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25/06/2011 : Sonisphere – Day 1 (Imola, BO)

Pubblicato il 1/07/2011 da in Live report | 0 commenti


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25/06/2011 : Sonisphere – Day 1 (Imola, BO)

Iron Maiden
Slipknot
Motorhead
Papa Roach
Rob Zombie
Mastodon
Apocalyptica
Bring Me The Horizon
Escape The Fate
Architects
Rise To Remain

Live report Sonisphere 2011 - Imola (BO)

Il primo Sonisphere italiano mi è piaciuto. Nonostante alcuni evidenti problemi, tra i quali la cancellazione della performance di alcune bands (come i validi Buckcherry) e il penalizzante taglio alle scalette di molti gruppi dovuto alla presenza di un unico palco anzichè gli annunciati due (per questo molte formazioni hanno dovuto anticipare la loro esibizione), il sottoscritto è tornato a casa dalla lunga giornata di musica heavy con un certo sorriso sulle labbra e diversi bei ricordi.
Detto di alcune magagne organizzative (alle quali aggiungiamo l’infame posizionamento dei pochi bagni e l’incredibile penuria di fonti d’acqua) va riconosciuto alla Livenation di aver scelto una location non troppo distante da svariati parcheggi. L’autodromo di Imola, nella zona utilizzata per questo festival, offriva ben poche zone d’ombra ad eccezione dei celeberrimi “box” utilizzati per uno dei Gran Premi più famosi della storia della Formula 1, diventati per l’occasione una sorta di refugium peccatorum per i presenti, o visto il gran caldo, potremmo parlare di girone infernale dei metallari.

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La prima performance alla quale assisto è quella degli americani MASTODON, che pur dimostrando il valore artistico di una proposta musicale in grado di unire tecnica e compattezza a una buona componente groovy debitirice di certo sludge, non esalta come durante l’edizione 2009 del Gods per colpa di un penalizzante sound che ha visto le due chitarre (dal suono davvero troppo moscio) sovrastate davanti al volume del basso di Troy Sanders. La setlist della band, che comunque viene apprezzata da un pubblico già cotto a puntino dal caldo, è un piccolo best of che va a toccare le diverse releases del gruppo fino al recente “Crack The Skye” (a breve in uscita un suo successore) ben rappresentato dalle affascinanti melodie della titletrack fino ad una tellurica “Blood And Thunder” da “Leviathan” alla quale spetta il compito di chiudere il set. I Mastodon sono una band che parla con la propria musica non smettendo mai di suonarla per i quaranta minuti a disposizione. Per tanti anni in ambito metal si è detto che ascoltando le nuove leve le sonorità heavy si sono sempre più indurite a discapito della tecnica e dell’originalità. Ecco, i Mastodon sono la classica eccezione, la mosca bianca, la formazione talentuosa che pur ispirandosi ad alcuni gruppi (Metallica, Neurosis ma anche prog metal bands anni ’70), ne ha ripreso alcune idee mischiandole tra loro in modo personale. Quando si dice il carisma. Nonostante quanto sopra, la band deve sviluppare ulteriormente l’aspetto vocale, l’arma più debole e meno incisiva del proprio temibile arsenale metallico.

