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05/06/2009 : Sweden Rock Festival (Solvesborg, SVE)

Pubblicato il 23/07/2009 da in Live report | 0 commenti


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05/06/2009 : Sweden Rock Festival (Solvesborg, SVE)

Thor
John Oliva’s Pain
Marillion
Kamelot
Foreigner
Motorhead
In Flames

Live report Sweden Rock Fest

E il terzo giorno diluvia. Il venerdì dell’edizione 2009 dello Sweden Rock resterà nella memoria dei presenti come quello della “grande pioggia”, che con intensità variabile è compagna fedele di ogni rocker giunto nei pressi di Solvesborg per quasi tutta la giornata.

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Il primo concerto della nostra giornata in un certo senso è una sorta di “omaggio” al nostro amico caporedattore di EP Alessio Torluccio, da molti chiamato esattamente come quel pazzo personaggio che ha messo quasi letteralmente a ferro e fuoco lo Sweden Stage con la sua performance, ladies and gentlemen ecco a voi il “Dio del Tuono”, THOR. Questo rocker nativo di Vancouver (all’anagrafe Jon Mikl Thor) è stato per molti anni una icona dell’heavy metal-hard rock più “muscolare” (e “tamarro”) a sfondo fantasy.

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Di Thor è nota la sua carriera parallela di body builder, che gli ha valso anche il titolo di Mr.Canada e di Mr.USA. Il canadese, già dalla seconda metà degli anni ’70 ha intelligentemente fuso questa passione per i pesi con quella per l’heavy metal e l’hard rock, contribuendo notevolmente a diffondere l’immagine di un certo heavy metal sempre abbinato alla figura di possenti guerrieri ipermuscolosi, poi ripresa anche dai Manowar che l’hanno resa ancora più celebre. A guardare ora questo cinquantenne decisamente appesantito, è rimasto poco esteriormente di quel rock warrior, ma farsi condizionare nel giudizio musicale dall’attuale look del corpulento frontman sarebbe un grave errore.

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Sul palco Thor fa ancora la sua figura e sono soprattutto la sua inesauribile vena goliardica, il suo prendersi in giro e camuffarsi ad ogni pezzo, la sua irresistibile verve rock a rendere uno show che potrebbe pure essere definito da alcuni come una buffonata uno di quelli che difficilmente dimenticherai. Anche perchè Thor, musicalmente, è davvero un rocker di razza, ed è accompagnato da una band che non chiede altro che saziare la vostra fame di rock e di metallo classico, ovviamente di quello più grezzo, catchy e sanguigno. E allora sotto con mazzate come “Let The Blood Run Red”, “Rock The City” con lo storico chitarrista Steve Price sugli scudi, “Warhammer” ed una “Keep The Dogs Away” dal primo album che non era nemmeno in scaletta, ma che viene eseguita subito dopo le grandi richieste.

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Impossibile recensire un concerto di Thor senza citare qualcuno dei suoi numeri circensi da concerto, come le sue “prove di forza”. Si parte dal piegare sbarre di acciaio aiutandosi con i denti al demolire aste del microfono “cornute”, al rompere mattoni con un martello, fino all’apice emotivo di uno show sempre frizzante e divertente: lo scontro con il fratello cattivo Loki. Il malvagio fratellastro si presenta sul lato sinistro del palco, mingherlino, in calzamaglia, come una sorta di Joker medieval fantasy, “ferisce” Thor con le sue “bolle” magiche invisibili, per poi essere sconfitto dal suo eroico fratello al termine di un duello estenuante. Ovviamente Thor si mostra “magnanimo” con il fratello moribondo e comincia a passare in rassegna l’arma di rito con cui finire Loki. La scelta cade ovviamente su un Mjöllnir formato gigante, il possente martello di Thor, e se state cominciando a porvi serie domande sulla salute mentale del voluminoso rocker beh, pensate al fatto che è anche grazie a queste scenette che il Nostro, a cinquant’anni suonati, può ancora girare il mondo e far sorridere i fans ancora affamati del suo “muscle rock”, che tra l’altro fu il titolo del suo primo disco in assoluto, uscito nel 1976, quando l’accoppiata “tutto muscoli-rock duro” era effettivamente molto più originale.

