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07/07/2007 : Evolution Festival (Firenze)

Pubblicato il 21/08/2007 da in Live report | 0 commenti


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Live Report Evolution Festival

07/07/2007: Evolution Festival (Ippodromo Le Mulina, Parco delle Cascine, Firenze)

Sebastian Bach
Nevermore
Virgin Steele
Fates Warning
Sodom
Kamelot
Cynic
Behemoth
Kataklysm
Gory Blister
Kingcrow
Flashback Of Anger

L’Evolution Festival cambia sede, si sposta dalle rive del Lago di Garda all’altrettanto amena collocazione del Parco delle Cascine di Firenze e giunge alla sua terza edizione lottando per ottenere un suo posto preciso nel panorama dei festival metal italiani. La location è sicuramente molto favorevole per certi aspetti, primo fra tutti la presenza di grandi zone d’ombra anche vicino al palco, e anche l’organizzazione si è mostrata valida nel proporre modalità di vario tipo per mettere a proprio agio il pubblico; molto valida anche la scelta del cibo, che oltre ai consueti hot dog con cipolla da 2000 calorie a morso prevede anche la scelta di pasta fredda, insalata di riso e molte bevande analcoliche. A causa di problemi di tempo e di distanza dal parcheggio ci siamo persi i primi gruppi giungendo nel parco solamente per seguire i gruppi dai Kataklysm in poi.

Momento di atrocità con i KATAKLYSM che purtroppo iniziano la loro breve esibizione in modo assolutamente pietoso e privo di potenza con una batteria fiacca e poca decisione. Non sembrano proprio loro. Ed effettivamente il buon Italo/Canadese Maurizio chiede subito scusa al pubblico per i problemi tecnici sul palco (probabilmente spie e suoni inesistenti sul palco) e l’arrivo dalla Germania di tutta fretta. Causa questi contrattempi viene compromessa gran parte dell’esibizione che riprende pian piano sfociando finalmente in quella violenza che hanno sempre saputo offrire i ragazzi. Dopo un’incerto inizio con “Like Angel Weeping” e una drammatica “Serenity In Fire” si passa ad una migliore “Let them burn” e una devastante “As I Slither”. Finalmente ripristinati, i Kataklysm riprendono la loro foga metallica per non deludere i fan più dubbiosi. E sono proprio i fan a dar supporto alla band con pogo, cori e incitamenti. Maurizio fa il suo arduo compito da frontman egregiamente e aiutato dalle sue origini con un simpatico accento italiano un pò affievolito solleva la folla e la porta allo stremo fino alla conclusiva “In Shadows and dust” che chiude un concerto iniziato maluccio, ma concluso decisamente come si deve senza lasciare l’amaro in bocca. Nonostante tutto attendiamo il loro ritorno ad ottobre per poterceli gustare al massimo della forma e senza varie problematiche e contrattempi che ci hanno tenuto tutti un pò sull’attenti!

Dopo di loro scatta l’ora dei BEHEMOTH. Il combo polacco può ormai giustamente considerarsi un veterano della scena metal internazionale, e benché l’orario (12:00) e la luce del sole non sia proprio congeniale al loro sulfureo death metal, riescono comunque a mettere in scena uno show di tutto rispetto, forti di un seguito leale e fedele negli anni e ai cambi stilistici della band. Come prevedibile la scaletta è incentrata maggiormente sull’ultimo periodo decisamente più orientato su sonorità death metal, ma non mancano anche delle puntate nel passato più black (come non manca di puntualizzare il carismatico Nergal, vero faro guida del gruppo e ottimo frontman), con un pezzo come “Decade Of Therion” (dal sempre osannato “Satanica”), probabilmente uno dei più “pogati” dall’accaldato ma partecipe pubblico. Altri momenti caldi del set-list la devastante “Christians To The Lions” (condita anche da una doverosa presentazione da parte di un carichissimo Nergal) e “Slaves Shall Serve”. Tecnicamente la performance è assolutamente perfetta, con una particolare menzione per il “solito” Inferno, uno dei migliori batteristi della scena estrema, preciso, veloce, potente e anche decisamente scenico (non smette di roteare la lunga chioma per nemmeno un minuto, mentre pesta come un dannato su quelle pelli!). Ottimi Behemoth, nessuna sorpresa, e in questo caso non possiamo che esserne contenti.

