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15/09/2012 : Rock Hard Festival III (Trezzo, MI)

Pubblicato il 7/11/2012 da in Live report | 0 commenti


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15/09/2012 : Rock Hard Festival III – Live Club, Trezzo (MI)

Live report Rock Hard Festival

La terza edizione del Rock Hard Festival, molto attesa soprattutto dai fanatici del thrash metal, giunge a compimento sabato 15 settembre: l’evento, che aveva già richiamato all’ordine numerosi adepti metallici nel 2010 all’Estragon di Bologna (Sodom headliner) e nel 2011 al Live di Trezzo sull’Adda (Coroner headliner), viene a riconfermare la location anche per l’edizione di quest’anno. Riconfermato è inoltre il successo della giornata, che richiama indifferentemente gente dal Nord Italia come dal resto dello Stivale, per una rassegna nel nome delle frange più estreme del panorama heavy, con qualche mosca bianca a rompere lo schema, per così dire, “violento” che ha caratterizzato l’intera giornata.
L’arrivo al Live Club sin dalla prima mattinata mi permette di gustare i preparativi: gente indaffarata che corre in ogni dove nel tentativo (più o meno riuscito che sia) di sistemare gli ultimi dettagli, “smussare gli angoli” ed offrire l’accoglienza migliore sia agli artisti che (più che giustamente) agli spettatori paganti. La formazione A.D. MMXII dei Bulldozer testa personalmente l’effettiva riuscita sonora del palco di Trezzo, gli ultimi stand sono ormai pronti ad accogliere chi di musica non è mai sazio, il merchandise delle bands è pronto per l’assalto dei fans… e senza accorgersene son già le 13, orario di apertura del locale.

Eccovi una panoramica della setlist, che vedrà susseguirsi in ordine di apparizione:
– Antropofagus
– Phantom X
– Fingernails
– Opera IX
– Raw Power (sostituti “volanti” dei Mekong Delta)
– Helstar
– Exumer
– Immolation
– Assassin
– Artillery
– Bulldozer
– Marduk

Un’ora infausta per cominciare: sono le 13:40, e gli italianissimi ANTROPOFAGUS attaccano con il loro più che violento assalto brutal per gli irriducibili che già si accalcano sotto il palco con l’intenzione di restarvi fino al termine dell’evento. I Nostri pescano a piene mani dal secondo recente full length, “Architecture Of Lust”, uscito proprio nel 2012 per Comatose Music: “Sanguinis Bestiae Solium” e “Demise Of The Carnal Principle” non fanno prigionieri, con la loro violenza condensata in pochi brutali minuti; si passa poi ad episodi risalenti al lontano 1999, come “Loving You In Decay” (tratta dall’esordio “No Waste Of Flesh”), che il pubblico sembra gradire scatenandosi timidamente nei pressi delle transenne. Compatti ed intensi, una prestazione da manuale, precisa ed efferatamente veloce, peccato per lo scarso tempo a disposizione che non scoraggia comunque il quartetto ligure dal dare prova che il death metal in Italia è vivo e vive una seconda giovinezza, alla faccia dei detrattori!

Cambio radicale nella proposta con gli statunitensi PHANTOM X capitanati dall’inossidabile Kevin Goocher, noto ai più per la sua militanza nelle leggende dell’epic Omen, il quale, insieme allo scatenato bassista Glenn Malicki (altro ex Omen), nella mezz’ora scarsa a disposizione investe i pochi astanti; scarsa affluenza che probabilmente è dovuta alla proposta più “soft” del combo. US Metal all’ennesima potenza, melodico ed inquadrato ma dannatamente inequivocabile; i Nostri si trovano in Europa per la promozione dell’ultima ed ormai quarta fatica “The Opera Of The Phantom”, ma non disdegnano di riproporre vecchi classici del loro repertorio, come “Storms Of Hell” e “Black Sails”, passando per la poderosa e contagiosa epicità di “Into Battle We Ride” dall’ottimo “This Is War”. Un omaggio all’indimenticato Ronnie James Dio, che finalmente vede una partecipazione più attiva del pubblico, con la sabbathiana “Heaven & Hell”, dove tutta la grinta e la classe del combo si sposa con la passione che solo il fan può portare avanti con tanta caparbietà. Anche per gli americani pollice (e corna) verso l’alto: un sinonimo di garanzia e sconfinata bontà, seppur relegati ad un livello underground, per cui supporto!

