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29/06/2008 : Gods Of Metal (Bologna) 3° giorno

Pubblicato il 4/07/2008 da in Live report | 0 commenti


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Live report Gods Of Metal Bologna, Judas Priest, Iced Earth, Malmsteen, Morbid Angel, Obituary, Enslaved, Infernal Poetry, Nightmare, Fratello Metallo, The Sorrow

Gods Of Metal 2008 – Domenica 29 giugno (Arena Parco Nord, Bologna)

Judas Priest
Iced Earth
Malmsteen
Morbid Angel
Obituary
Enslaved
Fratello Metallo
Infernal Poetry
Nightmare
The Sorrow

Terzo ed ultimo giorno di GODS OF METAL in quel di Bologna. La nostra truppa, seppur in presenza più limitata, si è mossa anche oggi e ha portato a casa il report che potete leggere qui sotto. Il Gods Of Metal 2008 si chiude a nostro avviso in maniera buona: la Live ha mischiato le carte e dopo anni ha accontentato i fans della musica più estrema limitando o togliendo del tutto generi come l’hard rock, il glam, il progressive che negli scorsi anni avevano visto gruppi ricoprire addirittura ruoli da headliners. L’ottima affluenza complessiva ha prodotto sicuramente un risultato finale positivo, l’ormai vicino Rock Of Ages placherà gli animi degli hard rockers rimasti a bocca asciutta, mentre l’ancor più vicino Evolution Festival soddisferà tutti coloro che considerano l’Idroscalo di Milano una location migliore del Parco Nord di Bologna. Noi di EntrateParallele ci siamo divertiti, abbiamo passato tre giorni di Metallo assieme ai nostri amici e abbiamo trasportato tutte le nostre emozioni in questi report e in queste foto. Speriamo di essere riusciti a trasmettervi un po’ di quella magia che da sempre fa da sfondo ai festival musicali.

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Il caldo del mezzogiorno domenicale non impedisce ai francesi NIGHTMARE di sfoderare il loro repertorio di metal classico nel poco tempo a loro disposizione. Un certo numero di seguaci si trova sotto il palco, zona facilmente raggiungibile perché il caldo e l’ora di pranzo allontanano la maggior parte dei presenti. Per chi non lo sapesse, la matrice prima di questo gruppo si è originata addirittura nel 1979.

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Come mai allora, dato che il gruppo è attivo (anche se con alcune interruzioni) da quasi trent’anni, molti di voi non ne hanno mai sentito parlare? Non solo perché l’Europa è piena zeppa di gruppi che fanno un genere simile, ma anche perché il metal classico dei Nightmare è fin troppo classico, anche se i pezzi di “Genetic Disorder” sono resi bene dal vivo, manifestando la stessa rabbia grintosa che già si respirava su CD; soprattutto, poi, perché il buon Jo Amore, cantante della band, per quanto si sforzi di essere carismatico e di coinvolgere il pubblico, arriva a due terzi dello show praticamente senza voce. Sono comunque da apprezzare la buona presenza scenica di tutto il gruppo e le bellissime chitarre, in particolare quella con motivo fiammeggiante di Franck Milleliri.

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Si cambiano radicalmente genere, scenario e terra di origine con l’arrivo degli INFERNAL POETRY. Prima di tutto va fatto un plauso all’intero gruppo, che si presenta indossando una sorta di divisa, completa di ginocchiere nere uguali per tutti, e dà prova di una tenuta di palco da veri professionisti, nonostante il sole continui a picchiare inesorabilmente. Va poi sottolineata la simpatia del cantante Paolo Ojetti, che con la sua testa da Gorgone bionda non smette un attimo di muoversi da una parte all’altra del palco e intrattiene il pubblico in diversi momenti, ringraziando tutti i presenti per la tenacia con cui assistono allo show. Ad un certo punto Ojetti riesce addirittura a farsi lanciare sul palco una bottiglia da un litro e mezzo piena di vino rosso, con la promessa che “poi lo restituisco, eh?”, che sorseggia voluttuosamente nonostante sia tutto fuorché vino freddo.

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Dal punto di vista musicale, il momento più particolare è senza dubbio la comparsata di Trevor dei Sadist, che si spiega con il fatto che gli Infernal Poetry si avvarranno della sua collaborazione nella registrazione del loro nuovo album, prevista per l’autunno. Il genere che ora viene bollato come “schizo death metal” imperversa quindi sull’asfalto rovente del Parco Nord, lasciando un’impressione altamente positiva.

