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07/12/2008 : The Darkest Tour (Bologna)

Pubblicato il 13/02/2009 da in Live report | 0 commenti


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07/12/2008 : The Darkest Tour (Cradle Of Filth, Gorgoroth, Moonspell, Septic Flesh, Asrai), Palanord (BO)

Live report The Darkest Tour, Bologna

Speravo che un certo modo di presentare la musica estrema on stage fosse ormai in disuso. Purtroppo non è così. Tornando a casa da questo concerto mi sono immaginato un ipotetico dibattito televisivo post concerto (à la “Porta A Porta”) tra strenui difensori del metal estremo da una parte e mass media (specie quelli non del settore), psicologi e rappresentanti dei genitori di giovani metallari dall’altra. Beh, l’accusa avrebbe avuto vita facile nel “mettere in croce” (verbalmente) un certo black metal da una giuria popolare per quanto inscenato durante il concerto dei Gorgoroth. Ma partiamo dall’inizio.

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Ad aprire questo festival dedicato alle partiture musicali più dure ed oscure sono gli olandesi Asrai, gothic metal band interessante soprattutto per le female vocals di Margriet Mol, che per una trentina di minuti suona il meglio del proprio repertorio in un Palanord ancora piuttosto vuoto. La performance della band è accolta tutto sommato positivamente, con alcuni pezzi tratti dal secondo disco “Touch In The Dark” in evidenza; ma il meglio, e il peggio, di questa fredda domenica di dicembre deve decisamente ancora venire.

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Dalla Grecia con furore, i Septic Flesh si sono guadagnati l’etichetta di piccola cult band in ambito estremo grazie ad indubbie capacità compositive e ad un’originalità mostrata in molti capitoli di una discografia ormai piuttosto lunga e sempre a cavallo tra gothic e metal estremo, ma con quel tocco in più che ha saputo contraddistinguerli da centinaia di altri gruppi estremi con meno talento e personalità.

Live report The Darkest Tour, Bologna

Di recente, i Nostri hanno un po’ accantonato dalle proprie scalette molti fra quei piccoli classici del gothic-death degli anni ’90 che avevano reso la band un piccolo tesoro segreto per i pochi, ma devoti fans. E allora spazio ad alcune delle perle tratte dell’ultimo disco “Communion” e ad una bella versione di “Unbeliever”, da “Sumerian Daemons”. L’attitudine sul palco c’è tutta, i bei suoni un po’ meno, inoltre le orchestrazioni preregistrate deludono un po’ chi si aspettava uno show “vero” fino in fondo. Anche la performance della band ne risente in parte: un ambiente più piccolo ed intimo e un numero maggiore di fans di Spiros Antoniou and co. avrebbero ovviamente reso lo show più memorabile ed emozionante. Verrebbe da dire “rimandati dal vivo” e “promossi in studio”.

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Il festival entra decisamente nel vivo grazie alla performance dei Moonspell che, freschi del nuovo disco, il valido “Night Eternal”, offrono una prestazione sopra le righe sciorinando pezzi recenti e alcuni dei loro classici più apprezzati. Se la titletrack del nuovo album e “Finisterra”, dal precedente “Memorial”, dimostrano subito come la vena compositiva dei lusitani non si sia affatto inaridita con il passare degli anni, sono comunque i grandi classici di metà anni ’90, gli estratti dagli indiscussi capolavori della band “Irreligious” e “Wolfheart”, ad esaltare maggiormente i fans.

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Una citazione merita la sempre atmosferica “Vampiria”, efficace anche nell’impressionare i ragazzini cresciuti a pane e Stephenie Meyer nel bel mezzo di un ritorno alla moda dei vampiri, questi “non morti” che hanno fatto la fortuna di scrittori, produttori di film e anche musicisti, che hanno cavalcato a lungo lo stile dark con il look emaciato che è alla base dell’immaginario di Dracula e dei suoi discendenti. Che Bram Stoker riposi in pace. La palma delle canzoni più belle della prestazione dei lusitani va però a “Full Moon Madness” (dai vampiri ai licantropi il passo è breve…), con la consueta bella intro in portoghese e le forti sterzate verso il doom, e soprattutto alla sempre stupenda “Alma Mater”, pezzo davvero senza tempo, suonato con immagini di grandi maree sullo sfondo (nel cosiddetto backdrop) ad evocare la forza e la bellezza della natura in un modo tanto semplice quanto potente e maestoso: per il sottoscritto, il momento più alto dell’intero festival.