Ulteriore cambio di palco, altra band nostrana che si appresta a sganciare una raffica di marcio rock ‘n’ roll sul pubblico del Live: stiamo parlando dei capitolini FINGERNAILS, nome e garanzia per chi ha fatto del metallo italiano una ragione di vita! Maurizio “Angus” Bidoli e Anthony Drago si rivelano ancora una volta autentiche macchine da guerra, o meglio da palcoscenico, coadiuvati al basso da Ricchard (basso e voce negli Hammer) ed alla batteria dall’ultimo acquisto Carlo Usai. La classica attitudine “a la Motorhead” fuoriesce nel breve tempo a disposizione dei nostri, che senza perdersi in presentazioni e corollari lanciano al pubblico una sequenza di bordate al fulmicotone, tra cui le storiche “Dirty Wheels” e “Crazy For Blow Jobs” (con Angus Bidoli che come da copione si cimenta anche dietro al microfono), oltre che episodi dal recente “Alles Verboten”, pubblicato proprio quest’anno dalla High Roller Records. Fortunatamente esistono ancora epigoni come i Fingernails, che oltre a divertire pensano anche a divertirsi, mostrandolo senza remore a chi gode di questa grandissima prestazione… per usare un’abusata espressione d’oltreoceano: prova “in your face”!

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Il quadro iniziale viene a concludersi con un altro act di italiche origini (senza contare successivamente le leggende Raw Power, sostituti dei defezionari Mekong Delta, purtroppo non presenti per problemi familiari di uno dei membri, oltre agli attesissimi Bulldozer), che per chi ha fatto del black nostrano una ragione di vita, soprattutto agli albori della scena, non potrà certo passare inosservato. Parliamo degli OPERA IX, da vent’anni portabandiera del genere a casa nostra, che pur ricevendo una reazione da parte del pubblico più fredda di quanto avvenuto in precedenza (fatta eccezione per i die hard fans della band), si prodigano per dare il massimo nel tempo loro concesso, soprattutto in virtù del fatto che questo concerto sarà racchiuso in un live dvd. C’è da sottolineare come il bacino d’utenza sia ristretto per il combo piemontese: i presenti sono pronti a scatenarsi per quanti stanno per arrivare, e pur lasciando una buona impronta, gli Opera IX non riescono a scalfire e a centrare in pieno il bersaglio, complice la direzione artistica più thrash sulla quale è impostata la giornata.

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L’hardcore punkeggiante tiratissimo dei reggiani RAW POWER ottiene sempre il rispetto e l’apprezzamento di una audience metallica anche quando il filone musicale del festival va in una direzione diversa. Il mio primo ricordo live di questi emiliani immarcescibili è molto datato e risale ad un vecchio festival con Kyuss e Soundgarden. Da allora i Raw Power (nome che è un omaggio all’omonimo terzo disco degli Stooges) hanno continuato a sfornare dischi e concerti ricordando i grandi Motorhead per coerenza ed avversione alle mode, anche se con le dovute differenze sonore. Una caratteristica peculiare dei concerti dei Raw Power è l’incredibile intensità con la quale il frontman Mauro Codeluppi & co. affrontano la live performance. La scaletta dei Raw Power è un tale assalto all’arma bianca che dopo una dozzina di pezzi concitati è pure prevista una pausa di un misero minutino per tirare il fiato ed accordare gli strumenti martoriati dopo schitarrate di grande veemenza. A tal proposito, nella setlist, non senza una buona dose di umorismo, dopo l’espressione “accordatura 1 minuto” è scritto “ALTRIMENTI A MOR” che in dialetto reggiano significa “altrimenti muoio”. Con titoli come “Fuck Authority”, “White Minority”, “State Oppression”, “Politicians” è chiaro che dal punto di vista lirico i testi dei Nostri non si prestino ad interpretazioni molto filosofiche, ma tristemente questi soggetti impregnati di antipolitica e denuncia sociale fortissima non sono mai stati tanto attuali negli ultimi cinquant’anni.