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Una delle esibizioni più attese di tutto il Gods, quantomeno per curiosità, è proprio quella dell’ormai celeberrimo Frate Cesare, in arte FRATELLO METALLO. Dopo le sue apparizioni sui palchi di svariati concerti rock (la prima volta proprio sul palco del Gods nel 1999), si accinge al grande passo e a suonare con un vero gruppo cristiano. A dire la verità fece un’apparizione canora anche nel 2000, ma di scarso rilievo, mentre quest’anno, grazie ad una buona sponsorizzazione da parte dei giornalisti, della Rai e di un merchandise di magliette con tanto di sagoma ed effigie, il buon frate zitto zitto entra nell’ambito del “metallo” con grande facilità, vista la curiosità dei tanti metallari contrariati o divertiti da questo insolito personaggio. Ed è così che lo ritroviamo a predicare da una sorta di pulpito al blasfemo pubblico del Gods che, qualche bestemmia a parte, sembra gradire la scenetta.

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In quanto a Heavy metal, non si può dire che il frate sappia cantare o quantomeno comporre canzoni, che a parte tanti riferimenti biblici e la parola “Metallo” non presentano grandi significati. Il modo di avvicinare i giovani metallari alla Chiesa è piuttosto scarso quanto a originalità e dubito ottenga il suo scopo. Tuttavia nessun intoppo e nessuna rivoluzione contro il buon frate e quindici minuti non intaccano di certo la kermesse del Gods Of Metal, quindi nessuna lamentela, qualche applauso e tante risate. Assieme all’idea dei paracadutisti che ogni giorno sono scesi nei pressi dell’arena una curiosità da riproporre, ma a piccole dosi!

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Direttamente da Bergen e dalla fredda Norvegia, proprio nelle ore più calde di una delle giornate più torride di tutta l’estate, è il momento dei vichinghi ENSLAVED. Band azzeccatissima in un bill spezzato a metà fra gruppi classici e gruppi più estremi. Un paio di stendardi e tanta musica viking è quello che propongono i ragazzi norvegesi, ma per intendesi non un viking “alla Korpiklaani” o “alla Ensiferum”, ma più una sorta di contaminazione progressive black visto che, a differenza della moltitudine di gruppi viking o folk, non hanno origine finnica (o in alcuni casi svedese). Si sente appunto l’appartenenza ad una terra dove il black è sempre stato un punto di riferimento per tante band e devo dire che, senza nulla togliere agli altri esponenti del viking, abbiamo assistito ad un concerto del tutto originale e violento allo stesso tempo, con dei grandi professionisti sul palco.

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I suoni duri e pesanti si scagliano contro il pubblico accaldato che cerca di trovare riparo con ombrelli, cappelli e acqua, ma non ci si arrende e, nonostante la scarsa affluenza di metal kids rispetto alle giornate precedenti, la folla si raduna lo stesso sotto il palco a sostenere gli Enslaved, i quali, benchè accusino pesantemente il sole (lo si può notare nel vedere arrossare la pelle dei pallidi norvegesi dopo neanche un’ora di concerto), non mostrano grande sofferenza. Non si può parlare di cori, ma di grida dei fan italiani incitati da un vero mastino del palco quale è Grutle Kjellson, voce e basso della band. Quindi grandissima esibizione per una proposta insolita al Gods of Metal. Assolutamente da riproporre e consigliatissimi da vedere in sede live.

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Quando si viene dalla Florida si conosce già bene il caldo umido, ma quello patito poco dopo le 14.30 del 29 giugno nel catino infernale dell’ Arena Parco Nord di Bologna gli OBITUARY se lo ricorderanno a lungo. Non capita spesso di vedere una band che ha bisogno di rinfrescarsi quasi dopo ogni pezzo per l’ afa opprimente, e pensate ai fans che erano sotto il palco già da ore! Quando si dice la passione… Se il clima di certo ha condizionato la reazione del pubblico, molto piu’ tranquilla di ciò che sarebbe lecito attendersi durante un concerto degli Obituary, la band non ha comunque lesinato nulla per fornire la prestazione migliore possibile, pure in una situazione climatica tanto sfavorevole. Come se non bastasse, anche i suoni avrebbero potuto essere migliori: è vero che il “wall of sound” delle chitarre ritmiche degli Obituary è sempre stato piuttosto grezzo, ma in questo caso mancano in parte profondità e corposità di suono. Solo tre classici sono stati suonati dai primissimi lavori della band, “Turned Inside Out”, “Chopped In Half”, (entrambi estratti da “Cause Of Death”) e la conclusiva “Slowly We Rot” dal disco omonimo, sicuramente la canzone del set piu’ apprezzatà dai fans del combo americano: un po’ poco per i tanti fans storici del gruppo che speravano di ascoltare vecchi pezzi del calibro di “‘Til Death”, “Dying” o “Internal Bleeding”.

