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03/06/2007: Gods of Metal Part I (Idroscalo, Milano)

Pubblicato il 7/06/2007 da in Live report | 0 commenti


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Si sa che andare al Gods Of Metal è come andare in guerra; il generale Thor e il soldato Ivol ci avevano avvertito: condizioni climatiche proibitive e battaglia sanguinaria. Questo richiedeva sicuramente un training ulteriore, per questo io e il buon Ladrobardo, che mi avrebbe accompagnato nell’avventura e che con me condivide e interseca queste righe, ci siamo recati ad ubriacarci fino ad ora tarda, per preparare il nostro fisico come solo un metallaro può fare. Dopo un riposo di una cinquina di ore, il nostro corpo è riportato in vita da pavidi raggi di sole ma soprattutto da una sveglia dotata di un suono che invoglierebbe le mitologiche Parche a tagliare i loro stessi fili.
L’ora era arrivata per abbandonare lo schifosamente comodo e accogliente giaciglio e per trascinare le nostre membra cigolanti al campo di battaglia, che ci avrebbe regalato sicuramente gioia, ustioni di terzo grado e gravi sarcoagonie intestinali. Volevamo mica perderci l’inizio del massacro?

Violando più leggi del codice della strada e della termodinamica, dopo essere stati sfanalati da una insulsa Smart lanciata a 150 Km/h nella corsia di decelerazione in tangenziale, giungiamo nei pressi dell’Idroscalo, dove la strada è transennata e dei simpatici signori vestiti di colori sgargianti ci chiedono 5 euri solamente per proseguire nella parte di strada che da via di pubblico passaggio era diventata parcheggio privato. Purtroppo quest’anno non potevamo farci scudo con “lo sa che mio padre è finanziere e voi questo non lo potete fare?”, per cui dobbiamo scucire il denaro ai biechi aguzzini decretanti che 55 euro di biglietto non erano abbastanza per assistere ad uno spettacolo di siffatta fattura come quello che ci delizierà oggi.

Ci uniamo alla fiera fiumana umana che già pressa i cancelli dell’arena.
Rimuginiamo per un attimo sul fatto su alcuni tra i più variopinti personaggi, convinti che il metallaro medio abbia ormai deciso che essere metallaro significa distruggere orrendamente il proprio corpo e dare la peggiore immagine di sé, financo alla più abietta divinità lovecraftiana.
Fortunatamente, la cassa accrediti si trova al di là del cancello, e in appena un’ora di attesa siamo in grado di entrare e di ottenere il nostro pass per l’inferno.

Dopo aver passato i controlli, rigorosi come lo furono quelli di Houston allo shuttle Challenger o quelli dei tecnici della sicurezza di Chernobyl, siamo dentro! Il fatto che la stragrande maggioranza dei combattenti non abbia ancora fisicamente fatto tempo a varcare l’unica entrata non è sicuramente d’impedimento ai Synestesia, che rullando iniziano ad aprire le danze di quella che sarà una caldissima giornata.
L’arena è un lago di fango, alcune zone di quello che nei tempi medievali era un prato sono impraticabili, a meno di voler affondare fino alle ginocchia nella putrida melma generata da giorni e giorni di pioggia e dalla noncuranza dell’uomo, ma noi muovendoci agilmente in mezzo alla folla, di cui buona parte ha iniziato a bere ancora prima di partire da casa e si muove scoordinatamente in preda ai fumi dell’alcool per tutto l’ameno luogo, raggiungiamo il sottopalco, base delle nostre operazioni.

Nonostante sul sito del Gods fossero scritti in centodieci modi diversi, con e senza “y” e tutte le altre lettere variamente sostituite, i [b]Sinestesia[/b] (sic!), e non i loro finnici ortologhi Synestesia, come erroneamente indicato, aprono le danze. “Sinestesia”, dice il flyer, è la contemporanea percezione di due sensi, ma dato che solitamente ci capita di percepirli tutti e cinque non sappiamo se questo indichi un elevato stato di coscienza oppure una orrenda mutilazione spirituale. Noi preferiamo pensare a un errore di definizione. L’esecuzione degli italiani non ci risolve questo dubbio, ma tra atmosfere rock e prog si battezza ufficialmente con la musica il suolo già ampiamente battezzato di pioggia, sciorinando i pezzi del seminale “Aquarium” e dell’imminente omonimo “Sinestesia”. Riccardo De Vito tiene banco incitando i pochi ma già furiosi astanti che rispondono inneggiando e seguendo con le falangi a corna alzate l’incedere dei pezzi.

