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2/6/2006: Gods of Metal

Pubblicato il 4/04/2007 da in Live report | 0 commenti


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Gods of Metal – seconda giornata – 2 giugno 2006 (Idroscalo, Milano)

Seconda giornata del Gods of Metal 2006, che approfitta dell’idea lanciata al Tradate Iron Fest dello scorso anno e propone, nella giornata della Festa della Repubblica Italiana, una serie di gruppi tutti italiani ad una cifra di tutto rispetto, 10 euro. Ottimo il riscontro del pubblico e molto buone anche le esibizioni dei gruppi. A voi il resoconto della giornata.

Arriviamo in anticipo rispetto alla prima giornata di Gods, ma nonostante ciò perdiamo A Perfect Picture, Boom e Mellow Toy, anche perchè si comincia alle nove e mezza del mattino..

Giungiamo sotto il palco proprio quando è ora del Vero Metallo con l’esibizione dei veterani White Skull. Il quintetto vicentino approda per la prima volta al Gods of Metal dopo anni e anni di gavetta, nonostante il grande apprezzamento che da tanto tempo riceve dai fans, non solo italiani. Si comincia subito a scaldare il pubblico, già abbastanza numeroso, con “The Roman Empire”, dove Gus fa cantare il pubblico nei cori presenti nella song. Una carica di metallo adrenalinico è quello che propongono da tantissimo tempo i membri del Teschio Bianco, che mettono a ferro e fuoco il palco dell’Idroscalo e spazzano via ogni dubbio con la bella “Tales from the North” dall’omonimo album, con il chitarrista Tony “Mad” a fare da seconda voce, ruolo che sul disco era riservato al grande “scavatore di tombe” Chris Boltendahl. Poi si prosegue con “The Dark Age” e si conclude il tutto con la epicissima “Asgard”, dove il pubblico si scatena e tributa ai White Skull una giustissima dose di applausi. Ottimi senza dubbio, sia sul fronte musicale che scenico, con un Gus Gabarrò davvero in forma, nonostante i travagli di salute passati tempo addietro. Peccato solo averli visti così in basso, in fin dei conti il classicissimo Metal che propongono dovrebbe essere il biglietto da visita migliore per questo tipo di manifestazione.
Voto: 7

Autori di un death metal piuttosto massiccio, i marchigiani Infernal Poetry hanno il loro punto di forza nel vocalist Paolo Ojetti. Tutto sommato la band si prodiga in uno spettacolo onesto che ripaga pienamente coloro i quali sono accorsi sotto il palco. Buona la resa sonora, inoltre, che riesce a far emergere tutta la furia di brani come l’opener “Hellspawn” o le più recenti “Crawl”, “The Frozen Claws Of Winter”, “The Unpirifier”, “Fleshapes” estratte dall’ultimo album “Beholding The Unpure” . Immancabile la cover di “Fear of The Dark” (che non vi dico neanche di chi è, perchè se non lo sapete cliccate la X in alto a destra…) con una resa forse non ottimale ma di sicuro impatto e cantata da tutto il pubblico! Attivi!
Voto: 6.5

Spazio ora al combo capitolino degli Stormlord, guidati dall’oscuro Cristiano Borchi. Apertura affidata a “Dance of Hecate”, pezzo in realtà più utile ai fonici per calibrare i suoni più che per il pubblico, ma che lascia comunque presagire una buona prova dei sei blacksters. Continuano gli estratti dall’ultima fatica “The Gorgon Cult”, e una breve intro lascia presto spazio a “Wurdulak”. Neanche a farlo apposta, con il passare dei minuti i suoni si fanno più precisi e focalizzati, permettendo di esaltare al meglio il bagaglio tecnico della band. Ottima prova delle due asce Giglioni e Caprino oltre che quella del solito, chirurgico, drumming di David Folchitto, che ben hanno supportano l’istrionico singer. Viene anche presentato un nuovo brano che farà parte della tracklist del prossimo album targato Stormlord. Come da consuetudine chiude lo show “The Curse of Medusa”, diventata ormai un classico della band e che ha scatenato un pogo furioso nelle prime file. Promossi!!
Voto: 7