Live Report Evolution Festival Live Report Evolution Festival

L’ora non sarà quella degli headliner ma è inutile nasconderlo, il gruppo più atteso e importante (almeno storicamente parlando) di oggi sono senza dubbio i CYNIC. Quell’unico album, il capolavoro “Focus”, uscito 14 anni fa ha fatto da solo più proseliti di moltissimi altri gruppi con un palmares ben più ricco di uscite, e la loro reunion di quest’anno è decisamente una manna dal cielo per tutti coloro che li aspettavano da tanto tempo. Ne è testimone la nutritissima schiera di magliette celebrative (fra vecchie e nuove) presenti al concerto. Il sole è ancora alto quando avvertiamo le inconfondibili note dell’opener “The Veil Of Maya”, ed è subito emozione pura. Il pubblico segue attento e letteralmente rapito la performance dei quattro dalla Florida, che appaiono davvero concentrati sugli strumenti e persino “timidi” se vogliamo (soprattutto il singer Paul Masvidal), ma nessuno si aspettava niente di diverso: la musica dei Cynic è cerebrale e solo in parte umorale, non è per il pogo sfrenato, ma per un ascolto attento e fine, magica alchimia che ancora una volta riesce e colpisce nel segno. Fa strano notare che Paul Masvidal ha completamente abbandonato l’utilizzo delle screaming vocals (che sono riprodotte da dei samples presi direttamente dall’album, Paul canta dal vivo solo le parti “pulite”) ma il risultato nel complesso ne ha forse solo accresciuto il fascino. I pezzi di Focus scorrono e i ricordi volano, ma c’è anche il tempo per due (graditissme) sorprese: la prima è l’esecuzione di Uroboric Forms insieme ad uno special guest vincitore di un concorso indetto dalla band, e nel caso di Firenze si è trattato di Giacomo Bortone, singer dei fiorentini Dysthymia, che ha offerto un’ottima prestazione nell’unico pezzo che ha avuto dei growling vocals eseguiti “live”. Possiamo solo immaginare l’emozione di trovarsi sul palco insieme ad un’autentica leggenda del metal come i Cynic! La seconda sorpresa è stata l’esecuzione di un nuovo pezzo (il primo esempio di materiale nuovo dopo 14 anni) intitolato Evolutionary Sleeper, che in linea con quello che sembra essere il nuovo corso della band non presenta voci urlate o growl, ma contiene intatta tutta la classe cristallina e “malata” se vogliamo dei Cynic, rinati in questo 2007. Un ottimo show che davvero non ha deluso le aspettative, speriamo al più presto in un comeback magari con un album nuovo.

Live Report Evolution Festival

Dopo avere assaporato un’esibizione come quella dei Cynic, che altro si può volere? Forse è dura competere, ma i KAMELOT ci riescono egregiamente, e lo fanno nell’unico modo possibile, proponendo cioè un’esibizione del tutto diversa da quella del gruppo che li ha preceduti. Cambio di scenario, una gigantesca riproduzione della copertina di “A Ghost Opera” e un Roy Khan abbigliato in uno stile a metà fra un personaggio di Matrix e un frequentatore delle discoteche più in della Riviera Romagnola sono le caratteristiche più evidenti per l’aspetto visivo. Musicalmente parlando, il repertorio proposto dai Kamelot spazia fra tutti gli ultimi album. Non mancano naturalmente i brani tratti dal nuovo album di recente uscita, dal quale vengono eseguiti “Mourning Star”e la title track, ma vengono anche ripescati brani come “Forever”, tratto da “Karma”, “Soul Society”, “When The Lights Are Down” e l’ottima “March Of Mephisto, tratte dal precedente “The Black Halo”; l’album “Epica” è invece rappresentato da “Center Of The Universe”, per una scaletta piuttosto equilibrata e caratterizzata da una resa sonora più che accettabile. L’unica nota stonata è la presenza sul palco di una corista praticamente impossibile da udire e totalmente nulla dal punto di vista della presenza scenica.
La caratteristica principale dell’esibizione dei Kamelot è la raffinatezza. Forse Roy Khan non sarà uno dei principali urlatori che da sempre imperversano nel power sinfonico, ma è proprio questa sua classe, nonché un’apparente essere in sordina rispetto a certi frontman esplosivi e forse più carismatici che lo rendono un personaggio quasi unico e degno della massima attenzione.