Un doveroso saluto, considerato il ritardo con cui postiamo il report, va a Luca “Lupus” Carpi, chitarrista dei Raw Power, venuto a mancare lo scorso mese di ottobre per cause naturali… non lo conoscevamo di persona, ma la grinta che metteva sul palco imbracciando la sua chitarra era davvero contagiosa… R.I.P.

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Salutati Codeluppi e soci, si ritorna a parlare di USA, con una dose massiccia di US Power da parte di chi lo ha eletto a stile di vita: stiamo parlando dei grandiosi HELSTAR, che ritornano a distanza di un anno in Italia in un contesto più “internazionale” (la volta precedente avevano fatto tappa in solitaria presso il Rock ‘n Roll di Rho). La formazione di Houston, in tour per celebrare il trentennale di carriera, con ultima tappa proprio in quel di Trezzo, si introduce al pubblico italiano accorso a salutarla con “Angels Fall To Hell”, proseguendo il discorso con classici della propria discografia come “The King Is Dead” e “Towards The Unknown”, per passare attraverso “Pandemonium”, “To Sleep, Perchance To Scream”, “Trinity Of Heresy”, “Baptized In Blood”, per concludere in bellezza con la roboante “Run With The Pack”, con il pubblico a farla da padrone insieme alla band, cantando a squarciagola ed immortalando uno dei momenti più magici ed epici della giornata. James Rivera si rivela ancora una volta un cantante di caratura superiore, senza necessariamente aver bisogno di scatenarsi più di tanto per riscuotere i favori dei fans; non è da meno la sezione ritmica della band, composta dal bassista Jerry Abarca e dall’indemoniato batterista Michael Lewis, senza dimenticare la coppia d’assalto Larry Barragan / Robert Trevino, una oliata macchina macina riff! Una garanzia!

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Uno degli aspetti più interessanti della giornata è l’occasione che questo happening metallico fornisce di vedere dal vivo in Italia formazioni straniere di culto mai o raramente esibitesi dalle nostre parti. Questa caratteristica, che ha reso celebri festival come il tedesco Keep It True o encomiabili i nostrani e al momento purtroppo “defunti” Play It Loud e Steel Fest, rende davvero speciale il Rock Hard Festival. Ce ne accorgiamo già con l’esibizione dei tedeschi EXUMER, freschi di un reunion album come “Fire And Damnation”, che non aggiunge nulla al discorso musicale interrotto con gli storici “Possessed By Fire” (1986) e “Rising From The Sea” (1987). E’ soprattutto dal citato primo disco, probabilmente uno dei più clamorosi e convincenti debutti discografici in ambito old school thrash, che la formazione capitanata dal muscoloso vocalist Mem Von Stein attinge a piene mani in sede live. Mem, che pur occupandosi solo delle vocals on stage è anche lo storico bassista della formazione (tranne che nel secondo disco), dal vivo fa sfoggio di pose da Braccio di Ferro un po’ esilaranti ma è comunque un frontman efficace e dall’indubbia presenza scenica. L’impronta Slayer e l’influenza dei Kreator nel sound thrash in salsa crucca si fanno sentire pesantemente in pezzi come “A Mortal In Black” e “Fallen Saint”, anche se le vocals di Von Stein sono meno sporche di quelle dei suoi quotati colleghi. Lo storico chitarrista Ray Mensh ha il ghigno di chi, quando è sul palco, riesce a sperimentare la “macchina del tempo” di H.G.Wells tornando indietro alla decade d’oro del genere (c’è bisogno di dire quale?), anche se l’effetto svanisce dopo la monumentale e conclusiva “Possessed By Fire”, accolta con un entusiasmo contagioso da un pubblico delirante. A testimonianza della buona riuscita del Rock Hard Festival posso assistere, a fine show (durante il set dei Marduk), ai più sinceri complimenti espressi da Von Stein all’organizzatore dell’evento.