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Atmosfera ben diversa è quella che si respira grazie allo show dei JOHN OLIVA’S PAIN, con un sempre più pachidermico Jon a presentare solo un paio di pezzi della sua nuova creatura musicale in una scaletta con ben dieci pezzi dei Savatage. Niente da dire sulla scelta di puntare sul repertorio del gruppo che ad Oliva ha dato la fama e tante soddisfazioni, e di cui il sottoscritto è un grandissimo estimatore, ma rimango un po’ perplesso per la scelta di snobbare il materiale della sua nuova band, davvero notevole, specialmente quello del recente “Global Warning”, dove diversi pezzi sono stati scritti usando materiale scritto con il fratello Criss durante le writing sessions per il capolavoro dei Savatage “Streets”.

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Lo show parte subito in chiave piuttosto heavy con schegge di metallo come “City Beneath The Surface”, da “The Dungeons Are Calling”, e con la classica titletrack di “Sirens”, con il fido Matt LaPorte abilissimo nel difficile compito di non far rimpiangere troppo l’indimenticato Criss Oliva. Dopo la recente “Through The Eyes Of The King”, Jon presenta la vecchia “Of Rage And War” e purtroppo quella che era stata la mia primissima impressione sulla sua forma vocale si rivela fondata: Jon è sofferente, ha un filo di voce e fa quel che può, ma chi lo ha già ascoltato al suo meglio non può che pensare che il freddo e la pioggia di certo non siano le condizioni ideali per il talentuoso singer americano in questo stato vocale.

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Niente da dire sulla musica della band, parliamo di grandi professionisti che suonano pezzi che hanno fatto la storia del metal, vedi la successiva, straordinaria, “Chance”, ma sentire queste perle massacrate a tratti da Jon fa star male per lui, anche perchè la sua mole ormai gli rende quasi impossibile restare in piedi per più di tre, quattro pezzi a concerto. Dopo una versione di “Maniacal Renderings”, dove Jon se la cava ancora grazie alla sua timbrica sporca così caratteristica ed affascinante, è la volta di sei classici dei Savatage eseguiti in successione. E’ una vera gioia per le orecchie e per il cuore, ma anche un piccolo tormento quando Jon è chiamato a cantare le parti più impegnative. Intanto la pioggia si fa sempre più intensa (anche se sarà molto peggio qualche ora dopo) e ascoltare Jon cantare “Tonight He Grins Again” fa ancora più effetto del solito. Trattasi di un pezzo ispiratissimo sulla solitudine, che non può non far pensare ai demoni che devono aver tormentato Jon Oliva dopo la morte del fratello Criss.

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Altra canzone stupenda ed emozioni a profusione quando è il turno di “Gutter Ballet”, con una successione di licks di chitarra e di linee vocali che creano un crescendo inarrestabile, quasi un pezzo da far ascoltare durante un elettrocardiogramma per verificarne l’efficacia testata nel far aumentare il battito cardiaco. Se pensate sia impossibile mantenere la stessa intensità con la traccia successiva probabilmente non conoscete i Savatage, oppure vi siete dimenticati di quel capolavoro intitolato “Hounds”, sempre da “Gutter Ballet”, dove un Criss Oliva all’apice dell’ispirazione riuscì a scrivere, nell’ordine: un inizio di pezzo atmosferico e spettrale, alcuni dei riffs più belli in campo classic metal e uno di quegli assoli da insegnare a chi si vuole dilettare con la sei corde con qualcosa di davvero magistrale. E’ poi il turno della ballad per eccellenza dei Savatage, “Believe”, un invito a crederci sempre (ognuno ha qualcosa in testa a cui aggrapparsi), con una delle melodie vocali più riuscite tra le tante concepite dal grande Jon. Lo show si chiude alla grande con “Jesus Saves”” e con il classicissimo “Hall Of The Mountain King”. In bocca al lupo Jon.

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Solo il tempo di mangiare un boccone e raggiungo il Rock Stage per seguire l’esibizione degli alfieri del prog rock britannico, gli inossidabili MARILLION. A differenza dei gruppi precedenti, qui la scaletta è davvero ben bilanciata tra alcuni dei classici dell’era Hogarth e il materiale più recente della band, tra cui spicca il nuovo, notevole doppio album intitolato “Happiness Is The Road”. I fans del periodo Fish come di consueto restano a bocca asciutta, fatta eccezione per l’esecuzione della sempre bella “Slange” (vero titolo “Slàinte Mhath”).