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Il maggior numero di brani è stato estratto dall’ultimo album “Xecutioner’s Return”, dal quale sono stati suonati tra gli altri il singolo “Evil Ways” e “Face Your God”, e molto saccheggiato è stato pure il precedente album “Frozen In Time”, del quale ricordiamo di aver ascoltato (se il caldo non ci ha fatto un brutto effetto) “Insane” e “On The Floor”. Sugli scudi John Tardy e la sua voce particolarissima: di certo non deve essere facile per lui esprimersi al meglio con un clima simile; una nota di merito va anche alle chitarre di Ralph Santolla e a Trevor Peres. Bello vedere un personaggio come Ralph restare nel photo pit per seguire i concerti delle bands a seguire, un po’ meno per i fotografi costretti a destreggiarsi nella già ristretta zona a loro consentita. Santolla è un fenomenale chitarrista solista, che tra l’altro ha suonato anche con Sebastian Bach, e continua ad essere il chitarrista dei Deicide; è ritenuto da alcuni inadatto alla band perchè troppo melodico, al punto da snaturare il classico Obituary sound, ma il sottoscritto pensa che Ralph abbia in parte arricchito il gruppo con la sua presenza, portandogli un minimo di freschezza esecutiva (come era già avvenuto con il gruppo di Glen Benton), in un momento in cui il combo poteva rischiare di diventare troppo autoreferenziale e legato al proprio passato. Rocciosi.

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Se i Carcass avevano destato presso tanti appassionati l’impressione maggiore nella giornata di sabato, i MORBID ANGEL , per molti, si sono aggiudicati “idealmente” la palma della migliore performance domenicale. Tecnicamente il gruppo è di livello eccelso, e non è di certo una novità, con la batteria di Pete Sandoval e la chitarra di Trey Azagthoth a fare da motori musicali di una band che riesce ad essere potentissima senza mai stancare, grazie a indovinati cambi di tempo, ripartenze assassine, riffs ispirati e assoli sempre degni di questo nome. Anche l’innesto del nuovo chitarrista Thor Anders Myhren, proveniente dagli Zyklon, pare non aver rovinato l’alchimia in seno al gruppo.

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I Morbid Angel sono il perfetto esempio di formazione che ha raggiunto meritatamente, e da molti anni, lo status di “cult band”, grazie allo sviluppo di un songwriting personale e al perfezionamento delle proprie doti tecniche: Trey e Pete sono musicisti di riferimento nell’intera scena metal mondiale, testimonials per le case produttrici dei loro rispettivi strumenti, ed hanno sicuramente contribuito a sdoganare il genere death metal dalle considerazioni piu’ puerili che l’hanno sempre accompagnato, facendo focalizzare l’attenzione degli ascoltatori e dei mass media sulla musica, su partiture complesse e cangianti ma sempre interessanti. Il set della band è stato un tuffo al cuore per gli appassionati del genere, con gli album di maggiore successo della band, “Altar Of Madness” e “Covenant”, considerati maggiormente nella scelta dei pezzi.

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E’ stato un piacere rivedere nuovamente Dave Vincent alla voce: dal suo ritorno nella band tre anni fa (ricordo un altro grande concerto a Bologna, nel “vecchio” Estragon) stiamo ancora attendendo il nuovo disco, quello il cui titolo dovrebbe iniziare con la “I”. Il gruppo della Florida (conterranei degli Obituary) ci ha pero’ regalato un antipasto succoso del nuovo platter, suonando la inedita “Nevermore”, un pezzo che contiene tutti i trademarks tipici del gruppo: i tempi spezzati, le parti di doppia cassa e quelle piu’ rallentate, assoli di grande tecnica e il vocione di Dave Vincent a condire il tutto. Se anche ad alcuni la magliettina plasticosa o i capelli tinti di nero di Vincent (peraltro il suo look da tre anni a questa parte) proprio non vanno giu’ (di certo non infastidiscono il sottoscritto), noi consigliamo di concentrarsi sulla musica con l’ascolto di pezzi da novanta del genere come “God Of Emptiness” e “Where The Slime Live”, quest’ultima graziata da un assolo che è un tributo ispiratissimo a Eddie Van Halen, da sempre punto di riferimento chitarristico di Trey Azagthoth. Grandiosi.