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Con ROB ZOMBIE e i suoi pards la musica cambia, e in un certo senso si dà davvero inizio alle danze. Il nostro, accompagnato da una scenografia degna di un headlining act (con i mostri horror della Universal a campeggiare nel backdrop), è in formissima dal punto di vista fisico ed il suo spettacolo è un vero e proprio circo degli orrori che pur non spaventando neanche un po’ diverte a non finire i fans della band. Migliaia di ragazzi si mettono a ballare al ritmo di alcuni dei più celebri pezzi dei White Zombie come “More Human Than Human” e “Thunder Kiss ’65” senza dimenticare pezzi ormai classici del repertorio solista di Rob del calibro di “Superbeast” e “Supercharger Heaven”. Rob Zombie, negli anni ’90, fu responsabile prima con il suo vecchio gruppo e poi con la sua carriera solista di uno dei più interessanti maquillages nell’ambito della musica heavy. Prendete dei pezzi come “Poison” di Alice Cooper, toglietegli la patina e i suoni tipici della seconda metà degli eighties, quindi rivestite il tutto con una pesante distorsione di chitarra che non è nè troppo sporca nè troppo industrial per non piacere a dei metallari con gli occhi volti anche verso il futuro (merce rara in certi ambienti) e con una certa apertura mentale. Farcite con ritmiche ossessive, a tratti ballabili e tribali, e fate servire la portata bomba da un chitarrista come John 5 e da un drummer come Ginger Fish (entrambi ex Marylin Manson). Su questa ricetta il buon Rob ha costruito una carriera solista di successo. Trovo generalmente inutili il solo di batteria e di chitarra (preferirei sempre sentire uno o più pezzi in più, a meno che non ci sia un Neil Peart dietro il drumkit) e questo vale a maggior ragione per un show di nemmeno cinquanta minuti ma si può percepire quanto il pubblico si diverta anche dal modo in cui il primo viene accolto calorosamente, con battiti di mani ritmati prima del finale con l’ormai classica “Dragula”. Una delle principali chiavi del successo di questa esibizione, oltre alla capacità della band di stare sul palco con una presenza ed un look decisamente originali, sta nel notevole sound di cui la band ha beneficiato, un plauso quindi a quanti hanno dimostrato che è possibile far esibire una band importante con suoni più che dignitosi anche alle tre del pomeriggio.

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I PAPA ROACH sono il classico gruppo che ha avuto anche più di quanto meritasse quando il suo genere, il nu metal nato dalle ceneri del grunge, era in auge un paio di lustri fa. Tuttavia, a vederli dal vivo ora, dopo una piccola pausa ristoratrice e una visita al market interno dei dischi, bisogna ammettere che la band, oltre ad aver dimostrato una buona longevità (più di quindici anni di carriera), dal vivo ci sa fare. I Papa Roach hanno riletto la musica dei Nirvana per la generazione successiva, con spruzzate di alternative e un pizzico di rap metal, un sentiero seguito anche da altre bands nu metal. Se musicalmente non hanno inventato nulla, va comunque ammesso che nel loro metal moderno non sono quasi mai mancati i chorus memorabili e le hits in grado di funzionare nelle discoteche alternative metal. Dal vivo i Papa Roach sono una formazione compatta e in grado di animare un’audience che sembra conoscerli piuttosto bene, almeno nelle hits più famose come “Last Resort” o “Dead Cell”. Ascoltando la bella “…To Be Loved”, che faceva da sigla del noto programma di wrestling Monday Night Raw, scritta ed eseguita proprio dai Papa Roach, mi accorgo che pur senza suonare in modo molto tecnico la band è molto ben oliata e sciorina con facilità i propri pezzi. Si tratta di un fattore che mi fa un po’ rivalutare un complesso derivativo musicalmente ma tutto sommato divertente e anche discretamente simpatico, con il singer Jacoby Shaddix in grado di cantare i pezzi in modo molto fedele al disco nonostante il caldo e il gran movimento sul palco. Rispetto.

