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22/06/2011 : Gods Of Metal 2011 (Rho, MI)

Pubblicato il 31/07/2011 da in Live report | 0 commenti


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22/06/2011 : Gods Of Metal 2011 (Rho, MI)

Judas Priest
Whitesnake
Europe
Mr.Big
Cradle Of Filth
Epica
Duff Mc Kagan’s Loaded
Cavalera Conspiracy
Baptized In Blood

Live report Gods Of Metal 2011 - Rho

“Operazione nostalgia” era una delle chiavi di lettura più quotate al momento della presentazione dell’edizione 2011 del Gods Of Metal. Prima di assistere all’evento mi assale un dilemma, un “essere o non essere” sulla salute della nostra musica preferita. Quale di queste due frasi è vera?
1) Il Gods si è trasformato in un Jurassic Park del metallo ottantiano e il grande metal è un genere in via d’estinzione. Vince la nostalgia.
2) La conservazione della specie metallica non è a rischio e il Gods of Metal ne è la prova. Il metal ha un futuro e batte la nostalgia.
Per gioco, al termine di ogni performance rifletterò su questo annoso quesito, come se si trattasse di una partita di calcio tra il futuro di questa musica e la nostalgia dei tempi andati. Palla al centro, fischio dell’arbitro, che il Gods Of Metal abbia inizio!

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Dopo essermi perso l’esibizione degli apripista BAPTIZED IN BLOOD, il mio Gods comincia con l’esibizione dei CAVALERA CONSPIRACY. E non è un grande inizio. Mi sembra di aver davanti la versione assonnata e bollita del Max Cavalera che fu, con vocals imbolsite e le solite bestemmie gridate per ottenere il riscontro dei soliti “educati”, una prova di “grande” coerenza da parte di chi ha dedicato a Deus più di un disco. Fortunatamente dietro a Max c’è una band solida, con il fratello Igor alle pelli e un paio di gregari mica male. Purtroppo, il problema principale della band ha un solo nome: confronto. Quello con il passato in una band di grande successo che riusciva a trascinare una legione di metallari fornendo loro una perfetta valvola di sfogo al giovanile senso di ribellione. E non solo. Anche il paragone con l’attuale versione della vecchia band dei Cavalera capitanata da Andreas Kisser è impietoso nei confronti di Max e dei suoi, sia dal vivo che in studio. I pezzi dei Cavalera Conspiracy, come “Inflikted” o “Warlord”, non sono neanche male, quello che manca è il mordente, quel fuoco che ardeva nel passato e che ora pare essersi trasformato in una fiammellina. Una volta, un pezzo come “Refuse/Resist” faceva scatenare la folla come una “War Ensemble” degli Slayer, ora Max Cavalera ha sostituito “the eye of the tiger” con il sorriso (comprensibile ma spento) di un padre (ormai pachidermico) nel presentare la comparsata del figlio Richie (presto concorrente nella versione metal de “I raccomandati”) qui impegnato sulle parti growls di “Black Ark”. C’erano una volta i vecchi Sepultura… Nostalgia dei vecchi tempi vs Futuro del Metal 1-0.

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Una razione abbondante di rock stradaiolo, condito con una spruzzata di punk e servito con un po’ di Alice In Chains. Sulla carta la ricetta non sarebbe nemmeno male, ma lo chef DUFF MC KAGAN la cucina in modo davvero insipido e la portata viene lasciata sul piatto. Duff e i suoi Loaded sono una band senza infamia e senza lode. McKagan, con il suo progetto personale, non è ancora riuscito a lasciare il segno, e se può suonare con questa band nei grandi festival è principalmente in virtù del grande passato nei Guns’n’Roses, qui rivangato da una cover di “So Fine” che peraltro non suscita nemmeno troppo entusiasmo. Intendiamoci, Duff è ancora un rocker di razza, uno che sul palco ci sa stare, ma per sfondare con questo gruppo manca quella materia prima che abbondava alla corte di Axl e Slash: le grandi rock songs. L’uso dei backing vocals, vagamente reminiscente della band di Jerry Cantrell, è forse la cosa più interessante di una formazione che ha un sound troppo scarno e non sufficientemente caldo per appassionare i rockers. Mi piacerebbe sentire qualche pezzo con le tastiere, sono convinto che potrebbero aggiungere colore e calore laddove le chitarre non riescono a creare niente di troppo trascendentale. Derek Sherinian le suona (e bene) con tutti, tanto vale provare a fargli uno squillo. E’ solo un’idea. Intanto la nostalgia raddoppia. Se l’heavy rock del futuro è questo, come direbbero a Roma, “a ridatece gli anni ’80”.

