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12/07/2008 : Evolution Festival (Milano)

Pubblicato il 15/07/2008 da in Live report | 0 commenti


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Evolution Festival 2008, In Flames, Opeth, Pain Of Salvation, Gamma Ray, Death Angel, Necrodeath, Novembre

La quarta edizione dell’Evolution Fest, quella del 2008, doveva essere quella del rilancio. Dopo la promettente partenza del 2005, l’ambiziosa edizione dell’anno successivo (sempre nella bella location di Toscolano Maderno), quella del 2007, di transizione, svoltasi nella cornice verde del parco delle Cascine a Firenze, forti di una joint venture tra Gods of Metal e Evolution Fest, gli organizzatori dell’Evo hanno scommesso sull’ arena Idroscalo di Milano. La giornata di venerdì 11 luglio verrà pero’ purtroppo ricordata a lungo come una sorta di Waterloo nella storia dei festival metal nostrani. A fronte di un bill non irresistibile, ma che comunque presentava bands come Dark Tranquillity e il ritorno su un palco italiano dei fratelli Cavalera, il festival ha visto la presenza di poco più di millecinquecento spettatori.

Dopo un primo giorno talmente disastroso dal punto di vista degli incassi e delle presenze, per un festival che invece, artisticamente, aveva offerto buone prestazioni musicali e un set dei Cavalera Conspiracy che ha fatto sobbalzare il cuore di ogni fan dei Sepultura, vado subito a raccontarvi la giornata di sabato 12 luglio. Una di quelle giornate di cui, come si suol dire, si parlerà a ancora lungo, e non solo per motivi musicali.

Arrivo all’Idroscalo quando sono quasi le 13.00 e l’affluenza di spettatori a quest’ ora è decisamente scoraggiante, ma già superiore a quella registrata per gli headliners del giorno precedente. Sono circa in duemila-duemilacinquecento a sfidare il caldo e il sole milanesi in questa domenica dedicata al metallo. Giusto il tempo per sentire gli ultimi minuti dei bolognesi Idols Are Dead, che ho già visto dal vivo pochi mesi fa proprio nella città delle due torri. La band chiude il set con la cover dei Guns’ N’ Roses “It’s So Easy”. Gli Idols Are Dead suonano un thrash metal melodico modernizzato e contaminato che ben si adatta alla dimensione live, una sorta di Anthrax, Testament e Metallica meets Trivium, Avengeld Sevenfold e Bullet For My Valentine, il tutto realizzato con un certo gusto compositivo. Il gruppo è in tour per presentare pezzi dal debut album “Mean” e dai pochi minuti che ho ascoltato mi sembra di poter dire che non abbia sfigurato, nonostante l’ora non ideale e il caldo inclemente, alla faccia di chi aveva parlato di un week-end con perturbazioni metereologiche. In questo momento, infatti, di nuvole se ne vedono davvero pochissime e quelle che ci sono di certo non fanno paura, ma la giornata è ancora lunga…

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Da un thrash piuttosto moderno e melodico ad uno nero come la pece e che strizza l’ occhio alle sonorità estreme del black-death (specialmente nella voce): i Necrodeath, cult band italiana ancora in attività dopo molti anni, ci ricordano come l’ attitudine della band non sia cambiata di una virgola, anche se l’ultimo album della band, “Draculea”, ha provato a portarla in territori più sperimentali, a tratti più atmosferici, sinistri, ed è stato accolto in modo non unanime da fans e critica specializzata.

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Buona la prova live del gruppo e in particolar modo quella del carismatico singer Flegias. Tra i pezzi eseguiti dai Necrodeath ricordiamo “Flag” da “Ton(e)s of Hate”, “Hate And Scorn” da “Mater Of All Evil” e la finale “Smell Of Blood” dal nuovissimo “Draculea”, presentata da Flegias con una di quelle frasi classiche da death metal singer: “Vi lasciamo con il consueto odore del sangue.” Brrrrrr…

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I Novembre sono una band speciale, le cui storia e musica non sono ancora conosciute ed apprezzate come meriterebbero. La band è nata nel 1990, quando in realtà si chiamava Catacomb, per iniziativa dei fratelli catanesi Orlando, Carmelo (chitarra e voce) e Giuseppe (batteria). Il primo album della formazione, “Wish I Could Dream It Again…”, risale al 1994 e questo brevissimo accenno di biografia della band era doveroso per far capire come l’album di debutto discografico della band sia addirittura di un anno precedente al primo disco degli Opeth, “Orchid”, ora considerato seminale, dato alle stampe nel 1995. Se si pensa che il primo disco dei Novembre già conteneva buona parte delle intuizioni che hanno reso la musica degli Opeth tanto apprezzata e imitata negli ultimi anni, non si puo’ non rendere merito alla nostra band.