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Morbid Angel:

Rapture
Pain Divine
Maze Of Torment
Nevermore (inedita)
Immortal Rites
Fall From Grace
Evil Spells
Chapel Of Ghouls
Dawn Of The Angry
Where The Slime Live
God Of Emptiness
World Of Shit (The Promised Land)

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È già stato detto e va ripetuto ancora una volta: YNGWIE MALMSTEEN o lo si adora o lo si odia. È difficile allora dare una definizione obiettiva della sua esibizione in questa sede, perché non si è obiettivi nel parlare di una persona che si ama anche quando sbaglia. Da un punto di vista il più possibile razionale, infatti, quello del fan che ha voglia di ascoltare i pezzi del virtuoso svedese dall’inizio alla fine, questa esibizione è stata a dir poco discutibile, se non addirittura imbarazzante. Troppi sono stati i momenti in cui Yngwie (che probabilmente sta attraversando una delle sue fasi di sobrietà, essendo comunque abbastanza dimagrito rispetto alle immagini degli scorsi anni) si è lasciato andare a quella frangia di esibizionismo che lo ha da sempre caratterizzato, risultando molto divertente dal punto di vista scenico, ma spargendo sul campo troppe scale troppo veloci e troppo ravvicinate le une alle altre e fini a se stesse, che hanno finito per soffocare la bellezza dei suoi brani, aspetto questo assolutamente indiscutibile. Ne hanno risentito alcuni grandi classici, come la stupenda “Far Beyond The Sun”, di cui in certi momenti si è addirittura perso il filo, anche da parte di chi la conosce bene avendola ascoltata più e più volte. Per fortuna ci sono anche le parti cantate, che in un certo senso tolgono a Yngwie libertà di espressione, perché c’è Ripper Owens dietro il microfono, anche se a volte qualcuno forse se ne dimentica, e anche lui fa il suo dovere. Ecco quindi che altri brani classici, come “Rising Force”, “Never Die” e “You Don’t Remember, I’ll Never Forget” vengono rese in modo molto più fedele all’originale, entusiasmando il folto pubblico raccolto, un po’ per curiosità, un po’ per passione, un po’ magari per prendere in giro il chitarrista svedese.

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Sarebbe stato meglio evitare l’esecuzione di “I Am A Viking”: anche se si sa quanto Yngwie tenga a questa canzone, è probabilmente fuori epoca e troppo banale a fronte di molti altri brani anche più recenti e tuttora più efficaci. È invece perfetta la conclusiva “I’ll See The Light Tonight”, con cui Yngwie è solito chiudere le sue esibizioni, altro brano “antico” che non perde minimamente il suo smalto. La caduta di stile peggiore, che speravamo non avvenisse, è invece la distruzione della Stratocaster color crema, altro spettacolo già visto in altre sedi, ma che speravamo ci venisse risparmiato: chi scrive ritiene infatti che sia un atto del tutto inutile (anche perché questa chitarra non ne voleva sapere di rompersi…) oltre che un segno di spreco e in un certo senso di spregio del proprio strumento. Va bene che Yngwie rimase folgorato da Hendrix quando aveva sette anni, ma ormai i tempi sono cambiati e, se un gesto del genere poteva avere senso a Woodstock, qui risulta essere solo un patetico tentativo di imitazione, tra l’altro in un anno in cui il Gods ha aderito al progetto Edison, che mira al risparmio energetico. Avremo comunque modo di sincerarci con il nuovo album di Yngwie, che pare di imminente uscita, se il grande leone svedese abbia ancora delle buone carte da giocare. La sua esibizione bolognese è risultata nel complesso positiva, soprattutto perché incentivata dalla presenza di Ripper Owens, ma ci si sarebbe potuto permettere qualcosa di più da un personaggio del genere.