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Con gli EPICA, fortunatamente, il trend cambia e il trait d’union dei due precedenti gruppi viene sostituito da una band ancora abbastanza giovane e in salute, anche se forse il symphonic metal degli olandesi non tira più come il TAV di qualche anno fa. L’ultimo platter “Design The Universe” è un disco piuttosto valido, a patto che sappiate digerire abbondanti dosi di metal sinfonico con influenze gothic, prog e power senza far ricorso a troppo bicarbonato di sodio. Se pensate di potercela fare, allora potrete godervi il solito binomio vocale (voce femminile fatata e voce maschile imbufalita, capiterà mai il contrario?) con la bella performance dell’avvenente Simone Simons, della quale si parla sempre fin troppo del bell’aspetto e troppo poco della grande voce. Personalmente mi fa un certo piacere vedere una cantante con impostazione lirica (mezzo soprano) cimentarsi su partiture metal, a volte anche piuttosto tecniche, e a maggior ragione in un periodo in cui il power metal vende molto meno di una dozzina d’anni fa e l’ascolto di voci pulite non è più prescritto dal vostro ottorino in caso di otite. La band è compatta e sciorina con maestria “Martyr Of The Free Word”, “Unleashed” e i tuffi nel passato con le suggestive “Cry For The Moon” e la magniloquente “Consign To Oblivion”. Bravi ragazzi questi olandesi, il futuro del metal ha dimezzato lo svantaggio. 1-2.

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Dalle sinfonie gotiche degli Epica a quelle del black melodico dei CRADLE OF FILTH il passo forse non sembra così lungo. Tuttavia, quando i blacksters inglesi si presentano sul palco con i loro costumi di scena horror nel momento del postpranzo (detto anche del sacro “abbiocco”) l’impressione non è quella di una perversa, estrema e seducente atmosfera gotica, ma più l’effetto collaterale di un panino alla porchetta un po’ troppo stagionato. Mentre la maggioranza di rockers attende pazientemente il proprio momento, i fans della band dalla terra di Albione, un po’ desolati nelle prime file tra i vari fans dei Priest e dei Whitesnake, cominciano un esercizio di immaginazione davvero notevole. Pensano di essere in un fresco club, di notte, con le luci che rendono la musica dei nostri ancora più lugubre ed impressionante, magari nella seconda metà degli anni ’90, quando il black metal tirava moltissimo e le successive quattro bands in scaletta in questo Gods erano tutte o momentaneamente sciolte o in cattive acque. Poi, però, i nostri blacksters dal cuore tenero riaprono gli occhi e si ritrovano malinconicamente sotto il sole davanti a un Dani Filth con pochi (e strani) capelli, che un po’ stizzito e con un’infelice battuta, paragona i Mr. Big a una sorta di prigione. Non bastano delle dignitose renditions di classici come “Heaven Torn Asunder” dal grandioso “Dusk And Her Embrace”, della fosca “Her Ghost In The Fog” e la compatta hit “From The Cradle To Enslave” per impedirci di pensare che oggi, in questo clima da rockers, forse il black metal sembrava più datato e demodè del sempreverde anche se preistorico hard rock. E la nostalgia va sul 3-1.

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Per la serie “chi la fa l’aspetti”, i MR.BIG rispondono alla battuta di Dani svegliando in un sol colpo tutti i rockers presenti. Facciamo l’appello? No, non intendo menzionare i nomi di tutti i rockettari convenuti all’Arena Fiera di Rho, ma solo quello degli elementi che rendono questa musica così speciale. Chorus per farti cantare. Riffs di chitarra per farti muovere (headbanging rules). Sezione ritmica per farti battere il tempo. E tanto cuore. Questo è il rock signori, e i Mr. Big lo reinterpretano a loro modo, e cioè farcendolo con un sacco di panna montata nella forma della loro tecnica sopraffina. A volte esagerano un po’ con gli assoli, cosa che li rende peraltro più appetiti agli appassionati dei virtuosisimi strumentali. Ma sotto la panna c’è quasi sempre del gelato squisito, prodotto facendo uso di melodie sopraffine, a mio avviso uno dei punti di forza dei nostri, come dimostrato da pezzi come “Green-Tinted Sixties Mind” e dalle ispirate linee vocali di “Take Cover”. Viene scelta una scaletta “da Gods” e quindi niente ballate commerciali come “To Be With You” per far spazio a tutti i pezzi più carichi à la “Addicted To That Rush” o come “Colorado Bulldog” con la sua nuova sorellina “American Beauty” dal nuovo disco “What If…”. Il nuovo platter è un buon esempio di reunion album un po’ di maniera ma davvero valido, impreziosito da tanti bei pezzi ed un grande hook come il singolo “Undertow”. A differenza della trionfale data meneghina del reunion tour, in questa occasione Eric Martin non è al top della condizione vocale ma questo non va minimamente a scalfire la performance di una band che è riuscita a scaldare il pubblico da subito per tenerlo in temperatura fino al termine dello show. E il futuro del rock riduce lo svantaggio sulla nostalgia. 2-3. Non è ancora finita.