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Spetta poi ai MOTORHEAD dell’immarcescibile Lemmy Kilmister il compito di dare l’ennesima conferma dello status di live band intoccabile. I Motorhead on stage sono una certezza che non delude mai e sono felice di constatare l’alto gradimento del sound proposto da Lemmy, Phil e Mikkey suscitato anche fra i fans più giovani. Il motivo è piuttosto semplice. Tra i generi dell’heavy negli ultimi anni si è assistito a un ritorno del thrash old school e di recente ad una riscoperta del vecchio rock’n’roll in una versione spesso più punky decisamente ipervitaminizzata (pensate anche agli emergenti Volbeat). Ebbene i Motorhead si muovono esattamente tra questi due filoni (con una grande predilezione per il secondo), e lo fanno da quasi quattro decadi. Cominciano e finiscono lo show con Lemmy a pronunciare la stessa frase “We are Motorhead, we play rock’n’roll”. In mezzo a una brevissima presentazione che è anche una dichiarazione d’intenti ci troviamo davanti alla solita nave da guerra guidata da un vecchio lupo di mare che ha scelto con lungimiranza i suoi compagni di avventura ormai con lui da una decina di dischi. II nuovo disco di studio, il ventesimo della band, “The World Is Yours”, titolo che sembra quasi un’esortazione ai giovani, è omaggiato dall’esecuzione di “Get Back In Line” e di “I Know How To Die”, due tracce che non sfigurano troppo tra tanti vecchi cavalli di battaglia. Tra il materiale più recente della band “In The Name Of Tragedy” da “Inferno” pare ormai essersi cucita un posticino nelle scalette del super trio ma ne deve mangiare ancora di spinaci per fare i muscoli mostrati da “Iron Fist”, “Metropolis”, “Killed By Death” o “Ace Of Spades”. Le ripartenze e i finti finali della conclusiva “Overkill”, che lasciano spazio all’ultimo feedback di chitarra del concerto, sono ormai diventati un momento simbolico non solo di ogni show di Lemmy and co. ma anche della storia del rock duro. Noi ci ricomponiamo un po’ dopo l’ondata elettrica che ci ha assaliti, soddisfatti per averla ritrovata maestosa come ogni altra volta.

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Dopo Il Gods del 2008 durante il quale avevo potuto vedere solo la parte iniziale della loro esibizione, attendevo una live performance degli SLIPKNOT con una certa curiosità, più che altro per capire se la band “pericolosa” e “cattivissima” dei primi due dischi fosse ancora tale o se si fosse trasformata un po’ in un fenomeno da baraccone, una sorta di grande circo americano pieno di effetti speciali e pirotecnici. “Quelo”, un divertente personaggio televisivo in auge una decina d’anni fa, avrebbe risposto al dilemma dicendo “la seconda che hai detto, un grande circo americano”. Ed è proprio così, gli Slipknot rimangono una grande band dal vivo ma non sono più le bestie assatanate e aggressive che in un certo senso rivoluzionarono il panorama dell’alternative metal esplodendo in una scena mainstream allora dominata dal nu metal e da poco altro. Gli Slipknot furono in grado di fornire una valvola di sfogo ideale a molte migliaia di fans che sotto il palco se le davano di santa ragione stimolati da nove guerrieri incazzati on stage. Tra effetti pirotecnici, batterie rotanti, movimenti più o meno coreografati e incitamenti al pubblico anche piuttosto ruffiani, la formazione, pur suonando in modo ineccepibile nel suo genere, oggi ha perso un po’ di spontaneità, di imprevedibilità. Sembra di vedere un sequel più edulcorato e meno violento del primo e migliore capitolo cinematografico ma questo non può togliere nulla alla bravura e alla professionalità di ognuno di questi ragazzi che comunque un proprio personaggio e un originale sottogenere l’hanno creato e continuano a portarlo avanti. Quella che non è cambiata molto è invece l’idiozia di molti fans, quelli che quando partono le note di (sic) confondono un concerto metal con l’occasione per lanciarsi in una pericolosa rissa. Pensando a certa gente, un altro celeberrimo titolo di un pezzo degli Slipknot, “People=Shit” (eseguita nel finale) ha ancora più senso. Bello il tributo al compianto bassista Paul Gray, con un session player a suonarne lo strumento dietro il palco e con la maschera e l’uniforme dell’amico scomparso appoggiati su una sorta di appendiabiti a fianco della batteria di Joey Jordison che con Gray formava una terremotante sezione ritmica. Dal punto di vista sonoro le chitarre hanno un po’ sofferto lo strapotere della presenza di tre batterie ma nel complesso Corey Taylor e gli altri metallari mascherati se la sono cavata davvero bene. Come si dice in questi casi: un po’ meno aggressivi ma più maturi.