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Per la cittadina di ICED EARTH erano stati anni difficili. L’abbandono dello sceriffo Matt Barlow, giustificato dal suo desiderio di servire la propria patria altrove nella lotta contro i posers e le ingiustizie, aveva lasciato presso tutti gli abitanti del metallico paese un vuoto difficile da colmare. E il generale Custer Jon Shaffer, invecchiato, lasciatosi crescere moltissimo i grigi capelli, alle prese con sempre piu’ frequenti problemi alla schiena, non riusciva più, da solo, a difendere un villaggio che, da piccolo che era, si era fatto sempre più grande e pericoloso, una vera “Sin City”. Ne era passato tanto di tempo da quel lontano 1984, annata in cui erano stati posti i primi mattoni della città (quello che esisteva in quella zona, prima, si chiamava “Purgatory”). Ma come in tutte le belle storie qualcosa di imprevedibile puo’ accadere e cambiare tutto, in questo caso ridando ai metallari la speranza che la musica dei posers non l’avrà mai vinta e che il metal non morirà mai. Un bellissimo giorno infatti, uno di quelli benedetti da Dio (“Ronnie James” ndMax), lo sceriffo Barlow tornò a casa, in sella ad un bellissimo cavallo nero (non si capisce perchè devono sempre essere bianchi… E poi siamo o non siamo metallari?), la stella lucente appuntata sul cuore, il pugno battente su quel cuore davanti alla folla in giubilo, facendo il segno delle corna che simboleggiano la fertilità di buoi e vacche nel linguaggio muto dei cowboys. Eh sì, Matt aveva lasciato tanti ricordi (anche tra le ballerine del saloon…) e c’era tanta curiosità di vedere se sarebbe riuscito ancora a far sentire la sua voce, ad arrestare i cattivi e a far trionfare il bene della popolazione metal.

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La sua voce, nonostante si fosse cimentato a usarla solo nell’ambiente delle forze dell’ordine, è rimasta la stessa, incredibile per estensione e potenza, con acuti strabilianti esibiti senza battere ciglio sotto un sole infernale: in una landa desolata e senz’acqua, terra di Cactus e tagliatelle, lo sceriffo Barlow ipnotizza i presenti. I cittadini di Iced Earth si guardano soddisfatti e si dicono: “Questo sì che è il metal!”. Si dice che lo sceriffo si sia lanciato in un discorso ai metallari più o meno su questo tono: “…Sognerete di avere un’occasione, solo un’altra occasione, di essere qui, davanti ai vostri nemici, per gridare che ci possono togliere tutto, ma non potranno mai toglierci la libertà! LIBERTA’!!!!!”. Ho i miei dubbi che il discorso sia proprio quello, è più probabile che tra i temi trattati ci siano, tra gli altri, “Declaration Day”, “Travel in Stygian”, una splendida storia su “Dracula”, magistralmente raccontata (forse l’apice del discorso) dal nostro amato sceriffo, nonchè “Violate” e “Pure Evil”, la prima un invito velato a non porgere l’altra guancia nella guerra per l’indipendenza contro i posers (oggetto della seconda traccia) che rappresentano il male più puro al mondo…

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Quel che è certo, però, è che anche il Generale Custer Jon Shaffer, che nel frattempo impugna una chitarra da usare come arma contro la tribù dei discotecari, aveva atteso il ritorno della cavalleria per anni. Con il figliol prodigo al suo fianco, Shaffer pare un uomo rigenerato e posseduto, e così anche il resto degli uomini in divisa, Troy Seele (armato anch’egli di chitarra), il baffo di Freddie Vidales (con uno strano strumento con meno corde) e quel satanasso di Brent Smedley intento a picchiare su tamburi indiani: tutti in grande forma, motivatissimi e pronti a qualunque cosa pur di scacciare il nemico, che è chiunque ci voglia privare della libertà di ascoltare quello che piu’ ci piace: il metallo! Epici.

