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15/03/2014 : Play It Loud (Brescia)

Pubblicato il 2/04/2014 da in Live report | 2 commenti


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15/03/2014 : Play It Loud 2014 – Circolo Colony (BS)

SATAN
HOLOCAUST
MURO
BLACK ROSE
NATIONAL SUICIDE
CAULDRON
SALEM
AXEVYPER
VOLTURE
RULER

pil

Una parte dei redattori che scrivono su queste pagine hanno un legame particolare con il mitico “Play It Loud” a causa delle violente e genuine emozioni che ha saputo regalarci, sia nelle sue prime tre edizioni che in quella tutta tricolore di pochi mesi fa. Quando Giuliano Mazzardi, boss di My Graveyard Production ed organizzatore dell’evento, ha ufficializzato il ritorno del festival nella sua versione classica, per noi ferventi appassionati è stato un po’ come ritrovare un vecchio e caro amico di cui da tempo non si avevano notizie: la grande gioia del ritorno, la curiosità di scoprire quali novità ha in serbo per noi e la piacevole sensazione di una familiarità (anche perché le facce che partecipano a questi eventi son sempre le stesse!) che, nonostante un lustro di lontananza, non si è minimamente affievolita. A tutto ciò aggiungete l’imprescindibile ANSIA ed avrete una vaga idea del nostro stato d’animo a partire da gennaio 2014, quando è partito il conto alla rovescia!

Copertina news

Inoltre, per innalzare ulteriormente il livello d’apprensione, ci siamo lanciati ancora una volta nella splendida avventura della fanzine cartacea – una delle cose che più ci piace fare e che realizziamo non appena si presenta l’occasione – distribuita gratuitamente all’interno del festival ed andata quasi esaurita, con nostra grande soddisfazione.

Ancora una volta è l’ottimo Circolo Colony di Brescia ad ospitare la kermesse che prevede le esibizioni di dieci ottime band, alcune delle quali all’esordio assoluto sul suolo italico, mentre sono tre le band chiamate a tenere alto il vessillo dell’acciaio tricolore. Un assolato 15 marzo ci vede partire di buon’ora alla volta di Brescia ed arriviamo con un certo anticipo davanti al locale: questo ci permette di ritagliarci uno spazio tra il merchandise degli Holocaust e quello dell’accoppiata Volture/Cauldron per esporre il frutto cartaceo delle nostre fatiche, dopodichè ci dedichiamo ai primi acquisti e ad un po’ di ozio in attesa dell’inizio del festival. (Luca “Avalon”)

L’onore di inaugurare il “Play It Loud” 2014 spetta ai RULER, quartetto che avevamo già apprezzato a novembre su questo stesso palco. Introdotti nientemeno che da una simpatica reinterpretazione della sigla di “Ok, Il Prezzo E’ Giusto”, il gruppo milanese ci catapulta negli eighties per mezzo di un tradizionalissimo heavy metal che affonda le sue radici nella NWOBHM. I Nostri sfruttano il minutaggio a loro disposizione con il giusto piglio e riversano sul pubblico – non numeroso ma che ha supportato la band ogni singolo istante – una vagonata di energia attraverso una scaletta basata in maggioranza su estratti dal primo album “Evil Nightmares”, rispetto al più recente e validissimo “Rise To Power”: la band si muove bene sul palco, compatta e consapevole dei propri mezzi, ed apre le danze con la robusta “We Rule The Night”, a cui fanno seguito “No Hope” e l’affascinante “Back To The Glory Days”. Più o meno a metà set c’è spazio per un sentito omaggio all’heavy metal degli iberici Obús con una “Va A Estallar El Obús” debitamente Rulerizzata, oltre la quale la band torna a proporre i propri pezzi, di cui ricordiamo la carica veemente di “Mayday”, “Another Fight” e dell’impetuosa “Evil Nightmares”, brano posto a conclusione di uno show vigoroso e divertente. I Ruler ci avevano convinto appieno già al “Play It Loud Italy” ed in questa giornata hanno dato ulteriore dimostrazione delle loro qualità, confermandosi come band ottima sia su disco che, soprattutto, dal vivo: una partenza coi fiocchi per il festival! (Luca “Avalon”)

