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30/06/2007: Gods of Metal Part II (Idroscalo, Milano)

Pubblicato il 9/07/2007 da in Live report | 0 commenti


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Gods Of Metal 2007
Report a cura di Anna Minguzzi e Ivan Gaudenzi

gods of metal 2 ozzySe alla vigilia della manifestazione, come succede tutti gli anni, le polemiche si sono succedute alle polemiche, soprattutto per le solite questioni di ordine pratico (elevato costo dei biglietti, suddivisione in due parti del festival, ecc.), il risultato ha sicuramente fatto sì che tutto questo potesse essere accantonato ancora una volta. Cala il sipario sulla seconda parte del festival metal più importante d’Italia, e non resta altro che un bilancio in positivo, in particolare per un’affluenza davvero incredibile di persone. Buona parte di queste è probabilmente confluita all’Idroscalo per l’headliner della giornata, ma dando grande prova di civiltà si accontenta di una posizione in seconda fila e occupa tranquillamente anche gli spazi dietro il mixer (a dire la verità la zona dell’Idroscalo, molto sviluppata in lunghezza ma non molto in larghezza, forse non è la più adatta per questo tipo di giornata). Ma andiamo con ordine.

Chiediamo scusa agli Slowmotion Apocalypse e ai Deathstars (e Outsider, ndr) perché, causa traffico, non siamo riusciti ad arrivare in tempo per seguire la loro performance. Le ultime note dell’esibizione dei [b]Sadist[/b] si stanno spegnendo quando facciamo il nostro ingresso nell’area del concerto, e facciamo in tempo a sentire un frammento degli ultimi due pezzi, con relativi saluti finali, che danno comunque l’idea di un gruppo dalla forte carica e dall’ottimo impatto sul palco, data quella che poteva sembrare la risposta del pubblico. Non ci si può del resto aspettare niente di diverso da una band attiva da così tanti anni.

Il sole picchia feroce sulle teste degli astanti quando giunge il momento dell’entrata in scena dei [b]Type O’ Negative[/b]. Scenografia totalmente bianca e verde, anche la bandiera finlandese per l’occasione è colorata con queste due tinte, per non parlare degli strumenti musicali e degli accessori, e Peter Steele troneggia indomito al lato sinistro del palco, capelli al vento e consueto atteggiamento da asociale, nemmeno l’ombra di un sorriso e poche parole accennate ad un pubblico non foltissimo ma appassionato. L’ora scarsa di esibizione si concentra sulla maggior parte di brani classici del repertorio, come ad esempio “Christian Woman” o “Black No.1”, forse un po’ fuori contesto data l’ora, più adatta alla pennichella che alla meditazione dell’oscuro e alla malinconia, ma comunque eseguiti con passione costante. Da sottolineare inoltre il piccolo cameo dell’apparizione di Andrea Ferro, voce maschile dei Lacuna Coil, che presenzia per fare i cori del ritornello in “Black No.1”.
(Anna Minguzzi)

Il caldo non accenna a diminuire quando una potente voce fuori campo, molto anni ’80, annuncia l’ingresso in scena dell’imponente Zakk Wilde con la sua [b]Black Label Society[/b], gruppo, a quanto sembra, molto amato dai ragazzini (molti partecipanti imberbi indossano loro t-shirt; meglio queste, oseremmo dire, che le magliette dei Rhapsody Of Fire), forse per via dell’impatto immediato che il barbuto chitarrista effettua, nonché del suo indiscutibile carisma. Una decina di brani anche per loro, eseguiti nel solito stile, con un risultato pari a quello che ottenne quando si esibì nello stesso festival dell’edizione 2005. Fra i brani eseguiti si possono citare “Suicide Messiah”, “Fire It Up” e “Black Mass Reverends”, senza intermezzi noiosi, senza assoli particolarmente complessi, lasciando quasi sempre spazio al rock grintoso e senza mezzi termini di Wilde e soci. Ottima prestazione anche per loro, giusta anche come lunghezza.
(Anna Minguzzi)