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Odio e violenza esplodono sul palco all’arrivo del trio tedesco e ci si scatena al caldo, ma per lo più all’ombra di un palco saturo di thrash metal teutonico. Finalmente in una set list leggermente più ampia dei precedenti festival che hanno visto i SODOM sempre in quella mezz’ora risicata, riusciamo a goderci uno show più succoso. E si parte con l’opener dell’ultimo disco “Blood on your lips” giusto per scaldarsi e provare gli strumenti. Un album che non ha lasciato il solco nella storia della band, ma nonostante le sue cavalcate più melodiche non si perde quella potenza ormai presente da più di 25 anni e il trio lo dimostra in pieno sul palco.
A mio avviso un’ottima scaletta vede un mix di grandi classici come “Blasphemer”, “The saw is the law” contornate dalle violenti anche se bene più recenti “Napalm in the morning” e “City of god”. Naturalmente non mancano quelle che hanno fatto la storia nell’underground del thrash tedesco sempre rimasto più nell’ombra rispetto quello della bay area come “Outbreak of evil”, “Remember the fallen”, “Bombenhagel” e naturalmente “Agent orange”. C’è insomma un pò di tutto quello che i Sodom possono fornire ai propri fan e finalmente anche in gran stile (spesso sui palchi dei festival non è facile districarsi con poco tempo a disposizione). C’è spazio anche per una cover e come al solito, Tom Angelripper non nasconde la sua passione per i motorhead regalandoci una “Ace of Spades” che persino lo stesso Lemmy avrebbe senz’altro apprezzato. Polverone, pogo, spontaneità di esecuzione conditi con qualche errore che “non stona” mai nel complesso è il sunto di ciò che è passato per un’oretta sul palco dell’Evolution. Naturalmente attendiamo di vedere ancora una volta i Sodom anche in un palco più piccolo, ma come headliners per gustarceli ancora una volta come si deve e… lunga vita al thrash.

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Un altro sensibile cambio di atmosfera si ha nel momento in cui si preannuncia l’arrivo sul palco dei FATES WARNING, senz’altro autori di una delle esibizioni migliori di tutta la giornata. Non basta una carriera più che ventennale a far perdere loro colpi, non basta un’assenza dai palchi italiani che durava da una dozzina d’anni, non bastano i primi accenni di stanchezza da una platea appena uscita dal fuoco di note dei Sodom. Il gruppo è più che mai alive and kickin’ e lo dimostra con una scaletta che lascia incantati i fedelissimi ascoltatori e impressiona favorevolmente anche chi conosce meno la band. Buona la scelta dei brani, con estratti presi da “Disconnected” e da “A Pleasant Shade Of Grey” che fanno un po’ rimpiangere l’assenza delle tastiere, per un’esibizione di circa un’ora inizialmente più fredda, poi via via sempre più intensa e sentita da parte dei musicisti. Ottima soprattutto la performance di Joey Vera, che non risente minimamente del jet lag e sembra anzi galvanizzato dal fatto che dovrà esibirsi anche più avanti con i Nevermore. Buona anche la performance di Roy Adler, pur con un taglio di capelli un po’ discutibile e un aumento sensibile del giro vita, veramente abile nel mantenere standard elevati e consentendosi poche soste fra un brano e l’altro. La conclusione con “Monument” sembra arrivare troppo presto.