R1

Cambiamo immediatamente continente con la seconda band che si alterna sul palco del Colony; dopo gli italianissimi Ruler, direttamente dalla Virginia gli statunitensi VOLTURE sono pronti ad intrattenerci per altri 40 minuti, che si rivelano decisamente di buona musica. I Nostri, giunti lo scorso 2013 all’esordio discografico con “On The Edge”, edito da High Roller, dopo un primo Ep datato 2011 sotto l’egida dell’ormai defunta Heavy Artillery, sono impegnati nel primo tour europeo insieme ai canadesi Cauldron (anch’essi presenti nel bill del PIL). Per i meno preparati, nei Volture milita Ryan Waste, chitarra dei Municipal Waste qui in veste di bassista.
La proposta dei Nostri è quanto di più classico si possa immaginare, un calderone nel quale si alternano spunti NWOBHM, US Metal e speed, quindi tutte le carte in regola per appassionare i presenti in quel di Brescia. Eppure, all’attacco del quintetto, il pubblico davanti al palco, già sostanzioso con i Ruler, è decisamente sparuto, 20 elementi ad esagerare; aumenteranno costantemente nel corso della performance, ma sempre timidamente. Diciamo che in Italia funziona sia in un verso che nell’altro, troppi esterofili e troppi campanilisti che si annullano a vicenda; come sempre la via di mezzo sarebbe la soluzione ottimale, ma non si può pretendere più di tanto… La band prende a piene mani dal debut album, eseguendolo quasi completamente, con l’eccezione dell’autocelebrativa “Volture” e l’inno “Heavy Metal Machine”, quest’ultima decisamente la più nota fra le fila di astanti. C’è tempo anche per una cover, “Set The Stage Alight” degli inglesi Weapon, a ribadire le coordinate stilistiche e musicali dei Volture senza lasciare adito a fraintendimenti, anche se piuttosto improbabile.
La passione e l’attitudine trasudano dai cinque, coadiuvati in questo frangente da Ian Chains dei Cauldron alla seconda chitarra; la band è compatta ed offre uno spettacolo da manuale, seppur la voce di Jack Bauer non sia sempre all’altezza del compito, in particolare dopo i primi brani. Certo il tiro non manca, quindi non si fatica a “passare oltre” ed apprezzare quanto offerto: una band decisamente promossa, da rivedere! (Paolo “PaulThrash”)

VO1

Dopo le sfavillanti prove offerte da Ruler e Volture, tocca agli AXEVYPER prendere possesso dello stage del Colony. Per una serie di nefaste coincidenze non eravamo ancora riusciti a vedere in azione dal vivo il quintetto toscano, finora apprezzato da noi solo sulle loro release in studio. E’ dunque con una certa curiosità che ci appostiamo sotto il palco quando si stanno concludendo gli ultimi preparativi, dopodichè una intro d’atmosfera accompagna l’ingresso della band: il concerto dei Nostri prende quota quando anche Luca “Fils” Cicero raggiunge il microfono e, sulle note della rovente “Crossfire”, ci ritroviamo ancora una volta negli eighties grazie al loro US heavy metal muscolare ed avvincente!
Rotto il ghiaccio, gli AxeVyper sono travolgenti come un fiume in piena e ci regalano acciaio di gran qualità con, citate in ordine sparso, “Victims Of Tomorrow”, lo speed a stelle e strisce della splendida “Agents Of Chaos” e le più datate “Rats In The Walls” e “Revenge Of The Axe”. Non manca uno sguardo al futuro con la nuova ed interessante “Brothers Of The Black Sword” ma, per chi scrive, i momenti più esaltanti dello show arrivano in corrispondenza dei pezzi cantati in italiano: emozioni a dismisura con le bellissime “AxeVyper” e “Vergine Stygia”, apoteosi totale con l’inno “Non è Finita Qui”!
Forti di una tenuta di palco eccellente, gli AxeVyper hanno dato vita ad un concerto grintoso, carico di cuore e passione genuina, facendoci sbattere il cranio costantemente e creando quel senso di complicità con il pubblico che mette tutti a proprio agio! Gradimento altissimo per gli AxeVyper, ennesima band tricolore di cui essere orgogliosi: l’ascia ha colpito, senza pietà! (Luca “Avalon”)

