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17/09/2011 : Rock Hard Festival (Trezzo Sull’Adda, MI)

Pubblicato il 13/10/2011 da in Live report | 0 commenti


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17/09/2011: Rock Hard Festival – Live Club – Trezzo Sull’Adda (MI)

Live report Rock Hard Festival

La seconda edizione italiana del ROCK HARD FESTIVAL trova nel Live Club di Trezzo sull’Adda, a pochi km da Milano, una location che fornisce una buona capienza e un’acustica superiore alla media. Giunto al locale quando si stanno esibendo i tenebrosi MORTUARY DRAPE, vengo subito informato da un addetto alla sicurezza all’entrata del club che non è possibile entrare con cibo o bevande, una regola decisamente fastidiosa, e a maggior ragione per un lungo festival come questo. Torno quindi alla macchina e ne approfitto per fare uno spuntino notando che sono molti altri i metallari che si stanno rifocillando nei pressi delle loro auto. Al mio ritorno all’interno del Live Club, non che ne dubitassi, i Mortuary Drape hanno già terminato il loro brevissimo set e allora ho tempo di girare un po’ per il locale che offre per l’occasione un buon numero di stands come quelli della Punishment Records di Corrado Breno (a cui va il mio grazie per un interessante advance preview minicd del nuovo disco dei Delirium X Tremens) e della Jolly Roger di Antonio Keller.

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Quando salgono sul palco i genovesi DETESTOR sotto lo stage ancora non ci sono la calca e l’interesse delle grandi occasioni e molti metallari preferiscono sostare nell’area esterna del club adibita a bar dove sono presenti altre bancarelle. Dal numero di persone che stanno fuori è già facile ipotizzare che durante il “main event” sotto il palco ci sarà un bel pienone. Jaiko, uno dei due vocalist della nuova line-up dei Detestor si presenta sul palco indossando la metà di una canonica t-shirt che peraltro presenta tagli che sembrano le lacerazioni di giganteschi artigli meritandosi subito qualche battuta dalla prima fila del tipo: “dove l’hai lasciata la tigre?”. Per tutta risposta il singer in questione di felino sembra avere anche la voce ringhiosa e soprattutto la voglia di attaccare il microfono con foga predatoria.
Non mi sorprende, anche vista la loro provenienza e la forte carica di ribellione sociale di questi ragazzi, che venga citato in sede di introduzione di un pezzo anche il tristemente famoso G8 di Genova di qualche anno fa definito come uno dei più gravi abusi di potere della nostra storia. I Detestor sono cambiati dagli esordi targati fine anni ’80 e ora il loro thrashcore si è imbastardito con un’influenza death più accentuata. Il binomio vocale tra i ruggiti death e le grind vocals dei due frontmen rende la proposta della formazione più personale e molto adatta ad una musica di denuncia, di sfogo totale che ha i suoi momenti migliori quando la band azzecca i registri giusti e riesce ad inserire piccole melodie convincenti a fare da apripista a sfuriate annichilenti. Il chitarrista Loris sa il fatto suo dimostrando di essere a suo agio quando si tratta di produrre una matassa sonora decisamente pesante e moderna che a tratti ricorda gli Slipknot più creativi. Niente male.

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L’ingresso sul palco degli SCHIZO sembra una chiamata alle armi. Tutti i fans del thrash metal più tradizionale, memori delle prime, storiche uscite della formazione di origine siciliana, si presentano sotto il palco e il macello non si lascia di certo attendere. Gli Schizo tornano sulle scene con uno spettacolo clamorosamente intenso grazie ad una tecnica strumentale decisamente buona ma soprattutto in virtù di un’energia notevolissima e della stage presence eccellente del frontman Nicola Accurso, per buona parte dello show con il viso coperto da un passamontagna da “brigante”. Davvero buona la prova del chitarrista S.B. Reder, che milita anche nel progetto thrash “Mondocane” con l’ex bassista e fondatore degli Schizo Alberto Penzin.
La scaletta dà ampio spazio al materiale più vecchio per un set old school che manda davvero in visibilio quasi tutti i presenti. Si alternano quindi mazzate come “Electric Shock”, il thrash anthem tutto da pogare “Necroschizophrenia” (registrata dai Mondocane) e la scurissima “Violence At The Morgue” con alcuni loschi figuri che si avventano nel circle pit con lo sguardo di Jack lo squartatore per poi aiutare a rialzarsi le “vittime del pogo” come impone la regola non scritta della “cavalleria thrash”. La mia impressione, già dopo le primissime note, accompagnate peraltro da un sound piuttosto pulito e potente, è che si sia trattato dello show della giornata, almeno fino a quello dei maestri Coroner. Il finale è tutto per la osannata titletrack del primo disco di studio degli Schizo “Main Frame Collapse”, uscito dopo diversi demo nel 1989 e ormai diventato un oggetto di culto underground anche fuori dai nostri confini.