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La band termina l’esecuzione e saluta, mentre nella melma l’esercito del metallo si prepara ad accogliere i nostrani [b]DGM[/b], che si mettono subito ad incantare i sostenitori di Symphony X e Dream Theater che, già numerosi di buon mattino, approfittano di fare una scorpacciata di power-prog in attesa di essere definitivamente spazzati via nel più tardo pomeriggio. Forti dell’appena pubblicato “Different Shapes”, nonostante il recente cambio di line up, che li ha visti orfani del tastierista Fabio Sanges e della loro spina dorsale, il chitarrista Diego Reali, la band dimostra dal vivo quanto effettivamente siano in grado di rompere il mulo coi nuovi arrivati Simone Mularoni e Emanuele Casali, facendo sudare ed emozionare il pubblico che risponde calorosamente nonostante il sole mattutino sia quanto di peggio possa esistere per creature notturne e birrivore come i metallers.

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I DGM si ritirano dopo la performance, ed è già quasi mezzogiorno. Il fango è dovunque, attorno a noi, su di noi. E’ quasi giunto il momento di metterlo anche dentro di noi, ma decidiamo stoici di attendere gli [b]Anathema[/b], gruppo del quale siamo completamente digiuni ma la cui fama ben ci prepara ad accoglierli nostro malgrado. Dopo le prime canzoni, dobbiamo però deporre le armi. De gustibus, gente: non riescono ad andarci giù. Sembra di stare ascoltando l’ultimo album dei Linkin Park rallentato diciottomila volte, animato qua e là di riff di batteria scopiazzati da “Save the World” dei quasi seminali Offspring. Mentre giustamente ingurgitiamo birra gelata e salamella annegata nella maionese (altrimenti detto “il pranzo del campione”), i nostri sensi vengono risvegliati da una canzone con una parvenza di sostanza, seguita da una suite da novantaquattro minuti che, se non mi avessero fermato per tempo, avrei soffocato con le mie urla seguite da straccìo di vesti e capelli poiché sembrava un pezzo rubato ai Pink Floyd. Era a tutti gli effetti dei Pink Floyd.
Che dire? I pareri degli astanti sono concordi nell’attribuire all’esibizione degli Anathema una sorte di potere divino, incarnandoli come “i Pink Floyd del duemila” ed elevandone l’odierna prestazione a balsamo efficace contro tutti i sacramenti che abbiamo dovuto affrontare fino a questo momento, e a loro diamo la nostra fiducia. Mentre digeriamo la salamella.

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Siamo ancora completamente storditi da ciò che abbiamo ingerito, e soprattutto dal pane che avrebbe dovuto essere quantomeno scaldato – ma che non lo era stato – assumendo gusto, aspetto e consistenza del calcestruzzo usato, quando i [b]Symphony X[/b] irrompono sul palco, iniziando a macinare quanti erano ancora ottenebrati dalla prestazione dei precedenti Anathema. La macchina del powerprog attacca con “Of Sins And Shadows”, che il signor Russel Allen interpreta magistralmente inciampando e cadendo fragorosamente al suono, rialzandosi meglio che nuovo almeno venti secondi dopo. Segue vario repertorio, e la decima sinfonia riafferma il proprio dominio con “Out Of The Ashes”, ancora pescando dal loro capolavoro di sempre che risponde al nome di “Divine Wings of Tragedy”.

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Dopo un rapido sound check, acclamato come di consueto dal pubblico indifferentemente da un’esibizione vera e propria, ecco i [b]Dark Tranquillity[/b]! Ed è subito devastazione. Nulla da eccepire all’operato degli svedesi: in un sapiente mix tra pezzi nuovi e vecchi (che battevano il pubblico come un battitappeto batte un lenzuolo), hanno intrattenuto il pomeridiano coacervo con la consumata maestria di chi sa come adescare i propri adepti. Ottima presenza scenica di Mikael, che arringava e ammiccava come un consumato attore ottocentesco.