AX3

Grande “rivelazione” della giornata: i SALEM, direttamente da Hull, UK, a deliziare le nostre orecchie! Le virgolette annesse alla parola rivelazione non sono casuali, a partire dal fatto che i Nostri sono arrivati al debutto nel 2013: sembrerebbe tutto ok, peccato che l’anno di formazione è il 1980! Quattro demo fino al 1983, split della band e ritorno nel 2010, con una compilation e due demo prima di arrivare al primo full length lo scorso anno con Pure Rock Records.
NWOBHM allo stato puro, con un flavour hard rock che non inficia la compattezza e la potenza dei brani, con il cantante Simon Saxby sugli allori, una prova da brivido anche superiore a quanto si può ascoltare da studio! Tra quanti popolano lo spazio antistante il palco, sembra vi siano fan della band che già conoscono il repertorio, sintomo che questo ritorno non è passato inosservato nel nostro paese.
I Nostri sciorinano un’ora buona di musica, prendendo a piene mani da “Forgotten Dreams”, il nuovo album, intrecciandolo con brani dal vecchio repertorio, dal quale comunque ne sono stati estrapolati alcuni finiti nel debut. L’ora a disposizione sembra decisamente un salto nel passato, con la sezione ritmica composta da Adrian Jenkinson al basso e Paul Mendham alla batteria a scandire il tempo con una precisione chirurgica, il tutto condito dalla già osannata ugola di Saxby. Il “punto debole” del quintetto sono le due chitarre, entrambe soliste, di Paul Macnamara e Mark Allison: non ci si può esimere dal sottolineare come i due chitarristi non abbiano certo offerto la miglior performance possibile, visti (o meglio, sentiti) alcuni “orrori d’esecuzione” lungo tutto l’arco del concerto. Certo è che la qualità del songwriting ha fatto decisamente passare il tutto in secondo piano, con gemme come la nuova titletrack “Forgotten Dreams”, epica e sognante, o la prima parte della trilogia “The Keeper”. Speriamo decisamente di rivederli a breve in suolo italico, supporto! (Paolo “PaulThrash”)

SA2

Nuovo passaggio nello stivale per il trio canadese dei CAULDRON, primo dopo l’uscita di “Tomorrow’s Lost” alla fine del 2012. Una scaletta più sostanziosa (ma nemmeno troppo) rispetto a quando li vidi in azione a Bresso due anni or sono, con il nuovo ingresso Miles Deck a supportare il fulcro della band, Ian Chains e Jason Decay. Il trio può vantare un buon seguito anche fra i fans italiani, alcuni addirittura giunti in quel del Colony quasi esclusivamente per la loro esibizione, che non lesina sulla discografia e pesca dai tre full length che la band ha dato alle stampe, sempre supportata dalla Earache, dal 2009 ad oggi.
I Nostri offrono un ottimo spettacolo, ancora una volta trascinati dallo straripante Ian Chains, che non smette un attimo di violentare il proprio strumento ed “aizzare” il pubblico, fra il quale si “nascondono” giovani leve che cantano i brani più noti con partecipazione. Sugli allori “Restless”, dalla prima demo, le veloci “Rapid City”, “Burning Fortune” e “All Or Nothing”, sicuramente i brani che riescono loro meglio, il tutto in nome di un amore incondizionato per gli anni ’80, non c’è dubbio.
Come sempre la prova vocale di Jason Decay, sia per il timbro particolare che per la difficoltà di portare a termine un intero concerto senza “intoppi”, chiamiamoli così, è il tallone d’Achille dei Cauldron, ma non sembrano pensarla così quanti tributano il trio con applausi ed urla d’incitamento. Ora, c’è da dire che al nostro Max non la si fa, dato che subito si è accorto dell’intro al brano “Nitebreaker” estrapolata da “Autumn Twilight” dei Cathedral; non ci avrei mai fatto caso, scoprendolo solo in un secondo momento in virtù del fatto che la cover è presente nell’edizione limitata del nuovo “Tomorrow’s Lost”. Aneddoti e critiche a parte, ancora buona musica per il “Play It Loud”, che non smette di offrire sorprese e conferme nel corso del suo svolgimento! (Paolo “PaulThrash”)