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E passiamo allora a parlare dei controversi Gorgoroth, una band che di recente sta facendo parlare di sè più per motivi extramusicali che altro, in primis per lo split da cui sono nate due formazioni diverse che rivendicano lo stesso nome. Questa incarnazione del gruppo è quella capitanata dal vocalist Gaahl (che ha recentemente ammesso la propria omosessualità, regalando un nuovo argomento di discussione agli amanti del gossip metallico) e dal bassista King Ov Hell; lo storico fondatore Infernus è invece alla guida degli “altri” Gorgoroth, quelli più legati ai primi tre dischi della band. Poteva essere una buona occasione per dimostrare la validità della proposta musicale della band, ma questi Gorgoroth prima di tutto vogliono dimostrare di essere davvero “cattivissimi” e blasfemi al punto giusto. E allora, oltre al solito make-up delle grandi occasioni, eccoli arrivare sul palco agghindati con polsini dalle borchie acuminate lunghissime, tanto lunghe da andare a sbattere spesso sui manici delle chitarre per un sicuro effetto sonoro (e scenico). Sistemato il look da “cattivoni” ci voleva il tocco blasfemo, qui rappresentato dalla brillante idea di far prendere un’ora di freddo a due ragazze e due ragazzi che, completamente nudi, cappuccetto in testa a parte, sono rimasti immobili appoggiati a quattro enormi croci poste dietro la band per tutta l’ora di durata del concerto (surreale l’applauso tributato loro da una parte del pubblico alla fine della loro “performance”).

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Sono il primo a perorare la causa della libertà di espressione a 360°, ma mi domando il senso di una scelta simile, al di là dell’ottenere un po’ di effetto shock e “impressionare” i ragazzini, affascinati dalle croci rovesciate e da tutto ciò che è apparentemente così “evil”. Già solo a scrivere di queste scene, il sottoscritto si chiede se certa gente in Norvegia (ma anche in Italia) non farebbe meglio a pensare di più alla pesca a spinning del salmone o al nordic walking. Quello che è curioso è che, ironicamente, tutti i gruppi black o death che si scagliano sistematicamente contro la religione cristiana e la simbologia ad essa legata dimostrano poi di essere molto derivativi e senza personalità. Perchè fare dei propri “nemici” il protagonista principale dei propri dischi e concerti, quando si potrebbe davvero promuovere quello in cui si crede, come la propria terra, così bella dal punto di vista naturalistico, o il culto pagano, la storia dei vichinghi ecc.? Peraltro, quanto appena menzionato ha fatto davvero la fortuna di altre bands meno “evil” come gli Amon Amarth e gli Enslaved, giusto per citarne un paio ben note dalle nostre parti. Ma una parola va spesa anche per la musica di questi Gorgoroth, e la verità è che questa non è niente male in ambito black metal, anzi. Diversi sono i pezzi davvero riusciti se si apprezza il genere, come “Prosperity And Beauty”, “God Seed (Twilight Of The Gods)” e la lenta e solenne “Sign Of An Open Eye”, un pezzo tanto semplice quanto ispirato, del quale ho visto su Youtube un bel video (home made da una fan) con immagini della natura norvegese: altro che i nudisti incappucciati…

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Dopo la bella intervista di Alice ad un disponibile Dani, ho avuto modo di constatare come anche dal vivo i pezzi del nuovo disco dei Cradle of Filth “Godspeed On The Devil’s Thunder” (qui suonati “Shat Out Of Hell”, “13TH Caesar” e “Honey And Sulphur”, per la quale è stato girato anche un video piuttosto curato) abbiano un tiro ed un’ispirazione che ne giustifica le recensioni che hanno accolto il nuovo platter come il migliore della band dai tempi di “Midian” (2000). I Cradle dal vivo giocano un po’ a fare gli Iron Maiden del metal estremo: e allora suoni potenti, grandi luci, presenza scenica ed uno schermo gigante con immagini ad hoc (a volte di un certo gusto e altre volte più pacchiane).

Live report The Darkest Tour, Bologna

Si arriva addirittura alla megatamarrata di concepire una sorta di “Evil Eddie” personale, un gigante che sembra un incrocio tra il già citato e classicissimo Eddie e Darth Vader di “Star Wars”, che ha il compito di accompagnare la band sul palco in un paio di pezzi, facendo il suo ingresso trionfale durante un grande classico come “Dusk And Her Embrace”, con tanto di danza da disco anni ’70… La voce di Dani tiene abbastanza bene un po’ per tutto lo show ed il fido Paul Allender (ex Blood Divine, che band…), pur se apparso un po’ alticcio nel tourbus del gruppo, sfodera una prestazione decorosa alla chitarra una volta sul palco, così come il resto dell’allegra brigata, anche se la resa (specialmente pensando alla pulizia esecutiva in fase solista e a qualche stacco) non è del tutto scevra di imperfezioni. Con una buona versione di “Cruelty And The Beast” cala il sipario su un Darkest Tour che ha offerto diversi argomenti di discussione extramusicale e fornito un ampio spettro di sonorità estreme, presentate sul palco nei modi più diversi tra loro. Per citare un romanzo di Leonardo Sciascia, “A Ciascuno Il Suo”.

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