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Il primo gruppo straniero del bill è quello dei MASTER, una realtà storica in ambito death metal, una formazione di nicchia ma che ha saputo costruirsi uno zoccolo duro di fans che ne hanno seguito le gesta durante la lunga carriera cominciata a metà degli anni ’80. Per molti versi, a livello di attitudine e non tanto musicalmente, i Master ricordano molto i Motorhead (e non solo perchè sono un trio) nel loro essere piuttosto intransigenti musicalmente e nel riproporre dischi nuovi con lo stampino. Anche per i Master, con le dovute proporzioni, è il bassista e vocalist Paul Speckmann il vero catalizzatore dell’attenzione dei presenti. Trattasi non solo dell’unico membro originale e leader maximo della band (che era americana e ora si è rilocata in Repubblica Ceca con musicisti locali), ma anche di un vocalist citato come influenza da personaggi importanti della scena come Shane Embury dei Napalm Death.
I Master furono una delle prime death metal bands di sempre, subito dopo la venuta dei Venom personalizzandone un po’ il sound fino a diventare un punto di riferimento per il genere a livello underground. Sono pochi i gruppi così longevi in ambito estremo ancora in attività, Slayer e Venom a parte. Dal vivo i Master suonano davvero violenti, una macchina da guerra velocissima e oscura (basta ascoltarsi la song “Master” o “Judgment Of Will” da “On the Seventh Day God Created… Master”) che senza frizzi e lazzi coniuga il death metal più classico con qualche partitura tipica del vecchio dark metal inglese, con sentori di Angel Witch e dei sempiterni Black Sabbath, non a caso alcuni dei gruppi coverizzati nei primissimi anni di carriera di Speckmann. Se non vi piacciono i dischi con superproduzioni e propendete per una sincera grezza mazzata sui vostri denti, beh, il letale piatto è servito. Dai Master.

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Dopo i fuochi d’artificio sparati dagli Schizo con il loro reunion show decisamente “con il botto”, anche i NECROMASS tornano sul palco in modo decisamente brillante. Se la prima impressione di qualcuno potrebbe essere quella di trovarsi davanti ad una risposta italiana ai vari Dimmu Borgir e Cradle Of Filth, con tanto di abiti di scena cupissimi ad effetto e full make-up, beh la verità è decisamente un’altra. Innanzitutto, giusto per mettere i puntini sulle “i”, va dato atto alla formazione nostrana di aver esordito su demo prima ancora che i gruppi citati (della cosiddetta seconda ondata del black metal) arrivassero ai primi successi. Se sulla paternità del black metal di solito si tirano fuori i nomi di Venom e Bathory (senza dimenticare Hellhammer) nelle prime storiche uscite ottantiane va detto che in ambito italiano i Necromass sono stati certamente tra i primi esponenti del black tricolore. Anche se il successo su vasta scala non ha mai arriso alla band (probabilmente non abbastanza supportata a livello discografico e forse non abbastanza catchy) questo non ha comunque impedito a questi blacksters di ricamarsi un posto di riguardo a livello underground, dove i primi demo del gruppo sono considerati dei pezzi di pregio che hanno anticipato due dischi davvero interessanti come “Mysteria Mystica Zothyriana”, da alcuni ritenuto un piccolo capolavoro di puro odio ed atmosfere malvage e il più ricercato e progressivo “Abyss Call Life”. Dal vivo la band ha sfoderato grinta ed una tecnica esecutiva ragguardevole nel genere con il bassista e vocalist Ain Soph Aour a donare quel pizzico di teatralità in più ad un gruppo che ha calato le proprie oscure carte nel migliore dei modi grazie a brani del calibro di “Black Mass Intuition”, “A Serpent Is Screaming In The Abyss” e della titletrack del primo disco prima di chiudere la tetra e blasfema cerimonia con “Sadomastic Tallow Doll”.

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Difficile trovare un monicker più appropriato di ONSLAUGHT (tra l’altro il titolo di un delizioso vecchio videogioco con epicissima colonna sonora) per una band il cui live show è davvero un massacro, un tributo all’old school thrash melodico che di rado tira via il piede dall’acceleratore. Nel corso di una lunga carriera i thrashers inglesi hanno certamente lasciato una piccola impronta nella storia del genere pur non essendo mai arrivati ai livelli di popolarità delle bands di prima fascia. Dopo la formazione nella prima metà degli anni ’80 con un sound inizialmente influenzato dal punk rock più carico la band ha irrobustito la matrice di puro thrash del proprio sound per poi restarle fedele per il resto della carriera. Di certo possiamo dire che gli Onslaught non hanno mai legato troppo con i loro vocalists, cambiandone spesso e volentieri, con una media di uno ogni due, tre anni. Tra i frontmen che si sono succeduti dietro al microfono ricordiamo anche Steve Grimmett, il leader dei Grim Reaper.