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Il death metal contaminato da melodie di rara bellezza, l’alternanza di stili vocali diversi, il growl e il cantato pulito, l’ambizione di rendere profonda e di spessore una musica spesso usata solo per esprimere aggressività e negatività come quella estrema: era tutto già presente nella musica della band. I Novembre di Carmelo Orlando sono maestri nei contrasti, poche altre formazioni riescono a giocare su potenza e melodia con gli stessi risultati. Tra i brani eseguiti dalla band nel loro set citiamo “Nostalgiaplatz” e “Love Story”, dal terzo album “Classica”. La voce di Carmelo Orlando ora è forse meno incisiva nei death metal screams ma ancora piu’ profonda ed espressiva nelle parti pulite. Un’esibizione non sempre pulitissima nell’esecuzione ma di certo davvero emozionante, che è quello che più conta. Date una chance a questa band.

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Tecnicamente saliamo di livello con gli svedesi Pain Of Salvation, una delle rare prog metal bands che antepone il songwriting, la cura delle melodie e un azzeccatissimo uso dei cori allo sfoggio di tecnica strumentale, tipico di questo genere. La voce portante, ovviamente, è quella di Daniel Gildenlöw, il vocalist, chitarrista e compositore principale della band, che dispone anche di una stage presence di tutto rispetto (apprezzata specialmente dal pubblico femminile). A voler essere pignoli, Daniel non è stato impeccabile nell’ esecuzione di alcuni soli (“Falling”), che su disco hanno un maggior numero di note. Tutta la band ha comunque fornito una prestazione buona, mostrando grande voglia di impressionare chi non la conosceva già, anche se i volumi delle chitarre sono stati bassi e anche per questo i cori si sono sentiti tanto; quello dei suoni, comunque, è un problema abituale dei festival.

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Oltre ad alcuni classici, il gruppo ha suonato i due brani piu’ catchy dall’ ultimo album “Scarsick”, criticati da qualcuno proprio per questa supposta commercialità che però va assolutamente spiegata, anche perchè si differenziano molto dal resto del repertorio della band: “America” è un pezzo dalla melodia goliardica, una critica feroce agli Stati Uniti, e contiene un’espressione che richiama le pubblicità televisive: “We’ ll be back after a short break”, mentre “Disco Queen” è forse la canzone piu’ fuori dai canoni che io abbia mai sentito suonare ad un festival metal in tutta la mia vita: quando mai mi è capitato prima di sentire un pezzo tanto influenzato dai Bee Gees e dalla disco music anni ’70 (con tanto di coretti in falsetto superpop) in un contesto di musica estrema? Giù il cappello alla band per il coraggio e al pubblico che è riuscito ad apprezzarla, ma è il suo messaggio a rendere meritevole una spiegazione esauriente su questa song. Il testo, apparentemente semplice, parla in realtà, come più volte spiegato da Daniel, delle persone che si svendono, diventando oggetti sessuali in rapporti “facili” o facendo uso di droghe, e usa la discoteca come scenario in entrambi i casi.