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L’inizio del concerto degli EUROPE è un po’ desolante. Non è colpa della musica, nè tantomeno dei rockers svedesi, ma le belle melodie evocative della titletrack dell’ultimo lavoro discografico “Last Look At Eden” sono tristemente “sparate” dagli amplificatori con un volume così basso da rendere piuttosto vani gli sforzi del gruppo. Il pubblico, ovviamente, non riesce ad esaltarsi a dovere, almeno fino a che il fonico non decide di trasformare una musica di sottofondo da pub (durante la quale si può chiacchierare amabilmente) in un vero concerto rock, cosa che accade in prossimità dell’esecuzione del classico “Superstitious” da “Out Of This World”. Oltre al problema del sound, che comunque non sarà mai ottimale durante questo live set, la rock machine svedese non raccoglie l’accoglienza più calorosa da parte dei rockers italiani anche per un altro motivo, che in realtà è anche un pregio. Gli Europe sono una band coraggiosa. La loro reunion è quanto di più lontano dalla mera riproposizione nostalgica dei vecchi classici con lo stesso sound degli anni ’80 che decretarono il grande successo del complesso scandinavo. Gli Europe non suonano solo quello che i loro fans vorrebbero ma decidono con personalità di non sacrificare mai i loro pezzi nuovi dai tre album post reunion. Bisogna essere un po’ temerari per non suonare una “Cherokee” o una “Let The Good Times Rock” davanti a una platea di rockers con grande fame di old school a favore della nuova (e ispirata) “No Stone Unturned” o dei due estratti da “Secret Society” (l’album più moderno dalla reunion) “The Getaway Plan” e “Love Is Not The Enemy”, con sonorità che ricordano più gli Alter Bridge che gli stessi Europe degli anni ’80.

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La scaletta è piuttosto heavy, con una grande “Scream Of Anger” a riportare in vita le screaming vocals di Joey Tempest e il lato più metallico della band, parzialmente ripreso nell’ultimo disco da un pezzo come “The Beast” suonato a inizio show. Da ricordare la sorpresa “More Than Meets The Eye” e l’efficace rendition di “Seventh Sign” da “Prisoners In Paradise”, pregevole disco sempre piuttosto trascurato dalle setlist. E’ anche bello risentire la superballad “Carrie” nella sua versione elettrica e non nella più agevole veste acustica alla quale il grande frontman Joey Tempest ci aveva abituato negli ultimi anni. John Norum si conferma un chitarrista di valore, anche se la sua presenza scenica, e la sua verve sul palco, di certo non sono paragonabili a quelle di Angus Young, al quale il guitar player svedese sembra dedicare una versione in slow motion dell’inconfondibile camminata dello studentello del rock. Il concerto, tramutatosi in una festa gioiosa in occasione dell’esecuzione dei classici da “The Final Countdown” lascia un buon sapore in bocca ai rockers, e, si sa, l’appetito vien mangiando. Il coraggio degli Europe ha riportato il futuro del rock al pareggio sul 3-3. Tuttavia, bisogna ammettere l’abisso di differenza tra l’accoglienza riservata ai vecchi classici rispetto al materiale più recente, anche se di buon livello come nel caso della titletrack di “Start From The Dark”. Nonostante gli encomiabili sforzi degli svedesi la nostalgia dei vecchi tempi torna avanti di un goal. 4-3.