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Mentre rimuovono i cadaveri generati dalla calata dei Dark Tranquillity, l’attesa si fa pressante per i [b]Dimmu Borgir[/b]. Defezionari dell’anno passato, stavolta ci sono davvero. Silenziosamente, iniziano ad infiltrarsi fra il pubblico personaggi variamente vestiti con neri abiti e dalla pelle bianchissima, bianca come un foglio A4 della carta delle fotocopie, fino ad ora rimasti quieti nell’ombra ad attendere. Nonostante la pressochè completa mancanza di scenografie per i vari gruppi e la sterilità del palco, l’atmosfera è palpabile. Si accende la colonna sonora di “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato”. Escono. Deflagrano il pubblico con “Progenies of the Great Apocalypse”, continuando senza soluzione di continuità con “Sorgens Kammer”. Le orecchie sanguinano, ma stare sotto al palco mentre Vortex rotea sanguigno l’enorme basso e “Indoctrination” ne manda un altro po’ all’altro mondo ne vale sicuramente la pena. Retrocediamo, bagnandoci di folla. Le orecchie sanguinano ancora, l’audio sparato al massimo rende come le cuffie dell’iPod infilato a tutto volume nella tazza del cesso mentre stai lavorando con il flessibile per tagliarti via uno dei polsi. Shagrath dedica maligno “A Succubus In Rapture” a tutte le dolci donzelle presenti, sicuramente confidando che nessuna di loro conoscesse il testo della canzone. Seguono dall’ultimo lavoro con troppi articoli “The Serpentine Offering” e “The Chosen Legacy”, ma è tempo di toccare un po’ tutta la loro carriera, arrivando a pescare brani mitici come “Behind The Curtains Of Night – Phantasmagoria”, che il tremendo suono permette solo a tratti di intelligere, e “Spellbound By The Devil”. Il gruppo è in formissima, Shagrath non perde un colpo e gracchia violenza vocale a tutto spiano, intervallando “Let me fucking hear you!” con i “Thank you” di rito alla fine delle esecuzioni (nel vero senso della parola) in clean vocals che rivelano un timbro simile al cantante dei Depeche Mode. L’apoteosi si conclude con “Mourning Palace”, che fa a pezzetti i rimamenti brandelli di pubblico.

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Ma non è tempo di indugiare. Ricambio di pubblico, e i [b]Blind Guardian[/b] si presentano al pubblico in modo quantomai classico, entrando sul palco annunciandosi con “War Of Wrath”, che non può che fare da preludio a “Into The Storm”. Hansi giunge tra noi con le guance di un rosso fuoco su restante carnagione più che bianca, segno che probabilmente si è caricato a colpi delle peggio birre belghe in commercio nei peggiori bar di Caracas; questa tecnica sembra però non abbia sortito gli effetti sperati perchè Hansi più che cantare sembra cercare di distruggere la prima canzone di “Nightfall In Middle Earth” mentre si recide la gola con una lametta. Fortunatamente già dal secondo pezzo, ovvero “Born In A Mourning Hall” le cose vanno meglio e finalmente il vero spettacolo in musica dei Blind ha inizio! La band è impeccabile come sempre e Hansi non stecca più e procede abilmente giostrando la scaletta soprattutto tra “Nightfall..” e “Imagination..” : il pubblico viene travolto nell’ordine da “Nightfall”, “Script For My Requiem”, “Fly” direttamente dall’ultimo album e “Valhalla”, che il pubblico apprezza come sempre ai massimi livelli, dopodichè si giunge a “Time Stands Still (At The Iron Hill)” e ci si arena su “This Will Never End”. Il pezzo è un po’ troppo lungo e l’entusiasmo del pubblico inevitabilmente scema e viene ucciso del tutto da “And Then There Was Silence”: due bellissime canzoni ma troppo troppo troppo lunghe per essere eseguite in sede live una di seguito all’altra.
Fortunatamente lo spettacolo riprende vigore e forza sonica grazie al trittico finale “Imagination From The Other Side”, “The Bard’s Song (In The Forest)” e “Mirror Mirror”.
Il tedeschi lasciano così il pubblico molto soddisfatto della loro esibizione, gli errori sono perdonati e anche il fatto che l’acustica oggi sia un concetto relativo anche per un anti-neutrino passa in secondo piano.