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La profondità e la ricerca strumentale tipiche del prog metal, mai troppo easy listening, vengono qui messe in secondo piano musicalmente, per simboleggiare il mondo piu’ “easy” possibile, quello dove ogni persona è solo un mezzo, intercambiabile e sostituibile, e puo’ essere usata o farsi usare per il fine egoistico pur di avere gli istinti soddisfatti. Tutto è lecito e non esiste nessuna morale per certe persone, pronte a tradire e cedere davanti a ogni tentazione: un approccio alla vita avvilente, verso il quale Daniel, molto critico, nelle interviste ha parlato di “prostituzione dell’anima”, riferendosi al sesso, all’industria musicale e agli abusi, aggiungendo anche che “noi permettiamo a noi stessi di abusare degli altri, come lasciamo che gli altri abusino di noi.”. Un messaggio di grande preoccupazione che invita ad una profonda riflessione sulla vita, i propri valori e quello in cui si crede, che mi sento di condividere totalmente. Metallo peNsante quindi, qualcosa di cui andare fieri. Altro che spadoni, groupies e croci rovesciate…

Falling / The Perfect Element
Ashes
America
Nightmist
Disco Queen
Spirit Of The Land / Inside

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Reduci da un precedente tour che li aveva visti headliners nei club di mezza Europa, tornano in Italia i filippino-americani Death Angel, ormai molto affezionati al nostro Paese, che da tanti anni tributa loro sempre grandi accoglienze. La data dell’Evolution fa ancora parte del tour di supporto all’ultimo disco della band, il notevole “Killing Season”. Per citare qualcuno e usare un’espressione un po’ colorita e ridondante, potrei dire che i Death Angel, dal vivo, non fanno prigionieri! La band rappresenta uno dei rari casi in cui l’energia, il trasporto, il modo di tenere il palco con movenze spettacolari e pose simpatiche di ogni tipo (uno spasso per i fotografi) non vanno mai a scapito della pulizia esecutiva e di una potenza davvero incontenibile: i Death Angel sembrano nati per suonare dal vivo!

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Rispetto al precedente tour vengono estratti molti pezzi in meno dal nuovo disco, ma la band non può ignorare nuove perle come “Lord Of Hate”, la opening track di disco e concerto, la splendida “Dethroned” e “Soulless”, con il bassista Dennis Pepa che non ho mai visto tanto carico e in gran evidenza. I Death Angel, in ambito thrash, sono noti per aver introdotto influenze musicali estranee ad un genere musicale che è sempre stato piuttosto statico e monotono per struttura dei pezzi e sonorità.

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Dal recente passato della band, ovvero dal penultimo disco in studio chiamato “The Art Of Dying”, la band ha eseguito ben tre brani: la rallentata “The Devil Incarnate”, la rocciosa “Thicker Than Blood” e la conclusiva “Thrown To The Wolves”, che ha visto la presenza di un esaltatissimo Gianluca Perotti degli Extrema ai cori. Un plauso meritato va al vocalist Mark Osegueda, in grado di variare la propria voce come forse nessun altro tra i cantanti thrash (mi piace definirlo come una sorta di Mike Patton del genere) e di mostrarsi davvero a proprio agio come frontman sia nel far coinvolgere il pubblico durante i pezzi che nell’interagire verbalmente con i fans nelle pause, ma merita una menzione speciale anche il chitarrista Rob Cavestany, uno dei più sottovalutati musicisti songwriters della scena metal. Capita di rado di sentire parole di ringraziamento ai fans italiani tanto sentite e frequenti da parte di un band e viene davvero da credere che tra i Death Angel e l’Italia ci sia un feeling particolare.

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A rappresentare il metal piu’ classico e melodico sono stati chiamati i Gamma Ray di Kay Hansen, ancora in tour per promuovere il seguito di “Land Of The Free”, un disco che, pur avendo riscosso buoni consensi di pubblico e critica, ha comunque anche attirato alcune critiche per il suo suonare troppo derivativo e già sentito in diversi punti, con l’influenza degli Iron Maiden e dei Judas Priest che appare francamente difficile da contestare. Dal vivo, però, i nuovi pezzi hanno una buona resa e in questa occasione abbiamo riascoltato “Into The Storm” e “Real World”, già sentite nel tour con gli Helloween dello scorso autunno all’Alcatraz di Milano.

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E’ un peccato che la band abbia deciso, mostrando una sorta di immobilismo che le appartiene ormai da diversi anni, di non cambiare praticamente nulla della scaletta dal precedente tour autunnale, anzi tagliando “The Silence”, uno dei pezzi più intensi della loro discografia. Non si capisce il motivo per cui un pezzo come “Heavy Metal Universe”, di certo non l’apice dell’ album “Powerplant”, debba essere suonato e addirittura allungato a dismisura. Lo stesso discorso si potrebbe fare anche per la titletrack di “Somewhere Out In Space”, grande pezzo power su disco, latte alle ginocchia dal vivo nel momento in cui la band (e sarà la quinta volta che la sento in concerto) indugia cinque minuti nel tentativo di coinvolgere i fans in un coretto che non ho mai visto molto seguito. La performance della band è stata buona, ma mi è parsa un po’ sottotono quanto ad energia e carica della band, se paragonata ad alcune vecchie esibizioni.