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Dal punto di vista sonoro, l’inizio di concerto del “serpente bianco”, per la prima volta dall’inizio del festival, ci fa provare la sensazione della promozione in serie A dopo una gavetta nelle serie inferiori, con un’acustica finalmente all’altezza sia per potenza che riguardo alla pulizia di suono. Alla batteria Brian Tichy picchia come un fabbro ma con costrutto, Doug Aldrich e Reb Beach sono una garanzia alle sei corde e il bassista Michael Devin, così come il tastierista Brian Ruedy fanno la loro parte fino in fondo. Purtroppo, è la performance di Dave Coverdale ad essere la spina nel fianco della band in quest’occasione. Da arma in più, inconfondibile e affascinante, a brutta copia dei tempi migliori, che costringe il fonico ad effettare e processare all’inverosimile la voce di David. Nelle parti basse e meno impegnative Coverdale riesce comunque a non sfigurare, complice anche la bellezza di pezzi come “Is This Love”. Pensate a un quadro che verrà comunque fuori con colori sgargianti e caldi nonostante il pennello del suo pittore sia piuttosto spelacchiato. La verità è che partendo da una tavolozza di colori così belli il buon risultato è comunque garantito. Stupisce in positivo la fiducia, ben riposta, di Coverdale e dei suoi pards nell’ultimo disco “Forevermore”, un disco veramente bello e adatto alla voce stagionata del frontman americano. La sua titletrack, eseguita alla grande, è degna di essere menzionata insieme ai grandi classici di ogni tempo del gruppo (ma quante volte David canta le parole “Give Me All Your Love” nei suoi testi?) e anche “Steal Your Heart Away” assesta un altro colpo vincente con un Aldrich in grande spolvero anche nelle vesti di songwriter. Alla fine, i pezzi nuovi eseguiti saranno quattro (gli altri due sono il singolo “Love Will Set You Free” e la frizzante “My Evil Ways”), senza dimenticare che la opener dello show “Best Years” era la canzone apripista del precedente disco “Good To Be Bad”, un bel pezzo, ormai da tempo posto in apertura degli spettacoli live del “serpente bianco”. Gli scroscianti applausi ricevuti dai menzionati pezzi, senza dimenticare le lodi già tessute per le nuove canzoni di Mr. Big e Europe, mi fanno tornare al dilemma sulla salute dell’heavy rock.

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Del grande rock viene ancora prodotto, quello che è cambiato, e non è poco, è tutto il contorno. I tempi non sono più quelli del rock perchè ora tirano molto di più altri generi, e in generale internet ha portato a un calo delle vendite mostruoso che ha spinto però le bands a puntare moltissimo sull’attività live, la migliore fonte di guadagno per l’hard rock. Non è un caso che formazioni storiche come i Deep Purple i nuovi dischi non li vogliano nemmeno scrivere mentre i loro tour nel “bel paese” si susseguono, e sempre con grandi affluenze, a cadenza annuale. La setlist dei WHITESNAKE è un po’ stringata, anche perchè, purtroppo, i tradizionali assoli di chitarre e batteria si protraggono oltre il necessario e questo, oltre a far scemare un po’ la tensione del concerto, ci fa anche perdere le storiche ammalianti melodie di “Ain’t No Love In The Heart Of The City”, tagliata dal live set. Il finale dello spettacolo è quello dove vengono sparati alcuni dei fuochi d’artificio più pirotecnici che rispondono ai nomi di “Here I Go Again” e “Still Of The Night”, e nonostante la brutta giornata di Coverdale il pubblico si diverte e inneggia a una delle storiche grandi bands di hard rock ancora in circolazione. Il futuro del rock recupera sulla nostalgia dei tempi passati grazie al notevole successo ottenuto anche dalla prima parte dello show, quella incentrata sul materiale più recente, tutto si deciderà nel main event. Futuro del metal vs nostalgia del passato: 4-4.