Non si può dire di aver visto sul palco chi ha portato alla storia il nome [b]Megadeth[/b]; membri come Menza, Friedman o Ellefson sono ormai un ricordo ma il vecchio MegaDave non si da per vinto e tiene saldo il nome del gruppo assoldando componenti sempre all’altezza del loro compito! Infatti la prestazione di oggi, anche se non avrà una set list da headliner risulterà completa e compatta. Dalla scelta dei pezzi alle esecuzioni, i Megadeth riescono a creare un’atmosfera a dir poco perfetta!
Sfilza di brani che ripercorrono una carriera travagliata, a volte bistrattata e spesso troppo nell’ombra di una band nata giusto poco prima, ma di cui oggi come oggi non sentiamo la mancanza. E sono pezzi come “Take no prisoners” e “In my darkest hour” che fanno la differenza e ci fanno scuotere la testa ancora sotto il sole che sta dolcemente tramontando. Sorpresona con il ripescaggio dell’ ottimo opener del disco “Countdown to Extinction”, “Skin on my teeth”. Si lascia da parte la supervelocità cercando di tenere i tempi di registrazioni, ma devo dire che l’impatto è buono e la precisione di tutti i membri lascia tutti allibiti. Mi aspettavo forse un audio più potente, ma non si può avere tutto dalla vita. Tour di “United abominations” (giochino di parole molto provocatorio e brutale) e vengono proposte forse le tre canzoni più convincenti del disco “Gears of war”, “Never walk alone” e “Washington is next”. Non mancano all’appello “Tornado of souls”, con l’assolo finalmente suonato come si deve, “Symphony of destruction” e “Peace sells”. Tempo anche per rientrare e farci sfogare la rabbia accumulata in una giornata di troppo traffico che ci ha causato tanti guai e preoccupazioni con la struggente “A tout le monde” (avrei gradito un duetto con la Scabbia visto che eravamo in suolo italico e proprio a Milano…) e la conclusiva “Holy Wars” interrotta a metà da una potentissima “The mechanix” per poi ritornare sulla precedente e chiudere definitivamente quello che è stato un Signor Concerto in compagnia di Dave e co.
(Ivan Gaudenzi)

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E’ ora di vedere sul palco i [b]Korn[/b] per la seconda volta consecutiva sul medesimo palco del Gods. Dopo l’ottima esibizione dello scorso anno sappiamo già cosa aspettarci e devo dire che, nonostante non sia per niente amante del genere, risulterà essere un concerto piacevolissimo e tirato al massimo! Sullo sfondo un volto verde si sposa alla perfezione con il sound inquietante e a volte pazzoide. C’è molta scena e il palco come al solito è agghindato di strumentazioni e “guest” che aiutano lo spettacolo proposto dai quattro di Bakersville, dal percussionista, all’addetto al sampler fino ad arrivare addirittura all’hair banger (scelta di dubbio gusto ma funzionale). Inutile dire che la scaletta, piuttosto simile a quella del 2006, ha un impatto devastante sul pubblico. Non manca nulla, da “Coming undone” a “A.D.I.D.A.S.” e “Twisted transistor”. Troviamo dietro le pelli un Joey Jordison noleggiato dagli Slipknot che si adatta perfettamente alla situazione e fa il suo compito senza mai scomporsi. Il pubblico naturalmente è del più vario e troviamo gli accaniti dei vecchi Korn, i neofiti, ma soprattutto tanti curiosi che finalmente invece di dar vita al solito siparietto italiano (già visti e rivisti lanci di bottiglie in gruppi un po’ fuori dal contesto), si limitano ad ascoltare e guardare lo spettacolo, mentre i meno interessati ne approfittano per una pausa prima del mastodontico Headliner. Si chiude lo spettacolo con un classico bis per “Freak on a leash” e naturalmente quel perno di canzone che ha reso i Korn così famosi da fargli guadagnare la posizione di spalla ad Ozzy, che è “Blind”. Bella prestazione che farà discutere gli amanti e non del genere, i vecchi e i nuovi fan, ma non stona nell’arco dell’assolata giornata meneghina.
(Ivan Gaudenzi)