Prosegue l’ondata estrema, anche se in termini molto più elaborati, con un’altra band romana, i Novembre. Inutile dirlo, il gruppo dei fratelli Orlando, tecnicamente inappuntabile come al solito, non ha le doti di presa necessarie per “rapire” il pubblico durante un festival, specialmente così eterogeneo come quello di questa giornata. Le melodie elaborate, l’alternanza e i contrasti tra le parti più growl e le parti acustiche, care a gruppi come Opeth o Anathema, rendono il concerto probabilmente indimenticabile solo per la ristretta cerchia di fan della band, che si vedono eseguire brani dall’ultimo album “Materia” come la title-track, “Geppetto” o “Aquamarine”, fino a giungere ai vecchi capisaldi come “The Dream Of The Old Boats” o “My Starving Bambina” ma che risultano annoianti sia per i metallari più datati che attendono Fire Trails e Strana Officina, sia per i giovani defenders che si preparano all’arrivo dei Domine.
Diciamo che, nonostante l’ovvia soddisfazione dei fans dei Novembre, tra l’altro non pochi, risulta difficile per una band con le sonorità così complesse farsi apprezzare da chi li ascolta per la prima volta in un contesto come il Gods of Metal.

Si torna al metallo più epico con l’esibizione dei Domine. Il gruppo toscano, forte di una presenza scenica come al solito grandiosa e di un seguito di pubblico sempre molto folto, apre alla grande con “Thuderstorm”, seguita a ruota da “The Hurricane Master” e dalla bella “The Aquilonia Suite”, dove Morby può riposare un po’ la sua ugola e far cantare il pubblico. Poi si prosegue, ripescando dal passato “The Ship of the Lost Souls”, prima di tornare ai tempi più recenti con “Arioch, the Chaos Star”. I Domine non sono nuovi a presenziare a grandi festival, già in altri Gods la power epic band toscana ha suonato e fatto – come al solito – delle buone esibizioni, ma il fatto che mancasse da un anno l’attività live (l’ultima esibizione era stata allo scorso Tradate Iron Fest, giugno 2005) lasciava un po’ di sorpresa per vedere come se la sarebbero cavata.
Tutto secondo le previsioni, invece. Domine grandiosi come al solito, Morby presenta un pezzo nuovo, “The Messenger” che farà parte del nuovo album in uscita in autunno, poi spazio alla epicissima “Icarus Ascending” ormai divenuta un cavallo di battaglia, prima della conclusione al fulmicotone, con i due pezzi sparatissimi, “Dragonlord” e “Defender”, con un Morby sempre ispirato e che conclude tra gli applausi e la polvere sollevata dallo scatenato pubblico un’ottima prova. Bentornati sul palco, Domine!

Come al solito i Necrodeath spaccano! Avendoli già visti più volte in azione, semmai ne fosse servita dimostrazione, la band ligure si conferma come una delle più distruttive dell’italico panorama. La novità di Pier Gonella alla chitarra non scalfisce di una virgola il sound della band che vista l’occasione particolare, ha richiamato sul palco lo storico chitarrista e fondatore Claudio, che recentemente ha lasciato l’attività live per dedicarsi alla famiglia.
La scaletta è stata molto varia ed ha spaziato per tutta la discografia, con un occhio di riguardo per l’ultima fatica in studio, “100% Hell”, senza tralasciare i grandi classici come “Mater Tenebrarum” e le più recenti “The Creature” e “Hate and Scorn”. Peso impeccabile, Flegias carismatico, John immobile e il già citato Gonella hanno proposto uno show che ha sicuramente soddisfatto i metal kids presenti. Abrasivi!
Voto: 8

Viene ora il turno della superband di Olaf Thorsen, i Vision Divine. Impeccabili tecnicamente, forse un po’ troppo pieni di tastiere a giudizio di alcuni, i Vision Divine riescono nel non facile compito di mantenere viva l’attenzione degli astanti. Ottima prova dei singoli strumentisti, Puleri su tutti, e anche di Cristiano Bertocchi, ex Labyrinth, nuovo entrato al basso. L’attenzione però era concentrata sull’ottimo Luppi, che si è dimostato un vero mattatore e un front man di razza, impeccabile sia dal punto di vista vocale sia della presenza scenica, che fa guadagnare punti all’intera band. L’unica pecca di questo show a nostro avviso può essere imputata alla scelta di proporre solo brani dagli ultimi due dischi, tralasciando completamente i primi album. Bravi, senza dubbio una vero punto di forza del metallo tricolore. Magnetici!
Voto: 7.5