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Le mosse “politiche” dietro all’annuncio dell’ultimo world tour dei gloriosi JUDAS PRIEST mi avevano un po’ schifato. E forse la stessa reazione era stata condivisa anche dallo storico chitarrista KK Downing, la cui dipartita dal gruppo britannico è sembrata legata all’intento del management e del resto della band di promuovere come un addio questo tour estivo che in realtà verrà seguito da un nuovo studio album e poi da altre date dal vivo in suo supporto. La verità è che questo “Epitaph Tour”, a prescindere dal suo turbolento prologo e dalla dolorosa perdita di un membro originale importante come KK, verrà ricordato negli anni come un momento realmente straordinario nella vita della band. Il Concerto. I Judas Priest sono in attività da una quarantina d’anni, tra pause e pochi avvicendamenti nella line-up, ma non si erano mai spremuti tanto come in quest’occasione. Non riesco ad immaginare, in ambito metal, una scaletta più bella e corposa, più storica e onnicomprensiva della setlist proposta dai Judas in questo tour. A mio avviso, senza mezzi termini, si tratta probabilmente della setlist più bella mai eseguita da una metal band durante un intero tour. Qui non stiamo parlando di un concerto isolato allungato per registrare un DVD o per rendere speciale un evento, il Prete DI Giuda in questo tour suona due ore e un quarto tutte le sere, e se a farlo sono dei leggendari sessantenni capitanati dal frontman Rob Halford, riconosciuto come il Metal God di tutti i singers di classic metal nonchè un pioniere delle screaming vocal, beh, non basta togliersi il cappello.

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Cantare nella stessa sera “Victim Of Changes”, “Beyond The Realms Of Death”, “Sentinel”, Painkiller” e così tanti altri classici della band a questa età e in modo più che dignitoso (per lunghi tratti brillante) con una grinta e un carisma che hanno pochissimi pari, ha reso questo concerto da headliners un evento nell’evento. Suonare almeno un pezzo da ogni disco con Rob Halford era una piccola impresa perchè significava pescare all’interno di sedici dischi che hanno fatto la storia del genere. Dall’heavy rock settantiano di “Never Satisfied” dal debutto “Rocka Rolla” alla compatta ed atmosferica “Prophecy” dall’ultimo “Nostradamus” i Priest ne hanno fatto di strada e in questa magica serata ci hanno fatto ascoltare tutte le sfaccettature del loro sound metallico. L’esecuzione di rarità come “Starbreaker” o della meravigliosa epicissima “Blood Red Skies” (che immagino sempre suonata al tramonto) da “Ram It Down” hanno ulteriormente impreziosito uno show ricco come non mai di luci laser, di effetti pirotecnici e scenografici e di un numero record di cambi d’abito per il Metal God. Riascoltare le atmosfere ottantiane di “Turbo Lover” a fianco del power metal melodico di “Nightcrawler”, canticchiare “Heading Out Of The Highway” eseguita a braccetto con uno dei recenti inni metal della nuova generazione di metallari, “Judas Is Rising”, ci hanno ricordato in modo maestoso che un gruppo unico come i Judas, al di là di tutto, era e resterà sempre un patrimonio inestimabile per tutti gli appassionati di queste sonorità. Il nuovo chitarrista, il giovanissimo Richie Faulkner, inizialmente accolto con molto scetticismo, ha suonato benissimo e ha anche ricevuto l’onore da Glen Tipton, non solo di prendere il posto di KK Downing, ma anche di inserire nuovi assoli all’interno di quelli che prima erano storici e intoccabili monoliti della storia del hard’n’heavy. Forse il metal mondiale ha trovato una delle sue nuove stelle, quello che è certo è che i fans dei Priest questo concerto non se lo dimenticheranno mai. Il finale dello show è come la corsa delle bighe in Ben Hur, un film già visto ma sempre clamorosamente bello, con “Breaking The Law” cantata interamente dai fans, la obbligatoria “Electric Eye”, l’arrivo di Rob Halford in moto per “Hell Bent For Leather” e l’interazione tra il pubblico e la band che raggiunge l’apice per le conclusive “You’ve Got Another Thing Comin'” e il terzo bis “Living After Midnight”. Il Metal e il rock duro sono ancora vivi e vegeti e questo trionfo musicale lo dimostra. Al termine del Gods Of Metal, secondo il mio personalissimo cartellino, il futuro del metal batte di misura la nostalgia della old school 5-4 al termine di una partita epica. Finchè ci saranno concerti come questo “epitaffio”, finchè ci saranno questa eccitazione, le lacrime negli occhi, la pelle d’oca sulle braccia, i brividi lungo la schiena, le corna levate al cielo, state certi che il “metal heart” continuerà sempre a battere.
Lunga vita ai Gods Of Metal.

Di seguito altre foto della serata.

Baptized In Blood:

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Cavalera Conspiracy:

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Duff Mc Kagan’s Loaded:

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Epica:

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Cradle Of Filth:

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Mr. Big:

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Europe:

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Whitesnake:

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Judas Priest:

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