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Questa instabilità in un ruolo così importante come quello del vocalist pare essere ormai un problema risolto grazie al ritorno del talentuoso Sy Keeler, una vecchia conoscenza visto che trattasi del frontman che aveva cantato nello storico secondo disco, un discone thrash come “The Force”. Gli ultimi due dischi di studio della band (“Killing Peace” e “Sounds Of Violence”) sono davvero esempi di album degni di essere paragonati con i piccoli classici del passato. E’ raro vedere fans così carichi e scatenati quando vengono suonati pezzi nuovi o recenti come “Killing Peace”, “Burn” e “Born For War” ma le ultime due uscite degli inglesi sono davvero due piccole bombe, complice una produzione all’altezza. I vecchi classici “Let There Be Death” e “Metal Forces” ricevono lo stesso caldissimo entusiasmo da un pubblico quasi adorante e gli Onslaught, peraltro in buona forma, hanno sorrisi incontenibili dipinti sul volto e oltre a suonare davvero bene dimostrano di divertirsi un sacco. Sy Keeler si dimostra una sicurezza dietro al microfono, in grado sia di lanciarsi nei tipici screams del genere che di modulare la propria voce per rendere al meglio sia nelle parti più aggressive delle strofe che nelle più rare aperture melodiche. Un massacro senza sangue ma con tanto sudore e divertimento.

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I CORONER sono davvero una band speciale, non solo sono stati tra i pionieri del thrash metal più tecnico e sperimentale ma hanno sempre avuto dalla loro parte quel songwriting magico che grazia solamente le carriere delle bands più grandi. L’atmosfera all’interno del Live Club è quella di un mix di palpabile emozione che sta tra la gioia e allo stesso tempo la curiosità di verificare quanto il passare del tempo abbia potuto intaccare le straordinarie capacità tecniche e la tenuta del palco di questi tre seminali musicisti a 360°. L’origine della band è molto particolare visto che il nucleo principale dei Coroner era composto da membri della crew di un’altra formazione svizzera di innovatori assoluti, i Celtic Frost di Tom G. Warrior.
Le prime note della prima parte di “Golden Cashmere Sleeper” hanno subito messo in chiaro che i padrini assoluti del thrash tecnico e sperimentale sono ancora questi signorotti svizzeri di mezza età ancora in grado di sciorinare gli straordinari parti di menti artistiche davvero creative ed ispirate. Al terzo pezzo, con la sincopata e seducente “Serpent Moves”, l’headbanging diventa la nuova religione che accomuna tutti i presenti al Live Club, per un riff ipnotico spezzato magistralmente da cambi di tempo dal grandissimo gusto compositivo.

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Durante l’ascolto di questo pezzo mi vengono in mente le ingiuste critiche subite dalla band da parte dei fans più tradizionalisti subito dopo l’uscita di “Grin”. Il colmo dei colmi è che si trattava di rimbrotti ad una formazione per aver cercato di vendere più dischi nonostante la realtà parlasse di un disco molto più avant-garde e assolutamente non commerciale. Se “Grin” fosse uscito dopo l’esplosione degli Opeth o anche solo dopo l’ultimo disco dei Death penso avrebbe trovato un terreno molto più fertile, ma questo è il triste destino degli innovatori, o anche solo degli artisti talentuosi dotati anche di un certo coraggio e di personalità. La band dal vivo si presenta bella carica alternando brani veloci e più tipicamente thrash ad altri più slegati e sperimentali, a tratti sfociando nel jazz. Uno degli apici assoluti del festival è la sognante “Gliding Above While Being Below” con un’eccellente intro chitarristica di Tommy Vetterli. Con “Grin” si chiude in modo eccellente il set ordinario degli elvetici prima di chiudere definitivamente il sipario sull’edizione 2011 del Rock Hard Festival con il succolento piatto offerto nei bis grazie ad una cover malata di “Purple Haze” e alla tostissima “Reborn Through Hate”, una sorta di ponte tra il classic thrash ed uno stile più elaborato, quello perfezionato mirabilmente da questi grandi innovatori del metallo pe”n”sante. Grandissimi Coroner!

Di seguito altre foto della serata, tutte realizzate da Massimo “MaxMoon” Guidotti.
Detestor:

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Schizo:

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Master:

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Necromass:

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Onslaught:

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Coroner:

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Nicola (Schizo) con il nostro Max

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