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Gli IMMOLATION stavano a questa edizione del Rock Hard Festival come i Master stavano a quella dello scorso anno. Un gruppo death metal storico, americano, ancora in forma, credibile, capitanato da un bassista vocalist, musicalmente coerente e straordinariamente coeso in sede live. Ross Dolan è un frontman decisamente vitale per un musicista chiamato a svolgere un doppio ruolo sul palco. Lo storico chitarrista Robert Vigna è un’altra presenza importante on stage, oltre a rappresentare un fondamentale ruolo dal punto di vista sonoro in una formazione davvero affiatata e convincente. La scaletta privilegia soprattutto “Close To A World Below”, “Majesty And Decay” e “Dawn Of Possession” rappresentati degnamente dalle tre titletracks e da un altro estratto per disco. Il pubblico apprezza e nelle prime file stare fermi è praticamente impossibile. Un act assolutamente dedito al 100% alla propria musica, con un’attitudine di totale devozione e passione per il death metal in grado di comunicare una sensazione di entusiasmo per questo sound davvero contagioso. A riprova del fatto che questi musicisti il death lo vivono dentro, è bello vederli scapocciare e osservare con attenzione il set degli headliners Marduk, dal punto di visto lirico (ed in parte anche da quello sonoro) la band più affine tra quelle nel bill all’extreme metal di questi grandi deathsters a stelle e strisce.

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Chi prosegue sulla “road to destruction” è un’altra corazzata teutonica del thrash, i “redivivi” ASSASSIN, formazione attiva per buona parta degli anni ’80 e tornata in attività una decina d’anni fa, aggiungerei “in tempi non sospetti”, visto che si tratta di quasi un lustro prima del ritorno in auge delle sonorità thrash, in parte legato ai vari ventennali dall’uscita dei dischi capolavoro del genere studiati per saziare la fame di revival della “old school”. Gli Assassin non perdono tempo e, dall’iniziale esecuzione della titletrack del nuovo “Breaking The Silence” fino alla conclusiva “Assassin” (durante gli ultimi tre pezzi sul palco anche l’ex Sodom Frank “Blackfire”), un inno thrash accolto con lo stesso tripudio dei classici delle big bands, non smettono di pigiare sull’acceleratore per soddisfare la voglia di “thrash vecchia maniera” di un pubblico caldissimo. Il singer Robert Gonnella, pur non essendo impeccabile vocalmente, fa la sua parte da “psicopatico” piuttosto bene nel caricare i presenti, anche se non pare essercene affatto bisogno: da qui fino agli headliner, i thrasher avranno modo di divertirsi per molte altre ore. La formazione non fa sfoggio di tecnica sopraffina ma il tiro non manca mai ed i selvaggi pezzi di “The Upcoming Terror” (“Fight”, “Bullets”), tra rimandi ai Venom e urla sgraziate sono una miccia efficace per fare esplodere la voglia di moshpit che è nell’aria.

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Scende dal palco la Germania e sale la Danimarca; un’altra leggenda del thrash, ritornata in auge piuttosto recentemente dopo alcuni anni di silenzio consegnandoci ben due album di caratura decisamente elevata, è pronta a catturare l’attenzione di una folta fetta di pubblico che si trova in quel di Trezzo principalmente per lei. Stiamo parlando degli ARTILLERY dei fratelli Stützer, che ultimamente non hanno di certo disdegnato calate nel Nord Italia per impartire lezioni di stile ed attitudine a quanti non se li son fatti scappare. Ultima prestazione nella nostra penisola di Søren Nico Adamsen dietro al microfono (la notizia della dipartita del robusto frontman segue di qualche giorno il live), nonché prima per il nuovo batterista Josua Madsen, sostituto del defezionario Carsten Nielsen. Gli Artillery scelgono di proporre una scaletta che pesca sia dagli album storici del combo sia dalle ultime fatiche con la nuova formazione: “When Death Comes” apre le danze, seguita a ruota da “By Inheritance” (un inno per i Nostri), che pare risvegliare anche i morti. Ancora brani dal nuovo “My Blood”, “Mi Sangre (The Blood Song)” e “Death Is An Illusion”, la veloce “10.000 Devils” da “When Death Comes”, ma è inutile negare che su brani come “The Almighty”, “The Challenge” o l’anthem “Khomaniac” il pubblico si risvegli e partecipi attivamente alla prova, spendendo ogni goccia di sudore e perdendo anche le ultime riserve vocali per accompagnare i Nostri fino al termine, con una “Terror Squad” da brivido che non fa altro che riconfermare gli Artillery come uno dei migliori come back a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Long live Artillery!

