08/06/2013 : Sweden Rock Festival – Day 4 (Solvesborg, SVE)

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08/06/2013 : Sweden Rock Festival – Day 4 (Solvesborg, SVE)

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L’ultimo giorno di Sweden Rock 2013 parte all’insegna del true metal grazie a Brian Ross ed ai suoi Satan, se non erro qui impegnati nella loro prima live performance di sempre in terra svedese. I Satan sono da poco tornati sulla scena con il nuovo platter “Life Sentence”,  un lavoro discografico davvero pregevole se siete amanti delle sonorità classiche della NWOBHM. Duelli di chitarre soliste, brani veloci e potenti e vocalizzi acuti d’alta scuola, se siete fans di questo sound i Satan vi manderanno in paradiso, tra lyrics oscure ed esoteriche ed un trip con la macchina del tempo indietro di trent’anni con pezzi storici come “Trial By Fire”, “Break Free” ed “Alone In The Dock” estratti dal disco di culto “Court In The Act” uscito trent’anni fa. E’ la stessa line-up del citato classic album ad aver inciso il nuovo “Life Sentence” dove troviamo linee di chitarra ispirate ed un Brian Ross ancora in gran forma come dimostrato dall’esecuzione delle nuove “Time To Die”, “Incantations” e “Twenty Twenty Five”. Da sottolineare la disponibilità e la simpatia di Brian Ross al termine dello spettacolo, un ulteriore esempio di classe oltre a quella, cristallina, mostrata ancora dietro al microfono. Ed anche i Blitzkrieg stanno per tornare! NWOBHM forever.

Cosa ci fanno i Masters Of Reality in un festival come lo Sweden Rock? Testimoniano ancora una volta quanto il menù dell’evento Sweden Rock possa essere anche molto eterogeneo a seconda delle tante diverse opzioni a vostra disposizione con il running order alla mano. Dopo un’abbuffata di classic metal e hard rock in tante diverse sfumature propendo per qualcosa di diverso ed il gruppo capitanato da Criss Goss (anche celebre produttore) svolge alla perfezione questo ruolo di alternativa musicale. La band, non a caso adorata dalla critica e da uno zoccolo duro di fans è riuscita nel corso degli anni a creare un sound personale tra stoner e art rock. Questa è musica da viaggio che si fa apprezzare anche dal vivo dove Chriss e i suoi pards hanno un atteggiamento assolutamente rilassato in linea con il materiale più melodico ed ipnotico della formazione. Pezzi come “The Blue Garden” e “Deep In The Hole” hanno trovato con merito il loro piccolo spazio nell’ambito della storia della psichedelia in rock dell’ultimo ventennio . Rispetto.

Decido di dare una chance a Jon English per curiosità. Jon English, a sessantaquattro anni e con una lunga carriera di attore alle spalle (soprattutto fra teatro e tv), è un nome storico del rock che ha visto le maggiori fortune discografiche negli anni ’80, quando ha sfornato una serie di singoli di successo soprattutto in Austrialia, Stati Uniti e nei paesi scandinavi. Non mi pento affatto della scelta. Innanzitutto è bello scoprire una nuova live band di buon livello, variegata e ben assortita come questi svedesi Spearfish, che fungono da backing band di Jon in questa sede ed è sempre interessante fare la conoscenza con un frontman tanto carismatico da rendere le presentazioni dei brani affascinanti quasi quanto la rendition dei pezzi stessi grazie ad aneddoti e ad una grande capacità recitativa. Jon è un vero maestro nella sottile arte del lavorarsi ai fianchi la propria audience, instaurando con i presenti un rapporto più umano ed intimo del solito. Il fatto che Jon abbia pure commissionato le riprese del concerto per un DVD aiuta, perchè c’è quel pizzico di tensione in più, che un attore vocalist come Jon (con centinaia di esibizioni nel ruolo di Giuda Iscariota o in quello di Ponzio Pilato nel celeberrimo musical “Judas Christ Superstar”) riesce a mantenere al meglio per tutta l’ora di durata dello spettacolo. Si alternano pezzi rock più carichi come “Hollywood Seven” e “I’m A Survivor” alla più spettrale e recitativa “The Shining”, e a “She Was Real” per molti versi l’apice del concerto insieme ad “Heaven On Their Minds” dal musical “Jesus Christ Superstar” e alla cover di “Turn The Page” di Bob Seger resa ancora più famosa dalla versione dei Metallica. Uno spettacolo di buon livello con un mattatore come Jon ancora in grado di ammaliare una folla con la sua istrionica personalità da vecchio capo dei pirati (come nel suo più celebre ruolo teatrale). Memorabile il “fuck the photographers” lanciato da Jon a fine show, ed indirizzato a tutti i fotografi rei di aver lasciato il pit e lo Sweden Stage per recarsi a fotografare altri concerti subito dopo i canonici due, tre pezzi iniziali.

