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8/2/2005: Kreator + guests, New Age Club, Roncade (TV)

Pubblicato il 4/04/2007 da in Live report | 0 commenti


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Già alla lettura del bill, questo minifestival di fine inverno si preannunciava molto interessante: un’icona del thrash tedesco supportata da una band rinomata e da due band di supporto (Hatesphere e Ektomorf) che sanno il fatto loro.

Il ruolo di band d’apertura è toccato ai danesi Hatesphere, guidati da un Jacob Bredahl particolarmente in serata (sia durante lo spettacolo che nell’aftershow nello stand della band). La band propone un thrash/death moderno molto debitore del movimento scandivano (The Haunted e Soilwork per fare due nomi). Niente di originale, ovvio, però la loro bella figura la hanno fatta. La scaletta è stata composta da brani pescati più o meno da tutti gli album (Escluso il mini “Something old, something new…” ), catturando la presenza dei pochissimi fan accorsi anche a causa dell’orario d’inizio. In sostanza, come detto, buona prestazione e suoni stranamente nitidi per essere una opener band.

Subito dopo salgono sul palco gli Ektomorf, band ungherese molto debitrice di band come Soulfly e Machine Head (come ha testimoniato la maglietta che indossava il cantante/chitarrista Zoltan Farkas). Infatti i quattro (che peraltro sono in giro da quasi dieci anni) hanno proposto una set list molto d’impatto e che sicuramente ha giovato alle orecchie dei più giovani: i suoni erano accostabili al nu metal, ma molto molto più pesante di quello che molti intendono. Oltre a canzoni meno recenti, sono state proposte anche canzoni dell’ultimo album ufficiale “Destroy” e, in esclusiva, due pezzi del nuovo album in uscita a marzo e che lasciano immaginare un disco veramente duro. Ottima performance, in linea con quelle delle altre band.

Alle 20.45 sale sul palco la band più attesa dagli under 20 presenti (molti, visto anche il fatto che le scuole han chiuso in questi giorni) provenienti anche da regioni lontane dal Veneto: i Dark Tranquillity. La band di Mikael Stanne, come al solito, ha sfornato una prestazione precisa e devastante, pescando da tutti gli album della band (escluso “Projector”, non si sa perchè…), e raggiungendo i massimi picchi con “Punish my Heaven” e “The Wonders at your Feet”, cantate a squarciagola dai presenti. Ben tre estratti dall’ultimo album “Character”, tra cui il singolo “Lost to Apathy”. Unico difetto: una set list brevissima (poco più delle tre band precedenti), che ha costretto gli svedesi a tagliare alcuni classici, come per esempio “Lethe”. Di sicuro su questo un po’ di colpa è anche sulle spalle della band, che poteva proporre meno brani dell’ultimo album e più “classici”, in vista di una “quasi sicura” tourneè futura. In ogni caso, niente da dire sul concerto, perfetto come sempre.

Infine, i Kreator. Il gruppo più atteso della serata è riuscito a riempire il locale in ogni punto, cosa che avviene solamente nelle grandi occasioni (vedi Entombed e Sentenced + Lacuna Coil qualche anno fa). Il pubblico comincia ad invecchiarsi, presentando sia padri di famiglia vestiti bene (ma che volevano sentire una delle loro band preferite), sia persone che sembravano direttamente pescate dagli anni 80.
La band capitanata da Mille Petrozza e Jurgen Reil (unici supersiti dai tempi di “Endless Pain”) sale sul palco verso le 22 e la differenza si sente: i volumi si alzano notevolmente, i giochi di luce si fanno più presenti, si preannuncia la catastrofe. E così fu: i Kreator dimostrano che, pur avendo fatto ultimamente album che sfigurano nei confronti dei grandi classici, in sede live sono ancora degli animali da palcoscenico. La scaletta è composta da pezzi sia recentissimi (sia da “Enemy of God” che “Violent Revolution”) che dai cavalli di battaglia, passando anche per il loro periodo “melodico”. Mille Petrozza si conferma un frontman di altissimo livello, che riesce a tenere in pugno il pubblico e lo “costringe” a fare ciò che vuole lui. Inoltre, alcuni atteggiamenti un po’ pacchiani (tipo sollevare la chitarra come un trofeo) hanno catturato l’attenzione e le ovazioni dei presenti. Il pubblico, il quinto elemento della band, si è confermato attento e partecipe nel cantare i classici della band, soprattutto l’anthemica “All of the same Blood” (introdotta da un discorso contro il razzismo di Petrozza).

Il punto più spettacolare della serata, comunque, è stato il rientro della band per il bis. La band ritorna sul palco e Petrozza, oltre ad annunciare un possibile ritorno (notizia che non farà discutere perchè non è stata detta da un nano danese batterista… chi ha orecchie per intendere intenda…) ricorda le sue origini italiane. Subito dopo, parlando del suo odio verso governi e istituzioni, introduce il trittico finale che annichilisce anche coloro che hanno resistito fino ad allora: infatti, ripesca dal passato d’oro della band (“Coma of Souls” e “Endless Pain”) tre brani del calibro di “Terror Zone”, “Flag of Hate” e la conclusiva “Tormentor”, che ha fatto uscire la band dal palco tra il tripudio generale.

Un commento generale della serata. I suoni (stranamente) erano molto nitidi e precisi, dimostrazione che i fonici hanno fatto un ottimo lavoro. Le band inoltre hanno dato l’anima per far divertire la gente, sfoderando tutte e quattro performances da paura, con la conseguenza che è impossibile dare lo scettro di migliore band della serata.

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