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Praying Mantis – Time Tells No Lies (1981)

Pubblicato il 21/03/2011 da in Classici | 0 commenti

Titolo: Time Tells No Lies
Autore: Praying Mantis
Genere: NWOBHM
Anno: 1981
Voto: 10

Visualizzazioni post:191

“Mantide Religiosa: insetto appartenente all’ordine Mantodea, il cui accoppiamento è caratterizzato da cannibalismo post nuziale; la femmina, infatti, dopo essersi accoppiata, o anche durante l’atto, divora il maschio partendo dalla testa”.
Nonostante il nome del gruppo richiami questo particolare animaletto dalle abitudini così cruente, la musica proposta è quanto di più melodico la NWOBHM abbia partorito.
Nata addirittura nel lontano 1974 ad opera dei fratelli di orine greco-ispanica Tino e Chris Neophytou, la band, dopo il seminale EP “Captured City” del 1979, contenente il pezzo omonimo ancor oggi cavallo di battaglia delle esibizioni live, dà alle stampe, due anni dopo l’esordio discografico, “Time Tells No Lies”, uno dei migliori album britannici di quel periodo.
I Praying Mantis non avevano né la rabbia dei Maiden né la velocità dei Motorhead e nemmeno i riferimenti occulti degli Angel Witch, ma possedevano la grandissima dote nel riuscire a comporre ottime canzoni dal forte sapore melodico.
Non potendo contare su di un vero e proprio cantante di ruolo, i fratelli Troy e il chitarrista Steve Carroll si dividono le parti vocali, dando vita a cori che diventeranno il loro trademark negli anni a venire.
L’energica “Cheated” apre l’album nel migliore dei modi, con chitarre che richiamano palesemente i Thin Lizzy e che accompagnano ottime linee vocali che sfociano in un incisivo refrain.
Alla brillante opener segue “All Day & All Of The Night”, cover del celebre brano dei The Kinks, risalente addirittura al 1964: ovviamente in questa sede il pezzo viene decisamente irrobustito (così com’era accaduto con “You Really Got Me” ad opera dei Van Halen), ma non sfigura se paragonata all’originale di Davis e soci, risultando un piacevole tributo ad una delle più importanti e influenti band britanniche di tutti i tempi.
“Running For Tomorrow”, nonostante dal titolo possa sembrare una medley di due noti pezzi della vergine di ferro, è un pezzo caratterizzato da un incipit acustico che dopo una trentina di secondi viene incendiato da un riff thinlizziano, ma è “Rich City Kids” ad assurgere al ruolo di classico, grazie ad un ritmo più spigliato e hard, contraddistinto da un ottimo impianto chitarristico.
Dopo questa iniezione di energia, “Lovers To The Grave” rappresenta un momento più riflessivo, grazie a chitarre acustiche e vocals pinkfloydiane: anche questa volta si tratta di un brano incredibilmente coinvolgente.
La veloce “Panic In The Street” ricorda i migliori Riot ed è sicuramente un grande pregio, mentre “Beads Of Ebony” si candida a pezzo più riuscito dell’intero platter: introdotta da un giro strumentale da oscar, i toni si smorzano lasciando entrare il cantato che presto giunge ad un ritornello da lacrime agli occhi, così come l’assolo all’unisono delle due chitarre, ancora una volta debitore della band di Lynott.
Le danze continuano nel migliore dei modi con “Flirting With Suicide”, song affine al repertorio dei B.O.C., con cori che ne impreziosiscono lo splendido refrain, seguita da “Children Of The Earth”, canzone nuovamente di prima classe e ricca di assoli, mentre “Thirty Pieces Of Silver” ha l’argento solo nel titolo, in quanto, come le restanti canzoni, si merita nuovamente l’oro per l’ottima capacità di coniugare mirabilmente energia e melodia.
L’ottima cover in stile fantasy ad opera di Rodney Matthews è la ciliegina sulla torta per un album perfetto di una band che purtroppo non raggiungerà più i fasti di questa opera prima: il gruppo si scioglierà nel 1982, per poi dare alle stampe un album più orientato verso l’ hard-rock sotto il monicker “Stratus”.
Successivamente, un concerto del 1990 con alcuni ex membri degli Iron Maiden, darà la spinta per la reunion con una formazione rinnovata (eccezion fatta per i fratelli Troy, sempre saldamente al timone) e una serie di album più vicini all’A.O.R. che non al metal, tra cui si segnalano sicuramente “Predator In Disguise”, “Forever In Time” e “Nowhere To Hide”, ulteriori testimonianze, seppur più soft, di una band che ha ancora qualcosa da dire.
Tanti sono, in vent’anni, i cantanti che si sono alternati al microfono e tutti di pregio (Bernie Shaw, Tony O’Hora, John Slogan, Doogie White), ma noi preferiamo sempre quelle vocals, probabilmente più imprecise, ma nel contempo più sincere e istintive, contenute in “Time Tells No Lies”.
Lunga vita alla Mantide!

Tracklist:
1. Cheated
2. All Day & All Of The Night
3. Running For Tomorrow
4. Rich City Kids
5. Lovers To The Grave
6. Panic In The Streets
7. Beads Of Ebony
8. Flirting With Suicide
9. Children Of The Earth
10. Thrity Pieces Of Silver

Lineup:
Tino Troy – chitarra, voce
Steve Carroll – chitarra, voce
Chris Troy – basso, voce
Dave Potts – batteria

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