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15/08/2008 : Metal Rock Fest – Lillehammer (Norvegia)

Pubblicato il 25/12/2008 da in Live report | 0 commenti


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Live Report Lillehammer Metal Rock Fest

Ferragosto 2008. Stazione dei treni di Lillehammer, Norvegia. Ore 10.00. Attendo di lì a pochi minuti l’arrivo di un treno che mi porterà alla prossima tappa della mia vacanza, la città di Trondheim, la piu’ importante della regione della Norvegia settentrionale denominata “Nordland”. Vedo sul binario principale un simpatico signore, sulla quarantina, che sfoggia un bel pass con la scritta “Metal Rock Fest” e per il sottoscritto la tentazione di chiedere di cosa si tratti è troppo forte. In risposta, questo omone dalla corporatura abbondante mi dice in un perfetto inglese: “Non puoi lasciare Lillehammer oggi! Questa sera suoneranno qui i Twisted Sister! Kamelot! White Lion! Trouble! Hanoi Rocks, The Wildhearts e tanti altri, domani ci saranno Opeth, My Dying Bride ecc.. in un grande festival proprio a Lillehammmer, a poche centinaia di metri da qui, io sono uno degli organizzatori…”. Ripresomi dal colpo di scena che mi aveva lasciato letteralmente a bocca aperta, riesco a farmi rimborsare interamente il carissimo biglietto del treno norvegese (piccoli miracoli che ci piacerebbe vedere anche dalle nostri parti) e dopo pochi minuti sono già in marcia per ritornare all’albergo che mi aveva ospitato il giorno precedente. Premo “fast forward” spostando in avanti il film della mia vacanza di tre ore e mi ritrovo all’ ingresso della zona del festival dove vengo accolto calorosamente da un gruppo di metal fans norvegesi tanto ospitali quanto adoratori de (13 verticale) “la bevanda moderatamente alcoolica a base di malto e luppolo” (5 lettere) ah, gli italiani che si fanno sempre riconoscere…

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La particolarità di questo festival è data dalla capienza relativamente limitata ma soprattutto dalla location. Trattasi infatti di un evento organizzato presso un albergo, sopraelevato rispetto al resto della città, situato a poche centinaia di metri dalle piste da sci che avevano ospitato le gesta di Tomba, Girardelli and co. alle Olimpiadi di Lillehammer del 1994.

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Il palco principale è sistemato su un freschissimo prato, il secondo palco nella hall principale dell’albergo, il terzo è una sala dell’ hotel attrezzata per ospitare solamente uno show, quello acustico di Richie Kotzen cui spetta il compito di chiudere la giornata di concerti in una cornice piu’ intima e soft. Prima dell’inizio delle esibizioni sul palco principale è un vero piacere girare per questo hotel con tanto di piscina (dove riesco a farmi dare due photopass per EP) e nel prato ad esso adiacente, anche per la presenza di molti espositori e di una grande attenzione ai servizi. Anche molti musicisti si aggirano tranquillamente nei paraggi, per nulla disturbati dai fans presenti, in un’ atmosfera assolutamente calma e rilassata, complice il clima fresco e ben lontano dall’afa patita durante il nostrano Gods Of Metal e che rende questo ferragosto davvero ideale. E’ allora possibile, per esempio, fare due chiacchiere con Bruce Franklin, il celebre “baffo” dei Trouble, sulla data di Bologna semideserta di qualche mese fa e sulla nuova line-up con il frontman dei Warrior Soul Kory Clarke (che hanno il loro nuovo “Chinese Democracy” di recente uscita) alla voce.

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I primi a “rockare” sul palco principale sono i britannici The Wildhearts che non avevo mai visto dal vivo e che si sono dimostrati band solida e divertentissima nel loro intenso set. Da notare alcuni fans giu’ di testa del quartetto inglese, alcuni dei quali arrivati dalla lontana Bergen proprio per seguire le gesta di Ginger (il delirante, in senso buono, frontman della band) and co.

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Tra i pezzi proposti anche i classici “I Wanna Go Where The People Go” (posta in chiusura di set) e “Caffeine Bomb” (dai videoclip memorabili) e “29 x The Pain”, il pezzo che cita le maggiori influenze musicali di Ginger and co, The Replacements, Hüsker Dü, Beatles, Rolling Stones, Ramones, Sex Pistols, Kiss, Blue Öyster Cult e tanti altri…

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Spazio anche al chitarrista C.J., al bassista Scott Sorry e al drummer Ritch Battersby
che hanno cantato un pezzo a testa tra quelli inseriti nel piu’ recente disco del gruppo, il covers album “Stop Us If You’ ve Heard This One Before, Vol 1.”. Frizzanti.