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Gli animi iniziano a scaldarsi nelle prime file. I seguaci del glam iniziano a scalpitare, i ragazzetti di primo pelo inneggiano a Warrel Dane, ma sono i defender ad avere il loro momento di gloria con l’esibizione dei VIRGIN STEELE. A fine concerto si può dire sicuramente che una buona parte della responsabilità nel ritardo degli orari dipenda da loro, in quanto se ci sono stati effettivamente dei tagli nelle esibizioni praticamente per tutti, sembra che i Virgin Steele se ne siano altamente fregati, e la loro performance è senza dubbio la più lunga dell’intero Evolution. Comunque, si inizia con “Immortal I Stand”, solo la prima di una serie di opere all’insegna della maestosità e dell’epicità tanto cara a una nutrita schiera di appassionati.

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Su tutti troneggia (non per statura, ma per imponenza del carisma) un ottimo Defeis, in perfetta forma nonostante i segni dell’età sul viso, che al microfono o dietro le tastiere, senza perdere mai un colpo ripropone brani che ripercorrono in lungo e in largo la carriera del gruppo. Vengono quindi eseguite “The Wine Of Violence”, “Kingdom Of The Fearless”, “Invictus”, la classicissima “Great Sword Of Flame”, “The Burning Of Rome”, e non può mancare nel finale “Veni Vidi Vici”. L’unica pecca dal punto di vista sonoro è la mancanza del basso, soppiantato dall’arrivo di una seconda chitarra e da un lavoro veramente spettacolare svolto dalla batteria, che non ha avuto un attimo di respiro. Una buona esibizione per un estimatore del genere (e sicuramente tra il pubblico ce n’era più d’uno), un po’ meno allettante per gli appartenenti ad altre categorie di fan. Ma ormai calano le ombre della sera, ed è il turno degli headliner.

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Un concerto a metà. Questa è stata la netta sensazione sulla prova dei NEVERMORE. I ritardi che ormai tutti conosciamo (vedi Sebastian Bach) purtroppo si sono ripercossi proprio sulle due band headliner, cosa che non può far altro che lasciare l’amaro in bocca. Per quanto riguarda i Nevermore il “taglio” è risultato evidente dal fatto che non sono stati eseguiti alcuni pezzi dall’album “Dead Heart In A Dead World”, da molti fan (incluso il sottoscritto) ritenuti il capolavoro della band di Seattle. Per il resto la prestazione della band è stata eccelsa dal punto di vista strumentale, anche se è stata netta l’impressione che il singer Warrel Dane (che si presenta sul palco con i capelli più corti e tinti di rosso e cappello da cowboy, tanto per essere sicuri di non fare troppo headbanging) fosse un po’ su un pianeta tutto suo e assai poco sul palco “con la testa”. Un rapporto col pubblico a dir poco svogliato che ha fatto decisamente rimpiangere il magnetico frontman che avevo avuto modo di vedere in passato. Niente da dire invece sulla prestazione vocale che si è assestata su ottimi livelli. Voci di corridoio dicono che Warrel sia alle prese con una pesante disintossicazione dall’alcool, motivo per cui speriamo tutti di rivederlo presto al top. Tornando alla band (orfana del bassista storico Jim Sheppard, sostituito mirabilmente da una pietra miliare delle 4 corde: Joey Vera, che si era fra l’altro da poco esibito con i Fates Warning), i nostri ci hanno offerto una prestazione davvero potente e degna del loro nome, con i pezzi estratti per lo più dagli ultimi due lavori in studio (“Enemies Of Reality” e “This Godless Endeavor”), fra i quali è spiccata una davvero ben riuscita “Born”, eseguita quasi alla fine della scaletta, che “in teoria” avrebbe dovuto scaldare il pubblico per un grande finale, che purtroppo non è mai arrivato. Ottimo concerto, ma appunto come dicevo “a metà”. Speriamo di rivederli presto al top della forma e per un po’ più tempo.