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Forse suonare dopo gli scatenati Death Angel, che hanno coinvolto il pubblico davvero molto, non ha giovato ai tedeschi. Ovviamente molto apprezzate le incursioni nella discografia delle “zucche”: dal repertorio degli Helloween sono state suonate “I Want Out”, un accenno di “Future World”, poi prontamente interrotto tra le urla di dolore dei die hard fans, subito però ritrasformatesi in boato di approvazione alle prime note di una convincente “Ride The Sky”. A proposito di “sky”, le nuvole cominciano ad essere più numerose e ad avvicinarsi un po’ alle nostre teste, impegnate nel frattempo in un sano headbanging. Tra i membri del gruppo, sugli scudi il chitarrista Henjo Richter, in versione “John Lennon” per l’occhialino da sole, che ha sfoggiato una camicia per alcuni più adatta ad un cocktail party che a un concerto power metal. Non posso concludere il report dell’esibizione del Raggio Gamma senza aver citato l’apice emotivo dell’intero show, per il sottoscritto rappresentato dall’esecuzione di quel capolavoro intitolato “Rebellion In Dreamland”, purtroppo non eseguita per intero, ma sempre di grandissimo impatto.

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Durante la giornata, sul palco dell’EMP, si sono esibite giovani bands italiane, un’iniziativa degna di nota. Tra queste ricordiamo i Subhuman (con un cantante vestito da suora, una cosa alquanto discutibile…), i bravi Cadaveric Crematorium della Punishment Records di Corrado Breno, i Methedras e i Belladonna, una band di hard rock melodico (si definiscono noir rock), autori di una interessante prova: trattasi, quest’ultima, di band per tre quinti femminile, che ha appena registrato in America un disco che sembra davvero interessante.

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Gli svedesi Opeth sono l’esempio più lampante di come il talento compositivo, la ricerca musicale e la perizia tecnica possano ancora portare una formazione nell’olimpo delle metal bands. In un’epoca in cui la musica (specie quella più commerciale, vedi MTV) è sempre più un prodotto da vendere piuttosto che arte da diffondere, superficiale, con una cura maniacale dell’ aspetto esteriore a scapito di quello che c’è dentro, questo gruppo, che ha così mirabilmente fuso il death metal con il rock e il prog, ce l’ha fatta, con i propri mezzi, solo con la forza della musica creata. L’arte sonora degli Opeth in alcuni momenti raggiunge vette sublimi, l’ispirazione dietro a certe soluzioni musicali, i giochi di contrasto tra partiture che ricordano i migliori Morbid Angel per le ritmiche e le vocals (di Trey Azagthoth ce n’è soltanto uno…) e il meglio del rock progressive anni ’70 sono tra le novità migliori ascoltate in questo campo musicale negli ultimi quindici anni. Ma all’Evolution abbiamo assistito a un live show e non è solo di musica che voglio parlare.

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Andare a vedere un concerto degli Opeth con la speranza di essere impressionati dalla loro presenza scenica, dall’attitudine della band sul palco è come pensare di poter mangiare della pastasciutta cotta e scolata al dente in un albergo medio londinese: una mera utopia. Ma con questo il sottoscritto non sostiene che visivamente gli Opeth non possano offrire comunque un grande spettacolo: infatti quando la musica tocca le corde giuste all’interno di ognuno di noi è essa stessa fonte creatrice di immagini e visioni nella nostra mente e tutto quello che fa emozionare può far vedere qualcosa anche quando non c’è. Poi possiamo parlare di come Mikael Åkerfeldt, il cantante chitarrista, leader e maggior compositore della band, abbia sviluppato un suo stile di presentazione dei pezzi, parlando e cercando di essere simpatico con battute che, forse per un umorismo troppo nordico per i miei gusti, non sempre suscitano nel sottoscritto quello che probabilmente Mikael si augura.