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Setlist:
Dark Saga
Vengeance Is Mine
Burning Times
Declaration Day
Violate
Pure Evil
Ten Thousand Strong
Dracula
Travel In Stygian
The Coming Curse
Melancholy (moly Martyr)
My Own Saviour
Iced Earth

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Chiusura in bellezza delle tre giornate metalliche in quel di Bologna con un’altra band proveniente dagli albori dell’Heavy Metal. I JUDAS PRIEST si presentano con uno stage piuttosto classico, poco più sobrio di quello dei Maiden e chiaramente più appariscente di quello (praticamente nullo) degli Slayer. Palco quindi composto da un paio di scalette laterali e dalla batteria, sopra un’enorme ingresso che riserverà una sorpresa solo alla fine. Siamo al crepuscolo quando, dopo un veloce cambio palco, si abbassano ancora una volta le luci dell’Arena Parco Nord e “Dawn Of Creation” ci introduce a quelle che saranno un paio d’ore di puro rock: mentre entrano lentamente i componenti, Rob Halford sbuca fuori da una delle due scalette e si comincia! Si parte senza pensarci con “Prophecy”, brano tratto dall’ultimo disco “Nostradamus”, molto criticato ma di forte impatto dal vivo. Proseguiamo senza tante soste con “Metal Gods” e si fa cantare un po’ il pubblico. L’atmosfera è veramente rock n roll e viene persino sedata sul nascere una rissa tra la security e alcune teste calde del pubblico. Nel frattempo Halford e soci continuano ed estrapolano una scaletta quasi totalmente classica, ripescando per l’appunto “Eat Me Alive” da “Defenders Of The Faith” e “Between The Hammer And The Anvil” da “Painkiller”.

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Come avevo già potuto appurare nella reunion del 2004, questi inglesotti non sembrano assolutamente sentire l’età e sono strumentalmente impeccabili. E’ un piacere vedere Scott Travis che mena imperterrito sulla batteria e detta il tempo a tutta la band e a tutto il pubblico. Andiamo avanti ancora con il trittico di brani classici “Devil’s Child”, l’inaspettata “Breaking The Law” a metà scaletta e “Hell Patrol”. Sebbene Halford non sia sempre in grado di raggiungere le note di un tempo, riesce ancora a stupirmi per il modo di affrontare un tour e un concerto con tutte quelle energie, mentre le chitarre di K.K. e Tipton hanno i volumi giusti per gridare alla folla il loro rock n roll. Forse “Ripper” Owens riusciva a cantare meglio e senza grossi problemi, ma la presenza scenica di Halford rimane ancora un primato. Ancora un paio di pezzi e giungiamo alla ballad “Angel”, ottima scelta per sostituire la solita “Diamond And Rust” per i cuori teneri. Per il resto, si torna alle radici con “Electric Eye”, il ripescaggio di “Rock Hard Ride Free”, sempre da “Defenders Of The Faith”, e “Sinner”. Ci si prepara alla conclusione e naturalmente è Scott Travis che con qualche rullata preannuncia il Gran Finale con l’attesissima “Painkiller”, che ci fa arrivare alla fine sudati, ammaccati e senza voce ma soddisfatti! Sicurissimo che dopo un’esibizione così non ci sarà un bis, il pubblico comincia a dileguarsi, ma le luci non si accendono ancora. E’ il momento della porta a sorpresa sotto la batteria, che fa da ingresso all’ormai immortale Rob su una luccicantissima Harley Davidson, e si prosegue con “Hell Bent For Leather” cantata in comoda posizione dalla moto. Ancora un po’ di spazio per i Judas ed è ora di “The Green Manalishi”, cover dei Fleetwood Mac. Ulteriori cori tra Halford e il pubblico, che nonostante la stanchezza non vorrebbe abbandonare quello che è stato lo scenario di tre giorni fantastici, e non resta che congedarci con la stracantata “You’ve Got Another Thing Comin'”. Che dire? Questo è rock n roll e ancora una volta ci è stato dimostrato che l’età non fa il metallaro e si può suonare o andare ai concerti in qualsiasi fase della vita. The Priest is back!!!

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Dawn Of Creation
Prophecy
Metal Gods
Eat Me Alive
Between The Hammer And The Anvil
Devil’s Child
Breaking The Law
Hell Patrol
Death
Dissident Aggressor
Angel
The Hellion/Electric Eye
Rock Hard Ride Free
Sinner
Painkiller

Hell Bent For Leather
The Green Manalishi
You’ve Got Another Thing Comin’

Live report di Anna “Pale Star” Minguzzi, Ivan “Ivol” Gaudenzi e Massimo “Max Moon” Guidotti. Fotografie di Ivan “Ivol” Gaudenzi, Massimo “Max Moon” Guidotti, Anna “Pale Star” Minguzzi e Sabina Baron. Correzioni di Maria “Mary-Lou” Narducci.

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