I Tankard sono certamente il più divertente dei cosiddetti big four del thrash tedesco. La gimmick della birra, inserita in ogni possibile salsa all’interno dei dischi della band può essere anche fuorviante. I Tankard non sono solo una party band, sono prima di tutto una thrash machine ben oliata che fa dell’immediatezza e dell’approccio più positivo rispetto alle altre bands del genere i suoi caratteri distintivi. Due parole a parte le merita anche il frontman Andreas Geremia, assolutamente simpaticissimo e travolgente per tutta la durata dello show. Il sottoscritto, dopo essere stato colpito da una bottiglia qualche anno fa durante uno show degli Uriah Heep (sempre allo Sweden Rock) ha visto bene di prendersi al volo anche un bel bicchierone di birra gentilmente offerto dal frontman, non esattamente bevuto ma arrivato decisamente a bersaglio. Dopo l’iniziale “Zombie Attack” forse i momenti più caldi dello show sono arrivati con l’esecuzione di “Stay Thirsty”, dell’ old school di “Rectifier” e dell’inno finale “(Empty) Tankard” che come sempre ha provocato un gigantesco coro prima dell’apoteosi finale. Spassosissi Tankard!

I Kreator, alfieri del thrash metal tedesco e altro nome di punta dei big four teutonici, dal vivo sono sempre un’inossidabile macchina da fuoco, un drago sputariffs che incendia tutto sul Rock Stage. Forte di un ennesimo disco all’altezza delle aspettative come “Phantom Antichrist”, i Kreator sono tornati in pista con un album che presenta rimandi a giri armonici che hanno impresso il marchio inconfondibile del metallo classico sopra la solita base thrash in salsa crucca. La band di Mille Petrozza sforna la solita prestazione al fulmicotone con una scaletta che tutto sommato è più o meno la stessa da molti anni a questa parte fatta eccezione per i quattro, cinque pezzi del nuovo disco da promuovere. A ben vedere, i Kreator non sembrano per nulla interessati a sfoderare la profondità e la consistenza del loro back catalogue quanto piuttosto a riproporre con il solito piglio e l’esperienza trentennale di Mille e del drummer Ventor l’usato più sicuro: la solita “Phobia” da “Outcast”, le titletracks di “Violent Revolution”, “Enemy Of God” e “Pleasure To Kill” e le classicissime conclusive “Flag Of Hate” e “Tormentor”. A noi va bene anche così.

Quando sarà il momento di votare la migliore nuova band dell’anno in ambito rock una delle formazioni più accreditate al successo sarà certamente la band nata con il monicker di Black Star Riders. Certo, aiuta il fatto che il nucleo di questa band, formato da Scott Gorham e Ricky Warwick abbia suonato in giro per il mondo con il ben più storico ed impegnativo nome di Thin Lizzy per un paio d’anni prima di decidere di compiere il grande passo. Il debutto dei BSR è un gran bel dischetto che prende molto dalla band madre e lo fa in modo genuino ed onesto. I pezzi nuovi funzionano anche dal vivo, con la band che si conferma solidissima nella duplice fase ritmica e solista alternando gli ultimi arrivati “Bound For Glory”, “All Hell Breaks Loose” e “Bloodshot” ai classici di sempre dei Lizzy “Jailbreak”, “Emerald” e “Whiskey In The Jar”. Va sottolineata la presenza chiave del nuovo chitarrista solista Damon Johnson, fluido e pulito negli assoli nonchè principale compositore dei nuovi brani. Ci si diverte un sacco fino alla conclusiva “The Boys Are Back In Town” che ci conferma l’impressione iniziale: abbiamo trovato un altro purosangue del rock che farà della strada.