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Mi colpisce la grande differenza di atmosfera tra lo show divertente ma superficiale di Thor, quello heavy e a tratti drammatico della band di Jon Oliva e questo così riflessivo e melodico. Questi signori inglesi si esprimono al meglio, creando un’atmosfera rilassata e da sogno, davanti al supporto incondizionato dei loro fans. Come mi era capitato di notare in occasione di un concerto di Fish, gli appassionati di queste sonorità ricercate, ma più eteree e dolci rispetto alle durezze metalliche, in genere seguono i loro beniamini senza dimenarsi troppo durante i pezzi, salvo poi cantare molti ritornelli e spellarsi le mani dagli applausi alla fine dei pezzi. Sembra quasi di stare tra gentlemen ben educati, con tanto di scuse da parte del tuo vicino se per caso ti ha urtato un piede spostandosi. In sostanza i Marillion trasformano un festival open air pieno di metallari rumorosi in un teatro dedito alla musica più ricercata e il risultato è un set tutto da ricordare. A partire dalla opening song “The Uninvited Guest”, dal primo disco con Steve Hogarth alla voce, “Seasons End”, uscito vent’anni fa.

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Oltre a un paio di estratti dall’ultimo disco, tra cui ricordo con piacere la memorabile titletrack “Happiness Is The Road” (suonata come ultimo pezzo nel bis), colpiscono l’accoppiata “Between You And Me” e “Quartz”, da “Anoraknophobia”, e la sempre bella “Afraid Of Sunlight”, dall’omonimo gioiellino. Avverto la mancanza di qualche pezzo da “Brave”, splendido concept album nato da questa formazione nel 1994, il disco che servì come definitiva consacrazione di Steve Hogarth, il carismatico frontman: uno che riesce a catalizzare l’attenzione su di sè senza assumere pose particolari o senza urlare come un ossesso, ma unicamente grazie al suo charme ed alla potenza visuale sprigionata dalla musica di questo pregevole ensemble di musicisti. Introspezione, talento, sensibilità, classe. I Marillion.

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Nei precedenti reports dello Sweden Rock ho descritto il fastidio di dover scegliere tra due shows di bands di grande valore chiamate ad esibirsi su palchi diversi alla stessa ora. E’ proprio il caso del dilemma che mi ha visto preferire, non senza pensieri, i lanciatissimi KAMELOT agli storici rockers UFO, che mi sono ripromesso di vedere appena potrò in una futura calata italica. Fortunatamente, il sottoscritto non si pente della scelta, grazie ad una prova della band di Roy Khan davvero convincente. La band punta sul suo repertorio recente più metallico, quindi nessuna concessione alle splendide ballads, fatta eccezione per la suggestiva “The Haunting”, che peraltro mi è sempre sembrata un po’ “di maniera”, anche se con un riuscito duetto vocale con la brava Simone Simons degli Epica.

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E’ un piacere ascoltare dal vivo la splendida “Love You To Death”, dall’ultimo disco “Ghost Opera”, pezzo per il quale è stato filmato un suggestivo videoclip che ritrae una ragazza malata e destinata a morire, con il tema dell’amore che resiste alla fine della vita terrena per trasformarsi in un angelo che ti resta sempre accanto. Uno degli assi nella manica dei Kamelot sta nello scrivere pezzi metal così ispirati da non far mai venire “l’acido lattico” agli ascoltatori anche quando i temi trattati (l’amore, la vita, la disperazione, il proprio credo) di solito sono appannaggio di altri generi musicali meno potenti e rumorosi. Musicalmente la band si conferma una macchina ormai oliatissima, e la mia impressione è che qualunque timore di un ulteriore ammorbidimento delle sonorità in vista del prossimo disco in studio sia del tutto infondato.

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Un altro motivo per cui questa performance resterà ben impressa nella memoria è il fattore metereologico. La pioggia dei concerti precedenti si fa diluvio durante questo show, e il coraggio mostrato da Roy e dal resto della band, che affrontano la pioggia (mai tanto intensa in questi quattro giorni di concerti) per stare il più vicino possibile ai propri fans, rende di certo unico questo show (con tanto di scivolone del singer sul finale). Straordinario l’impianto tecnico, davvero a prova di uragano, grazie al quale la band ha potuto continuare a suonare senza tagliare alcun pezzo fino alla fine del set. Ricordo ancora un Gods of Metal a Bologna, quando una pioggia di uguale intensità fece cancellare lo show degli UFO (che non riesco mai a vedere dal vivo). Il concerto dei Kamelot si chiude con il superclassico della band “March Of Mephisto”, da “The Black Halo”. Fantastici anche i fans della band, che nonostante la pioggia incessante rimangono numerosissimi a seguire uno show pieno di effetti pirotecnici. Ne esco (usciamo) come pulcini bagnati, ma contenti.