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Al termine della loro prova mi sposto velocemente nel secondo palco (indoor, quello nella hall dell’albergo) per seguire con interesse uno dei pochi concerti tenuti dai danesi Fate dalla loro reunion del 2005. I Fate, poco conosciuti dalle nostre parti, sono una talentuosa hard rock band che negli anni ’80- primi ’90 ha sfoderato dei dischi davvero validi creandosi un piccolo seguito di culto. Alla sei corde, a cercare di non far rimpiangere lo storico fondatore della band, il grande chitarrista Hank Shermann, celebre per la sua carriera nei Mercyful Fate a fianco di King Diamond, c’è il giovane Søren Hoff.

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I Fate propongono pezzi piuttosto tecnici e vari, andando a pescare un po’ da tutta la loro discografia e con diversi estratti dal disco della reunion “V” (2006), uscito 16 anni dopo il precedente platter “Scratch ‘n Sniff”. Tra i pezzi suonati segnalo “Memories won’t die”, “Walk on fire” e “Love on the Rocks”, che riescono a parlare d’amore con un rock bello carico e senza ricorrere alla carta della ballad zuccherata.

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I soli di chitarra, davvero belli, hanno grande spazio e sono ottantiani come non mai nel songwriting, mentre la voce di Per Johansson (che recentemente è uscito dalla band) sa rendere bene sia le parti piu’ epico-melodiche che quelle piu’ rock blues, con il bassista- tastierista Peter Steincke (aka Pete Steiner, unico membro originale rimasto in seno al gruppo) che pare appena uscito dalla macchina del tempo con il look da hair rocker dei primi anni ’80. H.G. Wells avrebbe sorriso compiaciuto.

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Torniamo nel main stage giusto in tempo per la prova dei melodic rockers White Lion di Mike Tramp (unico membro originale rimasto nella band, tra l’altro Mike è danese come i Fate) freschi di uscita con “Return of The Pride”, un buon disco dal quale è stato suonato uno dei pezzi migliori, “Dream”.

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Pur non avendo di certo il tocco di Vito Bratta, il chitarrista originale della band, buon songwriter e grande esecutore (con una forte influenza Van Halen) si fa apprezzare la prova di Jamie Lee alla chitarra ed è in buona forma vocale il frontman Mike Tramp, che ha dimostrato di apprezzare la buona accoglienza riservata alla band dai suoi fans nordici.

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Ovviamente, a dominare (per quantità e qualità) la setlist del gruppo americano (uno di quei gruppi che negli anni 80′ si definivano hair metal band) sono i pezzi tratti dal miglior album del gruppo, quel piccolo capolavoro che risponde al nome di “Pride”, al quale il nuovo disco fa esplicito riferimento già dal titolo e da cui abbiamo ascoltato tra le altre le splendide “Lady Of The Valley” e “When The Children Cry”.

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Complici i buoni suoni e una certa compattezza che la nuova line-up ha evidentemente trovato, lo show scorre piacevolmente e si fa apprezzare il gusto per la melodia delle composizioni del gruppo. I White Lion forse non hanno mai prodotto nulla di veramente originale e del rock non incarnano il lato piu’ aggressivo e controcorrente (Mike Tramp le ha sempre tentate tutte per far sfondare la band e farla diventare mainstream) ma sono davvero capaci di scrivere canzoni di hard rock classico dalle melodie memorabili e questo da solo ne giustifica l’esistenza anche nel 2008, venticinque anni dopo la nascita del gruppo.

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Altro concerto hard rock sul main stage, ed è questa volta il turno degli Hanoi Rocks che giocano quasi in casa provenendo dalla vicina Finlandia. Il loro show è coinvolgente e ancora piu’ tirato del precedente, anche grazie alle influenze punk che sono da sempre nelle corde della band oltre alla ben nota matrice sleaze-glam.

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I membri fondatori del gruppo, il frontman Michael Monroe e il chitarrista Andy McCoy sono stati sugli scudi, grazie a una stage presence di tutto rispetto. Monroe è certamente un personaggio, ricorda David Lee Roth per certi aspetti, non ultimo il look sopra le righe e la capacità di intrattenere il pubblico, è un peccato che la band abbia apparentemente (ma sappiamo come funziona in questi casi) deciso di sciogliersi quando è ancora in grado di offrire uno spettacolo di buon livello, ma è meglio che andare avanti senza motivazioni (salvo quelle economiche).

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I frontmen carismatici come Monroe comunque sono davvero rari, non è un caso che anche i piu’ giovani tra i rockettari siano molto piu’ interessati a vedersi o rivedersi dal vivo non solo i vari Dee Snider, Steven Tyler, Paul Stanley, Dave Coverdale and co. ma anche cantanti stagionati di cult bands quali gli Hanoi Rocks, che peraltro godono di grande successo in certi paesi.