Che gli Accept stiano vivendo una sorta di seconda (o forse dovremmo dire terza) giovinezza è sotto gli occhi (e le orecchie) di tutti i cultori di heavy metal classico. Due dischi pregevoli come “Blood Of The Nations” e “Stalingrad” ed altrettanti tour di successo sono una dimostrazione incontestabile della grande vena della formazione capitanata dallo storico chitarrista solista Wolf Hoffmann e dal bassista Peter Baltes. L’inserimento del nuovo frontman Mark Tornillo, cui spettava l’arduo compito di non far rimpiangere il carisma e l’ugola inconfondibile di Udo Dirkschneider, è stato al di sopra di ogni aspettativa. Se a questo aggiungiamo la solita compattezza della formazione dal vivo ed un Rock Stage stipatissimo di fans trepidanti (con una buona fetta di supporters tedeschi) il risultato finale è stato un concerto bomba dal primo all’ultimo pezzo. L’Accept sound dal vivo è granitico e pulito, ed in questo i tedeschi ricordano gli AC/DC e i Judas Priest non a caso tra le maggiori influenze musicali di Wolf e compagni, una vera gioia per le orecchie di ogni metal fan. Ascoltare i tantissimi presenti cantare in massa i controcanti di “Teutonic Terror” o il chorus di “Stalingrad” dà l’idea di quanto i nostri siano riusciti a mantenersi assolutamente rilevanti anche nella scena metal del 2013. Tra i grandissimi classici “Balls To The Wall”, “Princess Of The Dawn” e “Metal Heart” mandano in brodo di giuggiole anche i solitamente più compassati fans svedesi. Un tuffo nella storia del true metal davvero memorabile.

La nostra Sabina, prima di arrivare sotto il festival stage per gustarsi buona parte dell’esibizione dei veri headliners della giornata, ha modo di seguire la press conference degli Skid Row e l’inizio del loro show sullo Sweden Stage, trovando una band in buona forma nonostante i limiti vocali di Jonny Solinger sulle note più alte (peccato che il repertorio degli Skid Row ne sia costellato) con le conosciutissime “Slave To The Grind”, “Big Guns”, “Peace Of Me” ed “18 And Life” inframezzate dalla nuova “Let’s Go”. Old school hair metal “suonato” con i fiocchi.

La passione di un amante della musica può avere molti colori. Quella nutrita dal sottoscritto e da un seguito straordinario di fans sparsi per tutto il pianeta per i seminali Rush ha gli elementi cromatici dell’ammirazione e della stima più profonda. L’attesa per l’arrivo sul Festival Stage dei Rush è spasmodica e figlia di quella che per molti è l’attesa di tanti anni se non addirittura la prima volta dal vivo insieme a questo stupefacente trio. E’ stupendo quanto incredibilmente raro vedere una band ottenere da quattro decenni un successo mondiale che poggia le sue basi meramente sull’abilità della stessa di suonare e scrivere musica a livelli altissimi. Lo spettacolo dei Rush targato 2013 è decisamente completo e artisticamente rilevante anche dal punto di visivo e non mancano anche gli effetti pirotecnici o i siparietti umoristici con gli ormai famosi videoclip goliardici interpretati dai membri della band. Grandi classici come “Tom Sawyer”, “YYZ”, “Limelight” e la conclusiva suite “2112” (in versione ridotta), una cospicua sezione dello show dedicata allo straordinario nuovo disco “Clockwork Angels” accompagnata da una piccola orchestra e c’è anche lo spazio per una manciata di tracce più “oscure” dal periodo ottantiano più elettronico (con due estratti da “Power Windows”) con i synth in gran evidenza. Tutto funziona alla perfezione, con immagini di grande effetto sui maxischermi, come durante la bellissima “The Garden” dal nuovo platter, che arricchiscono uno show reso ancora più attraente da luci davvero eccellenti. Quando arriva l’inchino finale di Geddy Lee, Neil Peart ed Alex Lifeson sembra di essere a teatro (ma con una platea di trentamila persone) e i meritatissimi applausi scroscianti durano per diversi minuti. Una prestazione maiuscola come ci si aspetta dai migliori della classe.