Al termine di questo show, mentre mi accingo a godermi la prova dei melodic rockers FOREIGNER, anche grazie al netto calo d’intensità della pioggia (dopo aver canticchiato e ascoltato “I Wanna Know Where Love Is”), devo tornare in albergo, di fatto perdendomi quasi tutto lo show della british-american melodic rock band del chitarrista Mick Jones, che però mi pare in gran forma, soprattutto grazie all’azzeccata scelta del nuovo cantante Kelly Hansen, subito sugli scudi con la iniziale “Double Vision”. Notevole anche la sezione ritmica con Brian Tichy alla batteria e Jeff Pilson al basso. La quantità di hooks melodici e di hits scritte dalla band è esorbitante e quasi chiunque, anche senza aver mai ascoltato dischi del gruppo, in realtà ne ha già sentito diversi pezzi da qualche parte. Un gradito ritorno.

NB: ci scusiamo per la mancanza di foto dei Foreigner e dei Motorhead, ma a causa della pioggia incessante la qualità delle stesse è molto bassa e abbiamo preferito non pubblicarle.

Freddo e pioggia non potevano di certo fermare il sottoscritto che (dopo essersi asciugato e cambiato) non vedeva l’ora di ritrovare sul palco, dopo diversi anni, una “vecchia conoscenza” di ogni metallaro o rocker che si rispetti. Parlo di un punto di riferimento per tutti, una leggenda per molti e per alcuni addirittura “God” (Dio). Tutto questo e molto più ha un solo nome: Lemmy, e con lui ci sono ovviamente il resto dei suoi MOTORHEAD: Phil Campbell alla sei corde e lo svedese purosangue Mikkee Dee a picchiare le pelli come un ossesso. Dopo esserci riposati un po’ le orecchie con le composizioni rilassate e morbide dei Marillion, e dopo il saggio di power melodic metal di classe dei Kamelot, Mr.Kilmister mette in chiaro fin da subito che con i Motorhead on stage è il momento del rock and roll più grezzo e rumoroso, e per il foltissimo pubblico rimasto a sfidare il tempo avverso (piove ancora e fa molto freddo) ci sono novanta adrenalinici minuti per cercare di “scaldarsi” tutti insieme. Rispetto a diversi anni fa, è un piacere constatare un certo ricambio di pezzi nella setlist della band, anche perchè nel frattempo sono usciti diversi dischi di studio ed è un bene che la band non si fossilizzi solo sui vecchi classici più noti. Nonostante questo, sembra sempre di sentire lo stesso show, e il motivo è che i Motorhead in ogni disco suonano ormai quasi sempre con il loro stile inconfondibile, ma, come per gli AC/DC, è proprio questo che i fans chiedono loro: la differenza sta solo nell’accoglienza alle varie songs. Per belli che siano i pezzi più recenti, sono molto meno noti e di conseguenza meno apprezzati delle canzoni più famose. E allora l’ascolto delle nuove “Rock Out” e “The Thousand Names Of God”, dall’ultimo parto musicale della band, “Motorizer”, vengono accolti più tiepidamente di pezzi da novanta come “Iron Fist”, “Metropolis” o della sempre godibilissima “Killed By Death”. Il momento più memorabile del concerto a mio avviso è l’esecuzione della celebre titletrack di “Bomber”, disco che ha appena compiuto trent’anni, con la ricostruzione del mitico aeroplano militare a stagliarsi sopra la band in un gioco di luci e di colori, tra le minivirate dell’apparecchio e le rullate di batteria funamboliche di Mikkey, tra i riffs e i soli di chitarra di Phil e il basso terremotante di Lemmy a condire il tutto. Uno spettacolo nello spettacolo. Se dovessi consigliare un disco composto da Lemmy and co, nell’ultima decade, a testimonianza del fatto che la band è tutt’altro che finita anche in studio, forse la mia scelta cadrebbe su “Inferno”, qui omaggiato dall’esecuzione della catchy “In The Name Of Tragedy” e del singolone blues “Whorehouse Blues”, cantato da un Lemmy in piedi e insolitamente senza il suo basso, con gli altri due pards (anche Mikkee) seduti ad accompagnarlo alla chitarra acustica. Questa parentesi lenta è posizionata all’inizio dei bis, con una delle doppiette finali più famose della storia del rock duro, quella rappresentata da “Ace Of Spades” e dall’immancabile “Overkill” a sigillare uno show maiuscolo, al termine del quale il trio ringrazia sentitamente il sempre numerosissimo pubblico che la band attira da queste parti. Curiosa la richiesta finale di Lemmy ai suoi fans, quasi tenera: “Non dimenticatevi di noi”. Tranquillo Lemmy, con concerti come questo e con così tanti dischi di valore non accadrà mai.