Dall’ hard rock festaiolo made in Finland degli Hanoi Rocks al true scottish pirate metal degli Alestorm, che con il loro debut album “Captain Morgan’s Revenge” uscito nel 2007 (in piena Jack Sparrow mania) si sono segnalati come una delle migliori nuove bands in ambito power metal degli ultimi anni (anche se non ai livelli degli svedesi Saint Deamon). Quello in cui il gruppo scozzese riesce veramente bene è la commistione di generi tra power e folk. Grazie alle atmosfere create, il concept pirata dietro alle composizioni della band si riesce davvero a respirare e i paragoni inevitabili con gruppi storici come Running Wild e in parte Skyclad (un po’ per il cantato e le parti piu’ folk) o Grave Digger, non devono far dimenticare i pregi di musicisti peraltro ancora piuttosto giovani. Grande partecipazione per l’ esibizione sul palco secondario degli Alestorm, sorprendentemente (per me) il gruppo è stato molto supportato dai fans norvegesi, molti dei quali cantavano a squarciagola i testi dei pezzi suonati. Per coniare un nuovo nome potremmo parlare di metal marittimo, o se preferite, dopo quella mercantile è arrivata la marina metal, da Perth, Scotland. Una sorpresa.

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Attendevo con una certa trepidazione il concerto dei Kamelot per diversi motivi. Primo: credo davvero che la band sia una delle migliori partorite dalla scena metal negli anni ’90, e definitivamente esplosa negli ultimi anni grazie ad un album capolavoro “Black Halo” e ad altri dischi del livello di “Epica” (che ha influenzato l’ omonima band gothic-symphonic metal), “Ghost Opera”, “Karma” e “The Fourth Legacy”. Secondo: gli ultimi due dischi dei Kamelot sono stati tra i miei ascolti piu’ frequenti nell’ultimo anno, e ritrovarmi la chance di vederli dal vivo assolutamente a sorpresa e addirittura in Norvegia ha reso lo show ancora piu’ speciale. Last but not least: proprio all’ultimo “Ghost Opera” ricollego molti ricordi legati alla mia vacanza norvegese, come fiordi belli da mozzare il fiato, visti dalla mia auto a noleggio con la musica atmosferica e profonda dei Kamelot in sottofondo.

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Un altro motivo per cui questo show è stato piuttosto speciale è stato vedere il frontman Roy Khan, che reputo avere una delle voci piu’ affascinanti ed espressive dell’ intera scena mondiale, esprimersi in norvegese, la sua lingua madre, per tutto il concerto. Alla faccia dei cantanti che fanno le espressioni truci, bestemmiano e dicono di picchiare cristiani, donne e bambini, Roy Khan dispensa sorrisi a tutti come Tom Cruise in “Cocktail”, per la verità c’è pure una piccola somiglianza fisica tra i due, almeno nel volto.

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Almeno per una volta è stato bello vedere un frontman cantare in una band power mantenendo un’attitudine rilassata, con un proprio stile personale, fatto di parti piu’ aggressive alternate ad altre declamate come delle vere e proprie poesie, dalle linee vocali spesso davvero originali ed eleganti. Basta ascoltare “Eden Echo” (per me “la canzone dei fiordi”), la song dell’ultimo disco dove Roy Khan canta “You remember my name” con un pathos difficilmente riscontrabile nella musica della quasi totalità dei gruppi power. E sta proprio lì la grandezza dei Kamelot. Musicalmente preparatissimi e notevoli songwriters, i nostri riescono a dare quel quid in piu’ alle loro composizioni proprio grazie alla loro capacità di emozionare, se continueranno a sfornare grandi dischi come nell’ultimo decennio forse i grandiosi Savatage (da troppo tempo assenti dalle scene) avranno trovato dei degni eredi.

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Apprezzatissima l’inclusione in scaletta di “The Pendulus Fall”, pezzo incluso solo come bonustrack nella limited edition dell’ ultimo “Ghost Opera” quando in realtà si tratta di uno dei pezzi piu’ belli della discografia recente della band. Peccato per la esecuzione non ineccepibile di “Abandoned”, uno dei pezzi piu’ intensi e profondi degli ultimi anni, macellata da un Roy Khan fuori tempo nello stupendo ritornello finale, unico neo su una prestazione davvero buona di tutta la band, di certo migliore di quella vista all’Evolution del 2007. Grandi.