Freschi di un album che li sta proiettando molto in alto nel panorama metal europeo i quattro ragazzacci degli Extrema si dimostrano essere dei bravi animali da palco propinando uno show compatto e decisamente robusto che ha risvegliato dal sonno pre-cena il pubblico dell’idroscalo. Largo a brani nuovi ovviamente fra cui “Nature” spicca su tutte per dinamica e resa live. “666 Is Like XXX”, “Set The World On Fire” invece (sempre tratte dall’utima fatica) si dimostrano delle vere mazzate che fanno un po’ rimpiangere i vecchi Pantera! C’è spazio anche per i classici cavalli di battaglia e quindi via con “Displaced”, “Injustice” oltre ad un inedita versione di “Ace of Spades” degli inossidabili Motorhead! Decisamente in forma!
Voto: 7

In questa giornata che rende gloria al Metal Italiano un grande plauso va alla Live, che sceglie di mettere come headliner due gruppi oggettivamente poco conosciuti dai metallari di oggi, i Fire Trails che si sono formati solo da pochi anni e con un solo disco all’attivo, “Third Moon” dello scorso anno, se escludiamo il vecchio tributo ai Vanadium, e la reunion degli Strana Officina, che tornano all’attività live dopo parecchi anni. La prospettiva che temevo io per questi due gruppi era che l’idroscalo si svuotasse e che rimanessero a vederli solo poche centinaia di “nostalgici” con età media intorno ai 40 anni.

Per fortuna non è andata così.. i Fire Trails sono innanzitutto dei grandissimi musicisti, lo storico (in tutti sensi) Pino Scotto ha riunito attorno a se’ gente come Steve Arganthal e Larsen Premoli che meriterebbero già singolarmente uno spazio a parte per le loro capacità, e li ha contornati con una sezione ritmica ottima, con Frank Coppolino al basso e Mario Giannini alla batteria.
I Fire Trails suonano in maniera devastante e saccheggiano l’album “Third Moon” come era prevedibile. Pino Scotto scalda già il pubblico bevendo un cicchetto di whisky, vestito “all’indiana” come già a Tradate lo scorso anno, ed esegue oltre un’ora di ottima musica passando dalla splendida “Going On”, alla title track “Third Moon”, alla più che ventennale “Streets of Danger” presa dal repertorio dei Vanadium con un gran bell’annuncio “questa canzone la suonavo con gli amici di vent’anni fa.. già allora mi dicevano – Pino, con questa musica non andrai mai avanti.. – sono passati vent’anni.. e non è cambiato un cazzo!” e il pubblico, una volta constatata la triste verità, va in visibilio.
Una parabola politica prima del pezzo dedicato a Falcone e a Borsellino, “Silent Heroes”, in cui Pino se la prende con gli artisti che si dichiarano appartenenti alla fede politica della sinistra, presenziando ai concerti del primo maggio o delle feste dell’unità, ma che secondo Pino mostrano in realtà una grande ipocrisia e parla chiaro sull’unico utilizzo che questi artisti fanno della loro mano sinistra.. Il concerto prosegue, la presenza scenica di Pino è indiscutibile, vero mattatore e intrattenitore delle folle, ed è davvero un piacere vedere tanta gente sotto al palco, nonostante i Fire Trails siano spesso in concerto da queste parti. Tutto perfetto, quindi? un po’ di più.. perchè Pino annuncia, in chiusura, l’esecuzione di una cover come omaggio ai maestri del rock, dell’hard rock, del metal, di tutte queste cose insieme.. e “Long Live Rock and Roll” dei Rainbow risuona nell’aria, coinvolgendo un pubblico sempre più entusiasta che osanna Pino Scotto e tributa applausi a scena aperta a tutta la band. Grandissimi Fire Trails! Adrenalinici!
Voto: 7.5

Dopo il cambio palco, l’emozione palpita nell’aria. E’ un sentimento che i metallari più giovani, o i ragazzi come me che ai tempi della Strana Officina erano bambini faticano a vivere completamente, per noi sembra una normale attesa mista a curiosità per un gruppo mai visto dal vivo, con qualche pezzo conosciuto perchè faticosamente trovato su internet (difatti ho subito acquistato l’originale “Rock n Roll Prisoners”, mai visto in vendita prima del Gods 2006!!). Ma per chi è un po’ più su con gli anni dev’essere un’emozione davvero unica rivedere all’opera, solo per questa notte, Bud Ancillotti e la sua vecchia band. Al posto dei fratelli Fabio e Roberto Cappanera, deceduti nel 1993 in un incidente d’auto, ci sono i loro figli e nipoti, Dario e Rolando. Al basso è rimasto Enzo Mascolo. Le note della malefica intro con tanto di risata demoniaca risuonano nell’aria e il pubblico esplode letteralmente quando sale sul palco il mitico Daniele “Bud” Ancillotti, che da’ fuoco alle polveri di uno show dinamitardo aprendo con “Vai Vai” il concerto della riunita Strana Officina. La voce di Bud, che si tiene in esercizio da tanti anni suonando nella sua Bud Tribe in giro per i locali del nord Italia, è ottima e non mostra alcuna pecca. I pezzi della Strana Officina in inglese, come “Kiss of Death”, “Metal Brigade” e “War Games” si alternano a quelli in italiano, molto più sentiti dal pubblico, come “Sole, Mare, Cuore”, “Autostrada Dei Sogni” e “Viaggio in Inghilterra”. Il pubblico rimane molto numeroso e sul grande palco del Gods of Metal gli Strana Officina godono di una gloria che è molto triste definire “postuma”, ma è sicuramente meritata per una band che si è vista troncare in modo drammatico una promettente ascesa. Tra il pubblico i giovani metallari, molto attenti e in un silenzio quasi da venerazione, ascoltano con attenzione il repertorio della band toscana, che suona anche la lunga “Piccolo Uccello Bianco”, e nel mezzo dell’esibizione esegue la trascinante “Non Sei Normale”, prima di chiudere con l’italianissima “Batti Il Ferro”, che nel cuore e nell’anima di tutti i presenti simboleggia ben più di una canzone.

I metal kids accalcati sotto il palco (tra cui noi) vengono letteralmente rapiti dalla musica del leggendario combo, trascinati senza scampo in un vortice emozionale che non ha lasciato un minimo di respiro dalla prima all’ultima nota! Impeccabili a livello tecnico così come a quello scenico, i nostri sfoderano una prestazione maiuscola, di quelle che restano impresse per lungo tempo! Una delle prestazioni migliori di tutto il GOM!
Forse Bud poteva intrattenere un po’ di più il pubblico, questa è l’unica pecca che ho trovato nell’esibizione, ma indubbiamente la musica della Strana Officina, le luci, la gente, l’atmosfera di fratellanza hanno reso tutto questo evento unico e memorabile, e alzando gli occhi al cielo stellato, laddove riposano Fabio e Roberto, persino ai metallari più duri sarà scesa la lacrimuccia..

A margine del concerto, abbiamo incontrato Alberto Simonini, chitarrista dei Crying Steel, che ci ha regalato il suo commento alla prestazione della band, con questo vogliamo chiudere il nostro report:

“So che non e’ facile salire sul palco in una situazione simile e do’ atto a tutti i componenti di avere fatto il massimo! Il groppo alla gola era inevitabile sia per chi li vide in azione che per loro stessi, e devo dire che non si sono notati problemi a riguardo della emozionalita’ dei musicisti.
Impossibile dimenticare i primi Strana Officina con Salani all voce, che sembravano appena arrivati dall’America. E ancora piu’ grandi quelli di Certaldo (primo festival HM italiano) con un Bud e un Fabio che spaccavano. Strana Officina: avete scritto una pagina indelebile nel grande libro dell’HM italiano, e al Gods lo avete ricordato bene.”

Live report della giornata e fotografie a cura di Luca “Avalon” Moraschi, Paolo “Scary666” Torluccio, Daniel “Danihell” Fleba, Alessio “Thor” Torluccio.

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