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Nota di merito alle luci usate dalla band, molto suggestive alcune, anche nella loro semplicità; è poi la musica degli Opeth a fare il resto e qui i complimenti si sprecano. Il gruppo suona davvero bene e l’atmosfera diventa ancora più suggestiva quando le nuvole, diventate molto più presenti, cominciano a farsi scure, grandi e ora anche minacciose: è in questo momento, a circà metà set degli Opeth, che sono tuoni in lontananza ad accompagnare il concerto e a renderlo ancora più emozionante. Va detto che la sezione ritmica è stata quasi impeccabile e che anche il nuovo innesto di Fredrik Åkesson alla seconda chitarra si è rivelato convincente. La scaletta è stata incentrata prevalentemente sui pezzi più pesanti, come l’iniziale “Demon Of The Fall”, il classico piu’ noto da “My Arms, Your Hearse”, e come “Wreath”, da “Deliverance”, ma le esecuzioni che ho preferito sono state quelle di “The Baying Of The Hounds”, da “Ghost Reveries”, la melodica “To Rid The Disease”, da “Damnation”, e soprattutto la conclusiva, straordinaria performance su “The Drapery Falls”, dall’album che ha fatto conoscere la band al grande pubblico: “Blackwater Park”. A rendere unica l’atmosfera, si sono resi complici un cielo che sembrava un Van Gogh cupissimo, tuoni e una tensione speciale nell’aria…
La tensione si scioglie solo per pochi secondi per un applauso scrosciante, quello che la folla tributa agli Opeth dopo la loro grande prova. E’ il preludio a un concerto di altro tipo, in un certo senso il vero main event della serata.

Demon Of The Fall
The Baying Of The Hounds
Master’s Apprentices
To Rid The Disease
Wreath
Heir Apparent
The Drapery Falls

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Passano solo pochi secondi dall’applauso tributato dalla folla agli Opeth e il cielo sopra l’Idroscalo comincia a versare una scrosciante cascata di pioggia sulle nostre metal heads… Mi ricordavo che la mia mantella impermeabile fosse più semplice e veloce da srotolare, fatto sta che mi ritrovo bagnato come un pulcino in meno di dieci secondi. La pioggia è fortissima ed ha sorpreso tutti con una velocità incredibile. La prima reazione di molti è quella di correre al riparo sotto uno dei tanti alberi, i tendoni degli stand vengono presi d’assalto, così come quello gigante che ha funzionato da luogo di ristoro vendendo a prezzi più umani di del Gods panini, birre ecc. Appena arrivato sotto un albero noto con disappunto che deve essere il più potato della regione, fatto sta che la pioggia si fa sentire e memore del nubifragio del Gods of Metal 2005 all’Arena Parco Nord di Bologna, con la cancellazione dei concerti di UFO e Stratovarius prima dell’esibizione della reunion dei Judas Priest, cerco di accovacciarmi in una posizione che impedisca al mio 1.86 di fare la trentesima doccia in due minuti. Non faccio in tempo a piegarmi che vengo sorpreso da una voce che urla al microfono: “ALLONTANATEVI DAGLI ALBERI!!!!! C’E’ PERICOLO CON I FULMINI, ALLONTANATEVI SUBITO!!! ANDATE SOTTO I TENDONI!!!”. I tendoni… pensavo che ormai non esistessero più, o che comunque fossero tutti occupati… Dopotutto era solo pioggia e i metallari non sono dei veri duri? Benedicendo l’acquisto di un paio di veri anfibi inglesi scatto in direzione tendone, forse atterrando o calpestando qualche inerme metallaro. Arrivato al tendone dei panini, il mio primo pensiero, da coscienzioso redattore di Entrateparallele, è quello di documentare l’acquazzone di proporzioni epiche scattando qualche foto, ma non prima di aver strizzato per bene la mia mantella sui miei vicini di tendone che non avevano ancora fatto le trenta docce. Appena dopo il mio ingresso sotto il tendone, lo stesso viene scosso e colpito con violenza da qualcosa un po’ ovunque e si leva un boato assordante: è arrivata Madre Grandine!