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Da una band in costante ascesa a una cult band che ha attraversato un momento piuttosto buio e che sta cercando di uscirne con coraggio, anche grazie all’ innesto di un nuovo frontman, parliamo degli storici Trouble in una delle prime date europee con Kory Clarke (Warrior Soul) alla voce. La loro prestazione, al pari di quella fornita a Bologna ad aprile davanti a meno di ottanta paganti (sigh), è stata davvero buona, Kory dal vivo è molto piu’ mobile di Eric Wagner (lo storico singer del gruppo) e questo era piu’ che scontato, la scelta di suonare meno pezzi dai primissimi dischi e piu’ materiale melodico dal repertorio piu’ recente della band forse dice che Clarke si trova meno a suo agio come sciamano sulle partiture piu’ doomy della band e preferisce il materiale piu’ tipicamente rock, pezzi come “Troublemaker”, “Going Home” o “Mr. White”, ma la verità è che la sua prestazione è stata piu’ che dignitosa su ogni pezzo.

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Proprio come nel concerto di Bologna di cui dicevamo, pazzesca è stata l’ esecuzione di “The Tempter”, posta a fine set, semplicemente una delle piu’ belle canzoni doom metal della storia, dai riffs ossianici e plumbei alle accelerazioni repentine, anche Tony Iommi si sarebbe leccato i baffi. Quando si dice “evergreen”.

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Con i riffs di Bruce Franklin and co. ancora a risuonarmi nelle orecchie mi affretto a raggiungere nuovamente il main stage per gli headliners della serata, i Twisted Sister. Chiunque abbia visto dal vivo almeno una volta la band capitanata da Dee Snider sa che l’attitudine live di questo gruppo è qualcosa di davvero unico e difficile da descrivere a parole. Per novanta minuti abbondanti è il solo rock and roll a regnare sovrano, in un tripudio di suoni, colori, adrenalina pura, sudore e voglia di divertirsi insieme che band e audience hanno condiviso per la loro reciproca soddisfazione.

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I pezzi dei Twisted Sister negli studio albums, pur se di buon livello (e con qualche vera e propria gemma come “The Price”), non hanno comunque lo stesso spessore musicale (o nei testi) delle composizioni migliori scritte da alcuni degli altri gruppi al top della scena hard rock. Dal vivo pero’, è tutta un’altra storia, le canzoni della band prendono un’altra forma, assurgono ad altre grandezze, per diventare dei piccoli manifesti, quasi delle allegorie di vita, pur nella loro immensa semplicità (pensate a quasi tutti i testi, per es. “I Wanna Rock”). Queste composizioni comunicano innanzitutto delle forti sensazioni di voglia di vivere e divertirsi, e la loro forza sta nell’essere così dannatamente coinvolgenti in sede live.

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Con i Twisted Sister un concerto è sempre un happening, un grande party dove si fa una gran fatica a non muoversi al ritmo della musica o a non intonare qualche coretto (si pensi a pezzi come “I Wanna Rock”, “We’re Not Gonna Take It”, “S.M.F.”, “You Can’ t Stop Rock and Roll” ), si paga un ticket per seguire uno spettacolo e in realtà si diventa parte integrante dello stesso che a sua volta diventa una sorta di gigantesca seduta di gruppo di danza rock and roll. E allora se ne vedono di tutti i colori non solo sul palco ma anche sotto.

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Aggiungete il lato un po’ kitsch relativo al look della band e in particolare di Dee Snider, e il fatto che Dee and co. sono cinquantenni che dal vivo sono ancora in grande forma e in grado di fornire un ottimo spettacolo rock e potrete intuire come il concerto sia stato un autentico successo, bissato un mese dopo, a settembre, nel nostro “bel paese” con l’esibizione al Rock of Ages Festival, dove la band è stata forse meno pulita nell’esecuzione ma altrettanto carica. Trascinanti.

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Sulle note dei Tygers Of Pan Tang nel palco secondario, che hanno presentato alcuni dei loro classici come “Hellbound”, la clamorosa “Suzie Smiled”, un pezzo di storia della NWOBHM, e qualcosa dal nuovo disco “Animal Instinct”, ho salutato un festival davvero splendido, scoperto per caso all’ultimo momento, ma il cui ricordo è sempre capace di scaldare un po’ il “metal heart” anche in queste lunghe serate invernali.

Buon anno a tutti.

Testi di Max Moon, foto di Sabina Baron e Max Moon.

DAY 1 (15.08)
Indoor Stage
13:30 – 14:00 Crimes Of Passion
14:15 – 15:00 Bonafide
16:00 – 16:45 Fate
17:15 – 18:00 Adam Bomb
18:45 – 19:30 Alestorm
20:30 – 21:30 Trouble
23:00 – 00:00 Tygers Of Pan Tang
00:30 – 01:30 Astral Doors
02:00 – 03:00 Bullet

Main Stage
15:00 – 16:00 The Wildhearts
16:30 – 17:30 White Lion
18:00 – 19:00 Hanoi Rocks
19:30 – 20:45 Kamelot
21:30 – 23:00 Twisted Sister

Acoustic Stage
Richie Kotzen

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