Due esibizioni da headliner in tre edizioni dell’Evolution Festival, come presentazione non c’è male. Al di là dei fan (ehm, delle fan) più sfegatati, di quelli che non si perdono una puntata delle Gilmour Girls perché sperano in una sua apparizione, anche qualche scettico non può non ammettere che l’esibizione di SEBASTIAN BACH abbia avuto, al di là di tutto, un’impronta eccezionale. Riascoltare dal vivo brani come “Slave To The Grind”, “Big Guns”, “Monkey Business” e naturalmente l’immancabile “18 And Life” dovrebbe essere già sufficiente a spazzare via le tante polemiche che sono sorte a conclusione dell’esibizione, soprattutto considerando che Bach è ancora in ottima forma e si conferma essere un trascinatore di folle, giocando con il cavo del microfono come se fosse un bastone da majorette e incitando a più riprese il pubblico, sostenuto ampiamente dai suoi preziosi musicisti, il chitarrista Metal Mike fra tutti. La differenza principale tra questa esibizione e quella del 2005, luogo a parte, sta però nell’atmosfera generale che si respira sul palco, per niente improntata ad uno stile allegro e di puro divertimento. Se due anni fa Bach appariva rilassato e in forma, presentandosi nel pit durante le esibizioni precedenti e arrampicandosi sulle impalcature principali, oggi la stessa persona si è trasformata in una rockstar arrogante, che prende ripetutamente a male parole fonico di palco e manager che non riescono a risolvere gravi problemi di volume al suo microfono, compromettendo seriamente tutto il corso della performance. Fortunatamente l’ex Skid Row riserva ondate di affetto al suo pubblico, esibendosi in alcune frasi in italiano preparate per l’occasione che mandano in visibilio gli spettatori. Ma chi era presente e chi ha letto la stampa specializzata nei giorni successivi all’Evolution saprà bene che l’esibizione si è conclusa con lo stacco della corrente sul palco a mezzanotte e 27 mentre Bach, a luci spente, intonava l’ultimo ritornello di “Youth Gone Wild”, causa intervento della polizia, che era già presente sul luogo da almeno un paio d’ore. Il taglio di uno dei suoi cavalli di battaglia a così poco dalla fine ha scatenato le ire di Seb, che ha lasciato il palco e si è fatto portare in albergo seduta stante, mentre il resto della band è giustamente tornata in scena (sempre a luci spente) e ha riscosso calorosissimi applausi. Non è questa la sede per fare polemiche, né è il momento adatto per ipotizzare le possibili conseguenze di un finale del genere sulle prossime edizioni del festival (che comunque già quest’anno aveva risentito di un calo di presenze rispetto alla scorsa edizione, che a sua volta era in calo rispetto al 2005); concordiamo sul fatto che gli organizzatori non potessero fare nient’altro, e che in effetti ci sono stati sensibili tagli di scaletta per molti gruppi, ad esempio per i Kamelot, e che stando allo stage timings ufficiale Bach avrebbe dovuto esibirsi dalle 22.45 a mezzanotte, mentre invece ha iniziato all’incirca alle 23.10, per cui se le forze dell’ordine avevano imposto il silenzio per quell’ora, non c’era davvero null’altro da fare. Andando a ritroso, si scopre che anche gli altri gruppi erano in ritardo; i Nevermore, ad esempio, si sarebbero dovuti esibire dalle 21.00 alle 22.15, mentre la loro esibizione ha avuto inizio verso le 21.35, e i Virgin Steele, come già accennato, hanno prolungato la loro esibizione ben oltre le 20.30, orario in cui avrebbero dovuto terminare. Da notare infine che parte del ritardo, al di là dei cambi di palco, è probabilmente da imputare al “Bluargh Contest”, concorso piuttosto discutibile che ha visto fronteggiarsi improvvisati urlatori di tutti i tipi, con in palio birra gratis per tutta la serata. Ci auguriamo comunque sinceramente che l’edizione del 2008 consenta di dimenticare questi ultimi intoppi, lasciando che sia la musica a prevalere sulle polemiche.

Live report a cura di Anna Minguzzi, Ivan “Ivol” Gaudenzi e Michele “Bless” Tani.

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