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Si contano sulle dita di una mano le metal bands italiane che sono riuscite a mantenere quell’aura speciale da “gruppo di culto” dentro e fuori dai confini tricolori per una trentina d’anni. I BULLDOZER rientrano in pieno nella categoria, e nemmeno il ringiovanimento della line-up con l’innesto di diversi giovani musicisti (è doveroso un ringraziamento ai technical thrashers Death Mechanism), arrivato contestualmente alla reunion della formazione nel 2008, sembra aver minimamente scalfito quell’alone che rende ogni live perfomance degli storici AC Wild ed Andy Panigada un piccolo evento. Nonostante diciassette anni di inattività, il nome Bulldozer non è mai stato dimenticato dallo zoccolo duro di appassionati di thrash old school, come evidenziato sotto il palco dal pandemonio provocato da schegge metalliche del calibro di “Minkions”, “Ilona The Very Best” o dalla sempre fantastica “The Derby”, una sorta di remake de “I Guerrieri Della Notte” ambientato nel violento e pericoloso mondo degli ultras sullo sfondo della stracittadina di Milano (i Bulldozer sono tutti di fede rossonera). Non mancano le chicche assolute, come la prima esecuzione live di sempre di “Misogynists”, da “IX”, o le prime live performances di “The Final Separation” e di “Ride Hard-Die Fast” dalla reunion del gruppo. I Bulldozer si confermano una macchina davvero ben assortita dal vivo, con un AC piuttosto in forma e al solito davvero carismatico dietro al suo pulpito alla “Eccezziunale Veramente” ed Andy scatenato nel riffing di pezzi che dal vivo si rivelano sempre divertentissimi. Nel finale, grazie ad una sabbathiana “Willful Death”, arriva anche la dedica al fondatore dei Bulldozer, lo scomparso bassista Dario Corria, a suggellare una prova maiuscola.

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Il preludio allo show degli headliners MARDUK non è dei migliori. Ad un soundcheck interminabile si aggiunge il fatto che un terzo del pubblico decide di abbandonare il locale per sopraggiunta stanchezza o avversione al sound estremo dei blacksters svedesi. Era facile prevedere tale evento (ammettiamolo, i Marduk non sono i Coroner che l’anno precedente avevano catalizzato l’attenzione di tutti), ma va detto che sotto il palco si presenta un discreto numero di ragazzi che probabilmente non aspettavano altro che le blasfeme sferzate metalliche di Morgan Steinmeyer Håkansson e dei suoi partners in crime. Memore di una performance dei Marduk a supporto degli Obituary di qualche anno fa decisamente non trascendentale, il sottoscritto non si fa troppe illusioni ma è lieto di ammettere che la prova fornita dagli scandinavi in questa occasione è certamente di tutto rispetto. L’impegno profuso dalla band sul palco fa apparire questi quattro svedesi meno freddi e scontati di quanto li ricordassi. Con pezzi come “Slay The Nazarene” o la acclamata “Panzer Division Marduk” gli amanti del sound più estremo vanno in brodo di giuggiole; personalmente apprezzo la nuova rallentata ma pesantissima “Temple Of Decay”, ricca di carica esoterica, e la finale “Wolves”, con ispirate trame chitarristiche death di matrice chiaramente nordeuropea. Una conclusione decorosa per un festival che incontra decisamente i favori del numeroso pubblico presente.

Stanchi dopo più di dieci ore di concerto, ma comunque saziati da tonnellate di duro metallo, non possiamo che dirci soddisfatti nel complesso, con suoni che tutto sommato rendono giustizia a tutti i gruppi (al bando i soliti italiani mai contenti di quanto viene offerto) ed attese ben ripagate da quasi tutte le band apparse, con evidenti picchi sulle formazioni più gettonate della giornata. La soddisfazione letta sui volti di tanti dei presenti è un segno ben tangibile della buona riuscita del Rock Hard Festival: non resta che aspettarsi una nuova edizione ricca di sorprese il prossimo anno!

Opera IX:

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Raw Power:

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Helstar:

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Exumer:

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Immolation:

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Assassin:

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Artillery:

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Bulldozer:

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Marduk:

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Redattori al lavoro:

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