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Che la stragrande maggioranza dei presenti fosse qui per gli IRON MAIDEN non era difficile intuirlo, dopotutto per la band inglese l’Italia rimane sempre quasi come una seconda casa con un’adorazione per la musica della formazione capitanata da Steve Harris che li ha sempre visti trionfare sia nelle nostre classifiche di vendita che nelle presenze ai concerti. Pur con una simile premessa è sempre sorprendente assistere a uno show metal dove il pubblico è tanto parte integrante dello spettacolo da trasformarlo in un incredibile karaoke collettivo per quasi tutta la sua durata. In Italia questo accade con Vasco o Ligabue ma quello è rock italiano mainstream e questo rimane heavy metal cantato in inglese (peraltro poco masticato da molti connazionali), un genere musicale che ben difficilmente trova sbocchi nei canali televisivi e radiofonici più popolari. Il tour è dedicato al quindicesimo disco della formazione, “The Final Frontier”, e dopo la nuova intro parte proprio da una frizzante hard rock song come la titletrack, utile a scaldare le ugole dei fans. Il nuovo disco è un piacevole capitolo discografico ma non sembra avere i cromosomi dei grandi classici. “El Dorado” ne è il primo singolo ma non è accolta con lo stesso entusiasmo di alcune delle hits più recenti, ma i Maiden sono famosi per non azzeccare la scelta della canzone traino di un album, basti pensare a “Wildest Dreams”. Per trovare una canzone recente che viene accolta in modo realmente trionfale (senza dimenticare una dignitosa versione dell’affascinante “Dance Of Death”) bisogna aspettare “The Wicker Man” (ispirata da un film di vero culto) dal grande “Brave New World” toccato anche dalla sentita “Blood Brothers” anticipata da una dedica ai Maiden fans di tutto il mondo un po’ ruffiana ma anche doverosa per tutti gli anni di inarrestabile supporto alla band.

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Tra gli altri pezzi nuovi spicca “The Talisman” dove Bruce Dickinson è costretto a tirar fuori tutta la voce dopo un inizio di concerto meno urlato del solito (anche per i grandissimi gli anni passano) e la melodica “Coming Home”, un pezzo con un soggetto e un titolo strausati, reso però speciale dalla descrizione del ritorno nella “Albion’s Land” tanto cara ai sei rockers sul palco. Da sempre, tra i chitarristi dei Maiden, ho una predilizione per lo stile di Adrian Smith, anche a livello di songwriting, così pure come un’attenzone particolare per l’apporto melodico di Dave Murray. Tuttavia, dal vivo è impossibile negare l’apporto di Janick Gers, e se diversi anni fa avrei voluto vedere l’Incredibile Hulk entrare sul palco durante un concerto per mangiarsi vivo “l’uomo rana Gers”, beh diciamo che di recente sono diventato più magnanimo e la visione di Janick che scherza con Eddie o che flette le gambe come un ballerino senza mai perdere un gutar lick mi fa solo simpatia. Inutile commentare la solidità di una delle sezioni ritmiche più affidabili della storia del metal anche se il sound di Nicko McBrain, e in buona parte anche la sua “pacca” sul rullante, mi sembrano meno potenti di una decade fa. Che Bruce Dickinson sia un metal singer di un altro pianeta, un po’ come la scenografia fantascientifica di questo tour e del nuovo disco, si sapeva, tuttavia le abilità fisiche da ex schermidore unitamente a doti vocali sensazionali non finiscono mai di stupire, anche se una piccola perdita di potenza e una maggiore fatica (se paragonata con un passato incredibile) a raggiungere le note più alte (coperta con grande mestiere) si percepiscono sia dal vivo in certe brevissime parti che in studio in un paio di pezzi del nuovo disco in cui Dickinson è un po’ troppo “impiccato” dietro al microfono. In compenso la “sirena” ha accentuato sempre più la sua abilità teatrale di recitare i pezzi, un dettaglio importante e particolamente evidente sulle lunghe suites come una “When The Wild Wind Blows” dal flavour celtico, sulla sempre incredibile “Fear Of The Dark” e sulla meravigliosa “Hallowed Be Thy Name”, una summa del meglio del gruppo nella sua versione più epica e profonda.
Immortali.

Di seguito altre foto della giornata.

Mastodon:

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Rob Zombie:

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Papa Roach:

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Motorhead:

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Slipknot:

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Iron Maiden:

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