CA1

Reduci dall’ultima edizione del PIL nel 2009, ritornano da subito nel giro del “Play It Loud” i trentini NATIONAL SUICIDE, con una nuova formazione già rodata in precedenza. I Nostri viaggiano ancora col bagaglio risultante dalla prima fatica in studio, quel “The Old Family Is Still Alive” che ha diviso critica e pubblico, il classico caso amore/odio. Dicevamo, ritorna il quintetto rinnovato nel suo organico, con l’ingresso di Anthony “Vender” Dantone (già nei Game Over) alla batteria e Nicola “Tritze” Righi alla chitarra, dagli ormai defunti Sacrificator e Warmonger.
La band presenta ancora una volta i brani del fortunato debut, eseguendolo quasi nella sua interezza; in compenso, un nuovo brano “Back From The Grave”, fa capolino nella setlist del quintetto, brano dal sapore classico che, nella tradizione dei Nostri (come non manca mai di sottolineare il mitico Mini), non inventa nè aggiunge nulla di nuovo, ma si rifà pedissequamente alla tradizione del genere. Insomma, qui si continua a “difendere la linea”!
Il concerto scorre veloce, si verificano i primi sommovimenti tellurici a fronte palco, sintomo che il quintetto è ben noto e la gente non aspettava altro che poter creare un po’ di sano casino. Tra l’autocelebrativa “National Suicide”, le sferzate di “Nu Posers Don’t Scare Anyone” e “Let Me See Your Pogo”, per chiudere il concerto praticamente come su disco, con “This Is A Raid” che ancora una volta agita gli astanti, i National Suicide portano a termine il classico spettacolo da appassionati per appassionati, con Mini ad incitare tutti i presenti con successo. C’è da dire che, a livello scenico, ora la band è ancora più competitiva, anche se lo stesso non si può dire a livello puramente strumentale: perdere un batterista ed un chitarrista solista decisamente dotati non giova di certo al complesso, ma non sembra essere un pensiero nè per chi si trova sul palco, nè per chi sta sotto, quindi avanti col supporto! (Paolo “PaulThrash”)

NS4

La stanchezza comincia a farsi sentire quando scocca l’ora degli inglesi BLACK ROSE, alla prima assoluta sulle assi di un palco italiano, e si rende necessaria l’ennesima birra fresca per rinvigorire le membra. Sembra esserci un po’ più gente all’interno del locale, il che è positivo, ma le presenze non sono tante quante avremmo sperato: il pubblico non ha fatto mancare il suo caloroso supporto ad ogni band ed ovviamente non fa eccezione con i Black Rose. Il quartetto della zona di Teesside (Nord Est della Gran Bretagna) annovera tra le sue fila due membri delle prime lineup: il cantante/chitarrista Steve Bardsley e Kenny Nicholson, chitarrista con un passato in band come Hammer ed Holland.
I Black Rose non perdono molto tempo in chiacchiere, preferendo lasciar parlare la loro musica: il loro heavy metal rimanda agli albori del genere, quando le influenze hard rock erano decisamente marcate. Rispetto a quanto ascoltato su disco, i Nostri hanno un suono live decisamente più “heavy” e risulta intatta l’energia che esce dalle casse: la band incentra la setlist sui pezzi degli eighties, lasciando a soli due estratti (“Got Me Where You Want Me” e la titletrack) il compito di rappresentare l’ultimo full length “Cure For Your Disease” del 2010. A partire dalla ruvida “Biker” che apre le danze, la band si muove su e giù per gli anni ottanta riproponendo pezzi piacevoli come “Loveshock”, “No Point Runnin’”, “Nightmare” e “Knocked Out”, e non mancano i gioiellini “Ridin´ Higher” e “Sucker For Your Love”.
Un po’ statici sul palco, nell’oretta a loro disposizione i Black Rose mostrano di essere musicisti impeccabili, mentre per quanto riguarda la musica, beh, viene a galla quello che già avevamo segnalato nella rece della compilation “Loveshock”: i brani sono piuttosto simili tra loro e, a metà concerto, la nostra attenzione ha iniziato a vacillare pericolosamente… Detto questo, la band ha svolto il suo dovere alla grande ed alla fine dello show c’erano molti volti sorridenti, sia sopra che sotto il palco: noi non ci siamo entusiasmati, ma il giudizio generale è sicuramente positivo. (Luca “Avalon”)