L’onore di chiudere l’intero festival spetta agli Avantasia di Tobias Sammett che appare piuttosto caricato dal posizionamento deluxe dovuto alla (saggia) decisione dei Rush di anticipare il proprio show in prima serata intorno alle 21.00. Lo spettacolo ricalca quello visto mesi fa all’Alcatraz di Milano ma con due differenze sostanziali: una scaletta tagliata di una quarantina di minuti rispetto al concertone maratona meneghino ed un pubblico internazionale molto più numeroso ma anche più stanco. La stella della serata è senza ombra di dubbio Michael Kiske al solito prodigo di acuti mostruosi (vedi “Reach Out For The Light”) ma anche di scherzetti e simpatiche smorfie nei confronti dell’amico Tobias e del resto della all star line-up. Dopo ripetuti ascolti possiamo tranquillamente confermare l’efficacia dei pezzi di “The Mistery Of Time” dal vivo con un occhio di riguardo per la splendida cavalcata di “Savior Of The Clockwork”, della titletrack e di “Black Orchid”. Colpisce ancora una volta la disinvoltura e la grinta pazzesca con la quale Ronnie Atkins si è calato alla perfezione in questo ruolo di team player all’interno del nuovo roster di Avantasia, coinvolgendo il pubblico a più riprese. Eric Martin sembra più a suo agio rispetto alla data milanese e Bob Catley sembra il Gandalf della compagnia capitanata dal piccolo Tobias-Frodo grazie alle sue evocative magie vocali.

Quando lo show degli Avantasia si è avventurato da un po’ nella sua seconda ora mi viene una certa malinconia, sentimento dovuto parzialmente al fatto che lo Sweden Rock è alle sue battute finali e anche un po’ perché, a poche centinaia di metri, i Paradise Lost stanno concludendo il loro set ed il sottoscritto ha dovuto scegliere tra una band che adora da vent’anni e ha già visto dal vivo durante quasi ogni tour passato dall’Italia ed una con una line-up d’eccezione ricca di stars che molto più raramente si presenta sui palchi. Per farmi passare questo pizzico di tristezza, o per crogiolarmici meglio come il buon gothic metal più malinconico suggerisce, quale cosa migliore di farmi una corsa dal Rock Stage allo Sweden Stage per arrivarci in meno di due minuti e godermi il finale di show proprio dei padrini del gothic metal da Halifax England? In dieci minuti abbondanti di emozioni ritrovo il solito Nick Holmes un po’ introverso accompagnato dal suo tipico british humour, la carica di Aaron Aedy alla chitarra ritmica, la solidità al basso di Steve Edmonson, la precisione dell’unico membro non originale della formazione, il drummer Adrian Erlandsson, ed il tocco unico dell’architetto del suono dei nostri, Greg Mackintosh. Dopo le note di “Faith Divides Us, Death Unites Us” e del classico “Say Just Words” Holmes e Wats.. ehm Mackintosh si congedano tra gli applausi, ed io torno di corsa nella zona mixer del Rock Stage per seguire il gran finale del concerto degli Avantasia giusto in tempo per un paio di pezzi e per i bis del concerto.

Tocca a “Lost In Space” e all’accoppiata costituita da “Sign Of The Cross” e “Seven Angels” l’onore di chiudere i battenti per questa edizione 2013 dello Sweden Rock Festival nel modo più epico possibile. Non poteva esserci conclusione migliore per un festival straordinario sia dal punto di vista musicale che logistico e meteorologico.

Sweden Rock: il paradiso per gli amanti di heavy rock e metal melodico!

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