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Nell’attesa vagoliamo per l’arena e ci imbattiamo in un minipalco in disparte, una sorta di “anti-Gods”, dove gruppi minori possono esibirsi durante i check. Ah, l’avessimo saputo! Cadiamo in ginocchio davanti alla completa e assoluta maestria di un gruppo ignoto, sia a noi sia a tutti coloro facevano parte del pubblico da noi espressamente disturbati e tutti quelli degli stand a fianco!
Attendiamo ebbri di lacrime la fine dell’esibizione, per congratularci svisceratamente con il bassista di quelli che poi conosceremo come [b]Coram Lethe[/b], band a noi nota dagli albori ma che perdemmo di vista, ora rinata con cantante donna dalle incredibili capacità gutturali, capace di battere il miglior Dani e i miglior George “Corpsegrinder” Fisher contemporaneamente. Strabilianti.

Nel mentre, soddisfatti e sordi, gli astanti strisciano via nel fango per far strisciare al loro posto i fan del teatro del sogno. Ed eccoli. Dopo “Pull Me Under”, i [b]Dream Theater[/b] avvisano gentilmente gli spettatori che, poiché si tratta di una ricorrenza, avranno il piacere di essere annientati dall’intera proposta di “Images And Words”, rivelazione che porta la metà di pubblico che aveva capito le parole di James a sbrindellare la restante metà. Il teatro inizia a carburare, tessendo dall’aria mirabolanti architetture e incantando di bravura e capacità il pubblico estasiato. Alcuni storcono il naso pensando allo scemare di una ipotetica hit parade dei più bei pezzi del quintetto. Infilando come loro solito chicche all’interno (come “il tema del circo”) ma senza troppo eccederne. Voci sconsiderate danno Portnoy vestirsi con la maglia di Materazzi. Implacabili, precisi (a parte qualche errorino e rallentamento, molto probabilmente voluti!), irrefrenabili. Il pubblico li reclama a gran voce e loro lo ripagano con una incredibile “Home” subito intersecata da una micidiale “As I Am”, che uccide LaBrie nel mezzo dell’esecuzione e fa presagire che quella sarebbe stata, per oggi, l’ultima perla eseguita dal gruppo prog più famoso del mondo.

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Rimangono gli [b]Heaven And Hell[/b]. Uno stravolgimento. Masse oceaniche svuotano l’arena oceanica di fango parzialmente essiccato dalla giornata di sole, mentre altre masse ne prendono il posto. Una imponente scenografia di archi e luci viene montata. I finti tecnici del suono capitanati dal pagliaccio Baraldi vengono rimossi, e rimpiazzati da tecnici ai quali viene fornito il potere di comandare sulla terra e sul mare (più di Calypso che sa solo scomporsi in inutili granchi e creare inutili gorghi), ma soprattutto sull’impianto che finalmente pare aver voglia di iniziare a produrre suoni quantomeno interpretabili. Poi, una raffica di pezzi dei Sabbath del periodo di Ronnie si abbatte sul pubblico, con questo sessantenne forsennato che dispensa una vita spesa per la musica in piccole gocce cesellate, rifinite e incastonate in una perfetta melodia grazie allo strabiliante supporto di tutta la band. Indimenticabile. Si rompe la voce di Ronnie sull’ultima nota dell’ultima canzone dopo una letale tripletta finale, e guarda il pubblico con gli occhi di chi sa di aver dato il massimo per un pubblico che era lì solo per loro.

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Eccoci giunti alla fine della battaglia. Stanchi, affamati e infangati fino alle cornee, finito lo spettacolo ritorniamo alla macchina per ributtarci nei nostri ignobilmente comodi giacigli, per rigenerare in attesa della prossima carneficina, mentre ancora i bagarini tentano disperatamente di vendere biglietti di uno spettacolo ormai concluso e noi non possiamo fare altro che tentare di dar loro fuoco con uno sguardo e continuare a camminare prima che il fango si solidifichi del tutto immobilizzandoci.

A cura del Prode Manz e del Fiero Ladrobardo.

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