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Sempre alla vigilia del festival, c’era chi ironizzava sulla salute del Madman. Starà ancora in piedi? Ce la farà a cantare? Sarà veramente una setlist di due ore o ci saranno in mezzo un sacco di assoli? Non importa. L’ingresso in scena di [b]Ozzy Osbourne[/b], preceduto dal più classico dei Carmina Burana di Carl Orff (O Fortuna, ndr), è accolto da un’ovazione all’unanimità, e tanto basta. D’altra parte, in quale altro modo si potrebbe salutare un così importante pezzo di storia del metal, tra l’altro nella sua unica data italiana, la prima dopo una lunga assenza? La setlist non è effettivamente di due ore esatte, ma c’è solo un momento in cui Ozzy Osbourne si assenta dal palco, lasciando tutto nelle mani e nelle corde di Zakk Wilde, ovvero a metà esibizione, alla fine di “Suicide Solution” (un assolo peraltro un po’ tirato via, per dirla tutta). Sono tanti altri i brani storici eseguiti durante una performance a dir poco eccezionale, fra cui “Bark At The Moon”, “Mr. Crowley”, “I Don’t Know” e così via. il nuovo album, “Black Rain”, è rappresentato da due brani, vale a dire “Not Going Away” e la ballad strappacuore “Here For You”, mentre è ampiamente ricordato un altro album ormai storico, ovvero “No More Tears”, di cui viene eseguita fra le altre la title track, che molto raramente è suonata dal vivo, un modo ulteriore, quindi, per rendere la serata unica.

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Si finisce con una triade a dir poco unica, che comprende nell’ordine “Mama I’m Coming Home”, “Crazy Train” e l’attesissima “Paranoid”, che scatena focolai di pogo un po’ ovunque, in un pubblico che era invece rimasto estremamente tranquillo, per quanto coinvolto, per tutta la durata del concerto. Sono da poco passate le 23 quando si riaccendono le luci, è relativamente presto, ma ciò non toglie niente alla maestosità e alla perfezione del finale di serata. Ozzy è un frontman vissuto, che dispensa sorrisi e saluti in ogni dove, anche se dal punto di vista canoro ci sono ogni tanto alcune imperfezioni, come in “Mr. Crowley”, in cui Ozzy palesemente si dimentica le parole delle ultime strofe, oltre a commettere una serie di errori dal punto di vista dell’intonazione, ma anche questo fa parte del gioco.
(Anna Minguzzi)

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Per finire, un paio di considerazioni sul pubblico e sul trattamento ad esso riservato. Come sempre, i partecipanti costituiscono un’entità ben eterogenea, che comprende anche un certo numero di ragazzini in età da scuola elementare (primo premio a un ragazzetto dell’apparente età di 11 anni con indosso una maglietta che diceva “Mamma, perdonami se ascolto i Gem Boy”), esili ragazze dark in pantaloncini, meno esili ragazze altrettanto oscure in calze a rete strappate, rigorosamente a coppie, orde di panciuti defender, qualche testa grigia che di concerti deve ricordarsene un bel po’, qualche glamster (uno in particolare, armato di una giacca sgargiante e di un berretto in pelle da fare invidia al Bret Michaels dei primi tempi), un gruppetto (probabilmente lo stesso tutti gli anni) di ragazzi sardi, con tanto di bandiera, dall’entusiasmo inarrestabile. Una nota positiva infine anche dal punto di vista della pulizia dell’ambiente, con una squadra di addetti alle pulizie in azione già dall’inizio del pomeriggio, in modo tale che il prato circostante il palco e le strade di accesso ad esso sono risultate molto più pulite rispetto ai cumuli di roba che si potevano trovare nelle precedenti edizioni.

gods of metal 2

Setlist:

Type O’Negative:
– Kazakhstan Anthem
– Magical Mystery
– We Hate Everyone
– The Profets Of Doom
– These Three Kings
– Christian Woman
– Black No.1

Black Label Society:
– New Religion
– Been A Long Time
– Bleed For Me
– Suicide Messiah
– Fire It Up
– Black Mass Reverends
– Concrete Jungle
– Still Born

Ozzy Osbourne:
– Intro (O Fortuna, Carmina Burana)
– Bark At The Moon
– Mr.Crowley
– War Pigs
– Believer
– Road To Nowhere
– Suicide Soloution
– Guitar Solo
– I Don’t Know
– Here For You
– No More Tears
– I Don’t Wanna Change The World
– Mama I’m Coming Home
– Crazy Train
– Paranoid

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