BR5

I MURO hanno infiammato il Colony con la loro prima esibizione di sempre in Italia, resa ancor più storica dalla prima volta dietro al microfono per la nuova cantante Rocksa. Una svolta per la true metal band spagnola fondata a inizio anni ’80 che decide di rivitalizzare la formazione con l’ingresso di una donna ad occupare il posto che era stato per una ventina d’anni dello storico frontman Silver.
I Muro sono perfetti per un festival che fa del classic metal il proprio vangelo. Il motto della band recita “Este Muro No Se Cae” e basta l’attacco micidiale della titletrack dell’ultimo disco “El Cuarto Jinete” per chiarire subito il concetto. Intransigente, belligerante, intenso e senza respiro, il sound degli spagnoli attinge a piene mani dalla NWOBHM per la propensione a creare chorus memorabili che diventano sovente veri e propri inni da gridare sotto al palco mentre l’impostazione ritmica va anche ad abbracciare il thrash metal più diretto e veloce. Se aggiungete a quanto sopra un’inclinazione a rendere epico ogni brano ed un’attitudine pazzesca sulle assi dello stage avrete i Muro.
La risposta del pubblico è l’ora più calda e movimentata dell’intero festival, con un pogo nelle prime file spesso selvaggio ed uno scambio di energia costante tra gruppo e fans che si sublima nella rovente passione metallica tutta latina di questi spagnoli ribelli. Anthems come “Traidor” e “Juicio Final” eseguiti da una band senza la veemente foga esecutiva di questi quattro guerrieri potrebbero fare sorridere, ma è un piacere ed oltremodo trascinante osservare con quale carica metallari di tante battaglie come il chitarrista Largo e la sezione ritmica formata da Lapi e Julito non risparmino una sola goccia di sudore.
La nuova arrivata Rocksa è dotata di una buona voce e della necessaria grinta per non sfigurare in un gruppo di autentici guerrieri veterani di mille battaglie pur non possedendo quelle note acutissime che ben si adatterebbero allo speed metal dei Muro (a tratti sembrano degli Exciter più epici). “Otra Batalla” è una nuova sferzata degna di entrare nella setlist del gruppo per restarci un bel po’ di anni ma le emozioni più forti arrivano con l’incipit di “Solo En La Oscuridad” che ha il pregio di mostrare il talento dei nostri anche nella prima parte lenta ed atmosferica prima di mettere a ferro e fuoco tutto per l’ennesima volta con la solita sfuriata in doppia cassa. Questi spagnoli quando sono sul palco devono avere una pressione arteriosa mica da ridere, la loro forza è quella spessa scorza di metallo nel corazón. Grandes! (Massimo “MaxMoon”)

MU3

In un festival, dopo un’intensa performance vissuta con gran partecipazione da molti dei presenti, il rischio è sempre quello di veder scemare buona parte di quel mix di energia ed atmosfera ancora nell’aria con un sound che non coinvolge allo stesso modo. Anche se i tempi rallentano e per gli amanti di moshpit e stagediving non ci sono molte opportunità di scatenarsi, lo show offerto dagli HOLOCAUST fornisce diversi spunti interessanti e rassicura sullo stato attuale della formazione.
Innanzitutto è doveroso soffermarsi sull’unico membro fondatore rimasto nella band, il chitarrista John Mortimer (nome perfetto per un cacciatore di taglie) da sempre il motore musicale e leader maximo del complesso.
Beh, si potrebbe dire che se ne doveva restare solo uno almeno è quello giusto, visto che Mortimer è uno dei chitarristi della NWOBHM dallo stile più personale e riconoscibile. Vedere quello che è diventato ormai un power trio suonare dal vivo un heavy rock cadenzato e a tratti monolitico con qualche spruzzo di prog, ma mai troppo sostenuto, fa apprezzare dettagli che finiscono per restare ben più nascosti nei concerti delle tante bands con doppia chitarra in riff mode costante e drumming al fulmicotone devote allo speed metal più incalzante. E’ una questione di tocco, quello di John Mortimer dal vivo viene fuori in maniera strepitosa e la questione esula dalla valutazione tecnica. In ambito rock-metal è incredibile il numero di musicisti tecnicamente validissimi, ma la firma personale sulla propria musica, quella è merce rara.
La sezione ritmica formata dai nuovi innesti Mark McGrath e Scott Wallace è solida e non fa sentire la mancanza di una seconda chitarra, anche se manca di quel carisma che potrebbe elevare ancora di più la statura live dei nostri. Il resto lo fanno i pezzi, e gli Holocaust ne hanno svariati di davvero grandiosi come “Death Or Glory, “Only As Young As You Feel”, Love’s Power”, o la stessa titletrack del saccheggiatissimo “The Nightcomers”. C’è spazio anche per “The Small Hours”, resa più nota da una cover dei Metallica, che ci dà modo di apprezzare il riffing di Mortimer così trippy, moody, un danzare ipnotico sulle corde della chitarra per creare dei groove spesso memorabili. In questo senso la nuova “Expander”, posta in apertura di set, intriga e fa ben sperare.
Gli Holocaust hanno, come si diceva, un filotto di songs pregevoli, ma solo un brano può fregiarsi del titolo di leggendario. In ambito metal i testi autocelebrativi sul genere musicale di appartenenza sono diffusissimi e spesso attirano i sorrisetti di chi guarda da fuori questo curioso e pazzo mondo tutto loud music, t-shirts nere, jeans attillatti, pelle e borchie. Tra i tantissimi tentativi, “Heavy Metal Mania” si eleva come uno dei riconosciuti inni ufficiali dell’heavy metal ed in quanto tale è sufficiente a garantire agli Holocaust un posto al sole nella storia del genere. Il pezzo è di una tale efficacia da trasformare il Colony in un coro all’unisono composto da centinaia di appassionati che, per quattro minuti di autentico tripudio metallico, canteranno quasi ogni singola sillaba del testo provando lunghissimi brividi lungo le schiene già sfiancate da molte ore di headbanging. Ironicamente, quello che sarebbe stato un fantastico modo di finire lo show, la “tempesta (emotiva) perfetta”, diventa anche un neo quando la band lancia nel bis una “Dance Into The Vortex” dalle ritmiche finalmente veloci ma anche fredda come il ghiaccio dopo un momento collettivo tanto catartico. Comunque applausi. (Massimo “MaxMoon”)