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Dopo tanto hard rock e melodic metal arriva il momento degli headliners della giornata, e la scelta cade sulla metal band svedese più famosa e di successo degli ultimi anni, gli IN FLAMES. Quelli che nella seconda parte degli anni ’90 erano considerati i padrini del melodic death metal insieme ai connazionali Dark Tranquillity, ormai da più di un lustro hanno modificato la loro proposta musicale, contaminandola con sonorità alternative (un mix di nu metal, industrial, sinth pop e metal core), con tracce di Korn, Tool, Depeche Mode e Slipknot, solo per citare qualche esempio. Il risultato commerciale è stato ottimo, quello artistico più altalenante, ma la band ha il grande merito di aver contribuito a sdoganare il death metal melodico modernizzandolo per l’audience più giovane, e soprattutto è riuscita a fare breccia anche nel mercato americano, impresa particolarmente difficile per una metal band svedese con cantato growl.

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E’ anche vero che Anders Fridén, il singer della band, da ormai molti anni alterna voci pulite a un cantato più harsh. Piaccia o non piaccia, la band si è costruita una fanbase enorme e in costante crescita, e ha influenzato centinaia di nuove bands grazie all’ispirata idea di fondere giri di chitarra classic metal alla Iron Maiden (semplificando) con parti musicali ben più pesanti e moderne. Purtroppo la selezione dei pezzi di questo live show trascura completamente lo splendido EP “Subterranean” e l’altrettanto eccellente LP “The Jester Race”, ma c’era da aspettarsi che l’enfasi fosse tutta posta sugli ultimi quattro, cinque dischi. Una delle pochissime occasioni di riascoltare i vecchi In Flames, quelli che non si vergognavano di suonare al meglio delle loro potenzialità tecniche, ce la regala la grandiosa “The Hive”, da “Whoracle”, ma è solo un fuoco di paglia. Non che lo show non sia di grande livello, anzi.

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Stupisce l’incredibile quantità di effetti pirotecnici e di giochi di luce, ma anche musicalmente la band si rivela compattissima e assolutamente all’altezza in ogni componente. C’è il tempo anche per il duetto con Lisa Miskovsky in “Dead End”, dal fortunato “Come Clarity”. Il pubblico svedese più giovane dimostra di conoscere a menadito quasi tutti i ritornelli ed è assolutamente impressionante in “Only For The Weak”, il singolone del disco “Clayman”, da cui è suonata anche la incisiva “Pinball Map”. L’unica parentesi realmente sgradevole del concerto avviene durante un piccolo monologo-siparietto del frontman della band Anders Fridén. Non capendo lo svedese non posso dare sentenze definite (e non è mia intenzione farlo), ma il singer si esibisce in quella che mi è sembrata una parodia per nulla divertente del pezzo dei Foreigner “I Wanna Know Where Love Is”, canticchiandolo con un pessimo falsetto e probabilmente pensando di essere divertente.

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Come se non fosse abbastanza si infila una parrucca fucsia e comincia a parlare dei Twisted Sister in quella che sembra una presa in giro per il look della band. Neanche i fans svedesi hanno riso e la mia impressione è che si sia trattato di una caduta di stile non indifferente, sotto forma di mancanza di rispetto per due gruppi storici che si sono esibiti poche ore prima sullo stesso palco. Un episodio spiacevole, che però non può far dimenticare novanta minuti di metal moderno suonato con intensità e perizia da uno dei metal acts più rilevanti della scena mondiale attuale, supportato da un pubblico che può mostrare tutto il proprio amore per un gruppo di connazionali. Vedremo mai una band italiana headliner al Gods of Metal?. Lo speriamo proprio. Intanto, questi metallari della terra dei vichinghi si rivelano bravissimi sia nell’organizzazione di questo evento che nel supportarlo. Tutti fanno la loro parte. Dai promoters a chi ha lavorato dietro le quinte fino ai protagonisti principali, coloro senza i quali festival così non sarebbero mai possibili: i fans. Orgoglio svedese.

Di seguito altre foto della giornata a cura di SABINA BARON e MASSIMO GUIDOTTI, a partire da Thor:
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Jon Oliva’s Pain:
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Marillion:
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