta la sera a cercare di dire correttamente “grazie”, senza peraltro riuscirci. Non si sa come, ma nel momento in cui una ragazza urla il nome del Palatrussardi, dove Skid Row e Motley Crue ebbero modo di suonare diversi anni or sono, Bach riesce a ripetere perfettamente il nome del palasport. Tra l’altro, nel riferirsi a quel concerto, avvenuto 17 anni fa, Bach ha detto anche: “Tu (rivolto ad un ragazzo nelle prime file) non eri neanche nato, e tu (rivolto a qualcuno al suo fianco) eri un bambino piiiiccolo così; non eri neanche un youth gone wild, eri un little kid gone wild”. Sorridente e aperto, intento tra l’altro durante l’esibizione dei Lordi a riprenderli con la telecamera, Sebastian Bach dà prova di essere ancora uno dei migliori, e nonostante gli anni passino anche per lui, resta comunque in forma smagliante. Tutto questo, naturalmente, alla faccia dei fanatici dell’innovazione a tutti i costi, pronti a sostenere l’inutilità di questi profeti del capello cotonato e dei loro messaggi: peggio per loro, è ovvio!

E infine, dopo un sound check molto lungo e un conseguente ritardo di oltre quaranta minuti nella scaletta, salgono sul palco i finlandesi Nightwish, molto attesi dalla folla anche se parte del pubblico aveva già cominciato a sfollare dopo la performance di S.Bach. A mio parere l’esibizione dei Nightwish è stata “buona”, non li avevo mai visti dal vivo e mi pare abbiano fatto un buon lavoro, anche se, a detta di chi li aveva visti in tour lo scorso autunno in Italia, allora erano stati molto più coinvolgenti, sia come partecipazione col pubblico sia come effetti sul palco (fuochi artificiali, luci con effetti visivi, ecc.). In effetti il gruppo di Tarja pare un po’ essere lì per obblighi di lavoro piuttosto che per divertire il pubblico, e risalta molto il contrasto con Sebastian Bach, che aveva coinvolto i presenti dall’inizio alla fine della sua entusiasmante performance. La scaletta dei Nightwish è forse un po’ troppo fatta per i “nuovi” fan, dato che dai due ultimi album, “Wishmaster” e “Once”, vengono estratte ben dieci delle dodici canzoni del gruppo, dato che due sono cover, una dei Pink Floyd (“High Hopes”) necessaria al cambio abiti di Tarja, e la deliziosa “Over the Hills and Far Away” di Gary Moore. Di seguito la scaletta completa:

Intro
Dark Chest of Wonders
The Siren
Ever Dream
Deep Silent Complete
The Kinslayer
High Hopes (Pink Floyd)
Planet Hell
Wishmaster
Slaying the Dreamer
Kuolema Tekee Taiteilijan
Nemo
Ghost Love Score

Over the Hills and Far Away
Wish I Had an Angel

Live report a cura di Anna Minguzzi e Alessio “Thor” Torluccio.

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *