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5-6/06/2004, Gods of Metal

Pubblicato il 4/04/2007 da in Live report | 0 commenti


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Gods of Metal – Bologna – 5 e 6 giugno 2004.

Bologna ospita per la prima volta il Gods of Metal dopo la controversa edizione dello scorso anno che aveva visto la defezione dell’ headliner Marylin Manson e la scarsa affluenza di pubblico. Gli organizzatori scelgono quindi una città nuova, lontana da una Milano ormai inflazionata dai concerti e optano per Bologna, comodamente raggiungibile da quasi ogni città d’Italia, per l’edizione 2004.
l gruppi chiamati erano tutti di ottima qualità, il primo giorno avrebbero chiuso la giornata gli Stratovarius, in una delle ultime esibizioni con la vecchia line-up, e i Judas Priest freschi di reunion con il vecchio (in senso cronologico..) cantante Halford, mentre il secondo giorno, come l’anno scorso, sarebbe stato all’insegna dell’hard-rock più sfrenato, con Motorhead, Wasp, The Quireboys, Twisted Sister e degna conclusione con Alice Cooper. I verbi sono al condizionale perchè non tutto è andato secondo copione, ma andiamo con ordine e partiamo dal primo giorno:

5 giugno.

Giunti all’arena Parco Nord, vale la pena spendere due parole sulla location del festival: il posto è davvero comodo da raggiungere, usciti dall’autostrada si entra direttamente in tangenziale, usciti dalla tangenziale si è davanti al parco nord. Il parcheggio è comodo ed è a fianco dell’arena, il tragitto a piedi è molto breve e si ha la possibilità fin da subito di entrare ed uscire quando si vuole. Nell’arena aperta il suono è buono, tranne che sulla collinetta erbosa, dove il vento lo porta male e molto distorto.

Il primo gruppo della giornata a scaldare i metallari che sono già abbastanza numerosi sono gli emiliani Dark Lunacy, penalizzati dai soli tre pezzi a loro disposizione (tra cui la magnifica “Dolls”) ma in grado di esaltare il pubblico con le loro atmosfere black-gothic dagli spunti sinfonici e con la bravura dei singoli musicisti, in particolare il batterista Bajkal, una grande soddisfazione per questa band che si è esibita lo scorso anno addirittura in Messico e che rappresenta una delle più belle realtà del nostro paese.

Tocca ora agli Into Eternity, Dal vocalist intendiamo che il gruppo, al contrario di quanto ignorantemente pensavamo, non è italiano (scopriremo in seguito che si sono fatti un bel viaggetto per venire dal Canada). Un buon gruppo del quale non riusciamo a captare bene il genere, forse per colpa dei cambi di tonalità di voce del singer. Nonostante ciò i canadesi simpatizzano con il pubblico che sembra gradire e diciamo che danno un’ulteriore scossa al festival preparandolo a gruppi molto più affermati e conosciuti. Tutto sommato una buona esibizione per una band venuta da un paese poco fornito di “cultura metal” (i popoli francofoni non sembrano avere troppa merce ma non si può mai dire) e si può proseguire. Finalmente questa edizione non ha avuto bottigliamenti forse grazie ad una maggior attenzione e razionalita’ da parte degli organizzatori verso le esigenze dei metallari italiani.

Ed è il turno dell’altro gruppo tricolore della giornata, i Domine! io sono di parte perchè considero il combo toscano uno dei gruppi migliori a livello italiano, ma l’opinione dev’essere diffusa perchè il pubblico li accoglie alla grandissima e la risposta di Morby e compagni è come al solito un’uragano sonoro (per quello vero ci sarà tempo nel tardo pomeriggio..) in grado di far scatenare tutti. I pezzi dell’ultimo album “Battle Gods”, “True Believer” e “The Aquilonia Suite” si inframezzano ai classici “Thunderstorm” e “Dragonlord” per una mezz’ora (troppo poco..) di vero metallo epico!

Ma se trovavo i Domine un po’ troppo in basso a mio parere nella scaletta, l’ingiustizia è ancora più grande quando vedo che tocca ai Rage esibirsi intorno alla calura delle 14, un vero peccato per un gruppo che quest’anno festeggia i vent’anni di onorata carriera e che si avvale di tre musicisti eccezionali, Victor Smolski alla chitarra, l’immenso Mike Terrana alla batteria e il carismatico (e rotondetto..) Peavy Wagner al basso e alla voce. I Rage partono con l’opener dell’ultimo album “War of Worlds” seguita da pezzi meno recenti come “Set This World on Fire” e “You Are Going Down”, fino ai successi più vecchi, da “Don’t Fear the Winter” a “Higher Than the Sky” in chiusura, ed è un vero peccato vedere il pubblico triste per la fine della rapida esibizione dei tre artisti..

Siamo ora al capitolo Anathema. Curiosi di sapere cosa sceglieranno da inserire nella loro scaletta ci appostiamo nelle prime file (non sembrano raccogliere tanti entusiasmi nel pubblico, ma il loro show spazzerà via questa supposizione). Reduci dal loro tour di febbraio gli inglesi sembrano decisamente più precisi e tecnici, nonostante qualche defezione della voce di Vincent non sempre al massimo della sua capacità. Si presentano in maglietta dell’Italia forse anche per un omaggio agli europei (dove faremo una figura meschina) e al paese che li ospita! Magari non c’entrano molto con la giornata, avranno anche cambiato genere, ma nel loro poco tempo a disposizione danno a tutti una lezione del loro style. Dalle loro nuove canzoni ci fanno intendere che non si limitano a fare ciò che vuole il pubblico, ma esattamente ciò che piace a loro. E sono tutti brani sentimentali che scaturiscono dalle loro emozioni al momento del songwriting. Pezzi come “Fragile Dreams” o “Judgement” fino a raggiungere l’apice con “One Last Goodbye”. Non manca l’ormai classica chiusura con la cover dei Pink Floyd “Comfortably Numb”. Altra nota positiva che è mancata a febbraio: il recupero di un periodo ormai andato che però rimane sempre vivo tra i fans con “A dying wish”, forse il loro pezzo più bello (giudizio soggettivo) e sicuramente il più famoso.

Dopo gli Anathema spazio ai newyorkesi Symphony X, per l’ennesima volta in Italia e sempre ben accolti dal pubblico di casa nostra. E in effetti i cinque americani, guidati dal cantante Russell Allen e dal talentuoso Michael Romeo ci mettono poco a scaldare gli animi dei tanti ragazzi sotto il palco, proponendo il solito prog tanto debitore ai Dream Theater, anche se personalmente lo apprezzo di più perchè lo trovo molto più “metal” di quello di Petrucci & co. La prova complessiva della band è buona (a parte qualche brutto suono di chitarra), il repertorio va dai più vecchi “Of Sins and Shadows” e “Sea of Lies” fino a brani tratti dall’ultimo lavoro “The Odissey” come “Inferno” e “Wait for the Wicked”. Trovo anche un Russell Allen in veste di “trascinatore”, dopo averlo visto altre volte un po’ troppo freddo verso il pubblico.

E’ ora il turno degli americani Nevermore di Warrel Dane, gia’ veterani del festival tricolore che si presentano come un must del festival. Un gruppo aggressivo con tanto da dire e con la rabbia giusta per dare la carica a chi vuole sfogarsi in un aggressivo pogo (per i più giovani) o un headbanging forsennato (per i piu’ “anziani”). Magari non hanno avuto dei suoni tanto perfetti, ma rimaniamo soddisfatti dal vedere riassunto nella scaletta il buon lavoro proposto dai Nevermore in questi pochi anni. Si parte con “Inside Four Walls” e si prosegue con brani di tutto rispetto come “Next in line” o “Enemies of reality”. Momento topico degli stelle e strisce “Tomorrow turned into yesterday” proposto con grande professionalita’ e convinzione. Intanto a far da sfondo, oltre la suggestiva copertina dell’ultimo album del gruppo si avvicina una nube molto oscura che fa da sipario all’esibizione dei Nevermore e introduce ben altro spettacolo di cui tutti i presenti, o meglio i reduci, ricorderanno a lungo. Scommetto che molti portano i segni della tempesta che spazzera’ via gli UFO (come dal nome oggetti volanti non identificati) e portera’ (dopo un arcobaleno degno di Visions) gli Stratovarius al secondo giorno.

.. e venne il diluvio! sul finire dell’esibizione di Warrel Dane e compagni, grosse nuvole minacciose si avvicinano verso di noi, usciamo appena in tempo prima che la furia di un nubifragio ci colpisca, con vento pauroso che porta via i teloni, le tende da campeggio e quant’altro. Come se non bastasse, dopo il vento giunge una terribile grandinata che dura circa una ventina di minuti, il vento strappa la copertura del palco e la grandine si abbatte, oltre che sui temerari che sono rimasti all’interno dell’arena, anche sulle strumentazioni degli UFO e degli Stratovarius, danneggiando irrimediabilmente quelle del gruppo hard rock inglese, facendo saltare il mixer e diversi amplificatori. Un disastro. Pian piano, finita la furia della tempesta, torniamo tutti dentro nel pantano e qui, dalle 18.30 circa, le voci cominciano ad inseguirsi nelle maniere più disparate, dalla ripresa normale (che pare subito un miraggio, a giudicare dalle espressioni sconsolate dei tecnici sul palco che spazzano l’acqua), alla totale conclusione della giornata, alla soppressione di UFO e Stratovarius. Dopo un sacco di tempo veniamo informati dai colleghi (un grazie ad Alex in particolare) che suoneranno solo i Judas Priest all’ora prevista, gli UFO non suoneranno affatto a causa dei danni alla loro strumentazione e che gli Stratovarius suoneranno l’indomani (alle 14 e con ingresso gratuito per chi presenta il biglietto del sabato, mossa quantomeno onesta da parte degli organizzatori).

Attendiamo quindi pazientemente e alle 22.15 tocca agli headliner esibirsi, i Judas Priest con Rob Halford in veste di vocalist, come ai vecchi tempi. Rob si presenta al pubblico un po’ statico, cammina lentamente, (forse per via dell’elevato peso del giubbotto di borchie lungo fino ai piedi.. ) anche gli altri musicisti paiono un po’ troppo estranei al rapporto con il pubblico, ma il concerto è comunque molto bello. Gli occhi di molti metallari un po’ più attempati sono lucidi nel rivedere il Metal God tornare a cantare con gli ex compagni, in un concerto notevole di cui proponiamo qui la scaletta, non potendo purtroppo riproporre tutte le emozioni in queste righe: The Hellion – Electric Eye – Metal Gods – Heading Out to the Highway – The Ripper – Touch of Evil – The Sentinel – Turbo Lover – Victim of Changes – Diamonds and Rust (in una sorprendente versione acustica) – Breaking the Law – Beyond the Realms of Death – Green Manalishi – Painkiller in una buona versione, prima della pausa e del rombante rientro di Halford a cavallo di una Harley, tra fumo e odore di benzina, in preda al delirio del pubblico, per eseguire Hell Bent for Leather, Living After Midnight, United e la conclusiva You’ ve got Another Thing Coming. Osannati dal pubblico, felici e sorridenti, i Judas si godono i cori gioiosi e festanti e si ripropongono come leggende viventi del metal, con uno sguardo al futuro per nuovi album e nuovi tour da protagonisti!

6 giugno.

Secondo giorno del Gods of Metal, il sole torna a splendere sull’arena e man mano che la giornata passa si asciuga il terreno, eliminando lentamente gli enormi pantani della serata precedente. A causa del recupero degli Stratovarius alle 14, la scaletta viene modificata e chi ne fa più le spese sono i Dragonforce, la cui performance viene annullata senza mezzi termini. Siamo riusciti a parlare in maniera “non ufficiale” con due membri della band londinese, che si sono dichiarati davvero dispiaciuti per non aver potuto proporre il loro “extreme power metal” al pubblico bolognese. C’è da dire però che, nonostante il dispiacere per “aver dovuto lasciare spazio a qualcun altro”, i ragazzi l’hanno presa con molto fair-play e ci hanno dato appuntamento a questo autunno, di nuovo in Italia.

Tocca poi ad un’altra band italiana, gli Stormlord, anche loro pesantemente penalizzati dall’ingresso degli Stratovarius nel bill del secondo giorno, che suonano per appena 15 minuti e ci propongono “Wurdulak” e “Under The Boards” dall’ultimo meraviglioso “The Gorgon Cult” e “The Curse of Medusa” dal precedente album.

Dopo gli Stormlord tocca agli svedesi Naglfar, altra band di metal estremo (anche se più sul viking rispetto ai laziali) che ripropone il dilemma del Gods di ogni anno di far suonare le bands che fanno black metal con la piena luce del giorno, facendo perdere loro atmosfera e presenza scenica. Ma altre soluzioni pare proprio che non ci siano, anche se ci piacerebbe assistere ad un festival interamente notturno.. i ragazzi comunque se la cavano bene, proponendo pezzi dai loro primi due album “Diabolical” e “Vittra” e qualcosa, in maniera minore, del loro ultimo album “Sheol” appena uscito.

Ma è giunta l’ora di una buona lezione di thrash. Per la seconda volta i tedeschi Sodom dimostrano al Gods Of Metal, nonostante la loro breve esecuzione, di meritare qualche posto in più nella bill tirando fuori dalla loro lunga carriera una serie di brani che invitano la folla a veri e propri cori di guerra e danno una carica di adrenalina che ci fa dimenticare l’acquazzone del giorno precedente o il solleone che non da tregua nella medesima location del secondo giorno. Pezzi come “Napalm in the Morning” e “Outbreak of Evil”, nonchè “Remember the Fallen” che apre la scena al gruppo teutonico. Purtroppo per poter inserire gli Stratovarius, siamo costretti a tagliare ulteriormente il tempo già corto al gruppo del buon vecchio Zio Tom che si accorge che il pubblico non vuole smettere ma le lancette corrono veloci. Quindi con la promessa di bere una birra tutti assieme si prosegue con altri cavalli di battaglia (“The Saw is the Law”, “Sodomized”, “The Vice of Killing”) e si giunge presto alla fine con la richiestissima “Bombenhagel”. Ottimo, speriamo presto di vederli con una set list più ricca.

Tempo di rock ‘n roll. All’appello rispondono i The Quireboys un altro buon gruppo (quest’anno la Live ci ha azzeccato su tutto il bill). Quindi rock bastardo e cattivo e come in tutta la giornata, invecchiato ad hoc. Si apre quindi con la recente “Good to see ya” e si prosegue riproponendo immancabili pezzi del repertorio più addietro. Un gruppo come i The Quireboys nel mezzo di una scaletta sono ottimi anche per riposare le orecchie dal frastuono di un metal un pò più incazzato e con gli sguardi allegri di Spike ci sentiamo tutti più felici di vedere tanti metallari tutti assieme sotto l’insegna del rock. Passa veloce il tempo con “Hey you” e soprattutto con “7 O clock” anche se siamo ancora nel primo pomeriggio.

Siamo finalmente giunti alle 14.30 circa, lo spettacolo degli Stratovarius ha inizio! il gruppo finlandese sale sul palco acclamato dal pubblico che non sembra far caso al clima freddo che si nota tra Timo Tolkki e compagni. Le disavventure di questo gruppo sono certamente note, noto è anche il fatto che gli Strato rimangono insieme in questo periodo per meri motivi economici, ma a parte questo ognuno di loro dimostra grande professionalità, in particolare il cantante Timo Kotipelto e il batterista Jorg Michael, da sempre un sinonimo di bravura e impressionante velocità (curiosamente gli unici due Strato ufficialmente licenziati..) . I pezzi svariano da “Eternity” a “Speed of Light”, da un’ottima e trascinante esecuzione di “Hunting High and Low” ai vecchi classici “Forever Free” e “The Kiss of Judas”, fino alla ballatona “Forever” e alla grande conclusione con “Black Diamond”. Speravo che facessero anche “Paradise”, ma in conclusione questo concerto degli Strato, sebbene non all’altezza delle tre precedenti esibizioni in cui li avevo visti, penso non abbia deluso i fans, che fanno scongiuri contro lo scioglimento della band che pare ormai definitivo.

Passa un po’ di tempo e vediamo Elvis pronto sul palco, capiamo (anche grazie alla scenografia) che è ora di WASP. Elvis è la mitica asta molleggiante a forma di teschio che accompagna Blackie Lawless e compagni da tempo. E si va quindi avanti
col vecchio rock ‘n roll alla grande di “On your knees”, “Hellion”, “Inside the electric circus”. Lawless scarica tutta l’energia dei WASP direttamente sulla folla accaldata dai gruppi precedenti, ma senza la possibilità di essere stanca, visto che la giornata è ancora lunga ed estremamente interessante. E anche qui i più vecchi, ma soprattutto i più giovani hanno l’opportunità di rivedere (o nel peggiore dei casi di vedere per la prima volta) un gruppo che per svariati motivi non ha potuto regalare tante emozioni in italia (Blackie e compagni sono stati banditi per diverso tempo e in diverse location per le loro bravate non molto decorose). Ma non ci si ferma e si rockeggia sulle note di tanti altri pezzi dove emerge “I wanna be somebody”, anche questo pezzo vittima di molteplici cover da gruppi di svariati generi e cantata a ondate di cori dai presenti. Non ne abbiamo mai abbastanza! Eppure dobbiamo chiudere ed è quindi ora di “Blind in texas”. Sempre così!!!

…Mancano da 10 anni sulla scena, ma sono tornati e ne siamo più che contenti. La vera lezione rock ‘n roll (forse l’esibizione più convincente e sicuramente più coinvolgente dei due giorni), arriva proprio dagli “Old School” Twisted Sister. Asta rosa, trucco e tanto rock e quello che propongono, oltre ad un’interessantissima proposta di rivederli al Gods magari come headliner. Sullo sfondo tra tanti metallari venuti a vedere le carismatiche sorelle si accinge una tenera famigliola con papà con gilet in pelle e la mamma con in braccio un bimbino di 5 anni con tanto di braccialetto borchiato e braccio all’aria. Simbolo che gli anni passano ma la gente ricorda e passa parola nel tempo.E’ bello poter vedere questa atmosfera. Passano troppo veloci “You can’t stop rock n roll”, “I am (I’m me)”, “The price” e “Under the blade” fino ad arrivare al classico pezzo conosciuto (molto probabilmente) dall’intero pubblico a parte qualche infiltrato, “We’re not gonna take it” cantata da tutti nel momento senza accompagnamento è una cosa unica. Merita veramente i nostri complimenti. Crediamo quindi di aver visto tutto quando Dee Snider conclude con “I wanna rock”, e anche qui tutti cantano a squarciagola, ma il singer non sembra ancora soddisfatto e chiama a gran voce anche il pubblico “on the back, on the hill” a cantare tutti assieme. I più stanchi non reagiscono, ma ad un convincentissimo “Fuck You” possiamo ammirare tutto e dico tutto il pubblico bolognese in piedi a cantare ed applaudire le sorelle!!! Spettacolo unico. Questo è rock n roll e non si può fermare veramente. Congratulazioni!!!! Veramente ci auguriamo un ritorno da Headliner.

E dopo il grandioso spettacolo offerto da Dee Snider e compagni, pareva davvero dura per i loro amici Motorhead ripetersi a livelli così alti. Lo show di Lemmy e compagni è comunque ottimo, molto classico, fin dalla partenza con il solito “We are Motorhead and we’re gonna kick your ass!” prima di “We Are Motorhead”, “No Class”, e via con il sano e grezzo hard rock che da sempre contraddistingue la band, una delle pochissime apprezzate sia dai punk che dai metallari. Lemmy appare in forma e il concerto prosegue con l’apparizione di un osannato Dee Snider che canta assieme a lui “Killed By Death”, poi altri classici, “Going To Brasil”, “Dt. Rock”, “Metropolis”, la cover di “God Save the Queen” dei Sex Pistols accolta in maniera entusiasta dal pubblico scatenato, poi ancora “Sacrifice”, fino alle conclusive “Ace of Spades” e “Overkill”. Grandi Motorhead!

Testament, testament, testament. Spunta all’orizzonte un piccolo e tarchiato indiano reduce da una pesante malattia che sembra non averlo scalfito assolutamente e siamo tutti contenti (ne abbiamo già perso uno di Chuck R.I.P.), ma chi vediamo dietro le pelli??? Argh! Che ci fa Paul Bostaph? Ok. Ci siamo tutti e lo spettacolo può cominciare. Aggressivi e incisivi come da tradizione. E come noto che i gruppi thrash dal vivo rendono al massimo, beh ecco un altro esempio lampante (oltre agli ottimi Sodom) e qui abbiamo anche diverso tempo a disposizione per poter ammirare le loro proposte. Sfrecciano “DNR”, “True Believer”, “Into the pit”. Il signor Di Giorgio, accostato a Bostaph è maestro della tecnica, Peterson graffia la chitarra invece assieme a Metal Mike (ex Halford) e i growl di Billy completano il quadretto. Si incita il pubblico ad andare on stage, ma la security fa capire, forse troppo violentemente che non è il caso (invasione sul palco del godssssssss!!!). “Practice
what you preach”, “Electric crown” per chiudere con la conclusiva “Disciples of the watch”, ehm… metà perchè il quintetto ha sforato col tempo. Ma si può troncare un gruppo così per due miseri minuti??? Quindi saluti non microfonati per i ragazzi americani. Occhio fonico che la torretta è salva, ma la prossima volta un assalto thrash non te lo leva nessuno!!!!

il primo Gods of Metal bolognese si avvia quindi alla conclusione con Alice Cooper.. calano infatti le tenebre ed ecco che lo vediamo entrare in scena, privo delle solite scenografie e delle solite gags teatrali ci lascia un pò perplessi. Certo non è quello che fa grande un artista, ma visto le ultime interviste rilasciate ci aspettavamo ben altro.
Non delude invece dal punto di vista tecnico, dato che è sua consuetudine circondarsi di musicisti cosidetti “con le palle”. Forse l’assolo di batteria è un pò lungo, ma senza dubbio ci fa capire chi si sceglie MR Cooper come “collaboratori” alla sua scena. Forse voleva proprio dimostrare questo, il suo valore privo delle consuete scene. Quindi si parte con “No More Mr Nice Guy” seguita a ruota dalla nuova “Man Of The Year” e si prosegue per tutta la serata con altri classici quali “Only Women Bleed”, “School’s Out”. Forse l’altra pecca della serata è proprio l’esclusione di molti brani del periodo nuovo. Un concerto molto ’80 che si conclude ovviamente con “Poison”. Inevitabile e grandiosa esecuzione di Mr Cooper che comunque, nonostante le critiche resta promosso a pieni voti.

(Live report a cura di Alessio “Thor” Torluccio, Ivan “Ivol” Gaudenzi, Valentina “Vale” Cesarini)

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