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E’ come se il cielo si fosse arrabbiato dopo tanta musica estrema e avesse voluto dimostrare cosa succede quando è lui a suonare la doppia cassa. Si racconta che il tostissimo cantante dei Death Angel fosse spaventato a morte nella zona del bar. Dopo una manciata di minuti, la grandine ha cessato di cadere e pure la pioggia si è congedata, salutandoci “indistintamente” (cit.). Cinque secondi e una “zuppa di metallari” era già in prima fila a lanciare il coro “In Flames! In Flames! In Flames!”. In quel momento ho provato l’orgoglio del metallaro, quella strana forma di sentimento per cui qualsiasi altra persona sana di mente forse se ne sarebbe andata alla macchina o comunque a pensare alla propria salute, mentre il concerto era il primo dei nostri pensieri e andando subito sotto il palco si voleva subito dare il primo segnale a tecnici, band, organizzatori, ecc.: “E’ venuto giù l’inferno ma noi siamo ancora qua e non ci muoveremo senza aver sentito una “Episode 666”, o magari “Stand Ablaze””. Ovviamente sul palco arriva una mare di gente per verificare la situazione, molti cominciano a cercare di asciugare lo stage e sentiamo al microfono alcune parole incoraggianti da parte di uno degli organizzatori, mi pare lo stesso che ci aveva consigliato di allontanarci dagli alberi per evitare i fulmini. In pratica viene manifestata la volontà di fare di tutto per fare suonare sli svedesi. Una quarantina di minuti di attesa paziente e tutti i fotografi pronti per entrare nel photo pit: ci si immaginava di poter comunque assistere ad un breve show, anche se ridotto per il tempo perso a causa della grandine, ma più che benvenuto considerato quel che era successo. Purtroppo non è stato così.

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Prima il tour manager degli In Flames, poi il roadie nostrano, meglio noto come “Mister T”, in veste di traduttore (impreciso), ci comunicano che non c’è niente da fare, che i danni sono irreparabili, che il mixer è morto, che il palco è troppo pericoloso in quanto molto scivoloso, che l’energia elettrica e l’acqua non vanno d’accordo come Zagor e Chico e che, in sostanza, lo show non s’ha da fare. La pioggia ha spento gli In Fiamme (l’hanno detta in molti, non mi piace ma andava citata per dovere di cronaca…). Tra le notizie che sono trapelate, pare che la band non abbia voluto utilizzare il mixer del secondo palco, quello delle bands dell’EMP. Quello che è seguito all’annuncio della cancellazione è purtroppo facilmente intuibile, ma non per questo meno esecrabile: oltre agli abituali insulti alla Live, sono purtroppo piovute bottiglie di plastica sul palco e sono stati minacciati organizzatori e roadies. Sulla questione In Flames, l’ultimo aggiornamento è che la Live ha pensato di regalare uno sconto di sei euro a tutti coloro che andranno al concerto della band svedese, previsto per il prossimo autunno a Milano, presentando il biglietto dell’Evo del sabato 12 luglio (se pioggia e grandine l’hanno risparmiato).

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In conclusione, si è trattato di una giornata di buoni concerti, a tratti grandiosi, finita in modo sfortunato, ma non mi sento per questo di colpevolizzare la Live. Quello che però poteva essere fatto è almeno far salire sul palco la band per salutare i fans, per comunicare il loro dispiacere nel non poter suonare, magari lanciando qualche bacchetta, dei plettri, trattenendosi con qualche fan. Il comportamento degli In Flames mi è parso un po’ freddo: hanno fatto gestire tutto a persone del loro entourage ed è mancata ogni forma di calore e di contatto tra band e fans, soprattutto per gli appassionati che hanno fatto tanta strada solo per loro. Speriamo non sia stata l’ultima edizione dell’Evolution per colpa della scarsa affluenza. Se fosse così, grazie per queste quattro edizioni, che tanti bei ricordi ci hanno sicuramente lasciato. Ma chissà, il festival forse potrebbe anche tornare, in un’altra data (penso settembre tiri di più di metà luglio, basta non ripetere il suicidio del venerdì) e forse anche in un’altra location (Toscolano era davvero un bel posto, se solo non fosse fuori mano per molti…). Auguri!

Keep the Evolution coming!

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