H1

Di rado, piccoli miracoli accadono. Cinque ragazzi che da giovanissimi, nel lontano anno di grazia 1983, diedero alle stampe un autentico capolavoro di classic metal intitolato “Court In The Act” tornano ad incidere un nuovo disco insieme e se non raggiungono il picco toccato con il full length di debutto poco ci manca.
Il reunion album “Life Sentence” è ancora un connubio di tecnica impressionante, con un gusto compositivo eccellente, la consueta atmosfera sinistra e le straordinarie vocals altissime e lancinanti di Brian Ross. Dal vivo i SATAN sono mostruosi. I pregi musicali di cui sopra vengono fuori con una naturalezza che è propria dei grandi senza dimenticare un impatto devastante già dai primi istanti della opener “Trial By Fire”. Prima della seguente “Blades Of Steel” partono già le prime ovazioni, quelle delle grandi occasioni: sì, perchè anche se i Satan non hanno mai venduto vagonate di dischi, i trecento presenti sanno rendere onore al merito e di pregi questa band ne ha davvero tanti.
La formazione originale immutata non sarebbe un fatto così straordinario se la resa sonora non fosse quella eccezionale che abbiamo davanti. La coppia di chitarre composta da Steve Ramsey e Russ Tippins, anche nei Blind Fury e nei Pariah insieme alla fidata sezione ritmica Taylor-English, è assolutamente da sballo e basterebbe ascoltare con attenzione “Break Free” per rendersi conto delle innumerevoli sfumature presenti nello stile musicale personale di ogni membro della formazione.
Suonare tanto pulito a velocità quasi sempre molto sostenute e facendo venire fuori il playing di ogni musicista in un maelstrom sonoro tanto complesso quanto melodico, tanto oscuro quanto compatto, è cosa più unica che rara. Moshpit e stage diving sono pressochè costanti per tutta la durata dello spettacolo anche se una buona fetta dei presenti resta assorta a osservare le trame chitarristiche dei nostri, o i tanti cambi di tempo al fulmicotone.
Brian è ancora un ottimo frontman e nella migliore tradizione british si diletta anche in formali presentazioni di quasi tutti i pezzi. Tutti coloro che non avevano ancora ascoltato pezzi nuovi del calibro di “Time To Die”, “Twenty Twenty Five”, Incantations”, “Cenotaph” non possono che restare estasiati di fronte a nuove composizioni tanto efficaci e ben costruite. Rodatissimi da un tour che li ha portati in quasi tutti i continenti, i Satan sprigionano un’energia incontenibile ma i chorus urlati dai molti spettatori rimasti fino a tarda ora li ripagano di ogni sforzo. Dopo la intensissima doppietta finale costituita da “Alone In The Dock” e “Kiss Of Death” farcita dei consueti metal screams halfordiani tanto cari a Ross viene anche aggiunto un encore finale non in scaletta per venir incontro allo straripante entusiasmo dei presenti, con una “No Turning Back” che è un suggello magistrale per una prova da autentici leaders del genere.
In conclusione, i casi sono due, o questi alfieri della NWOBHM sono rimasti congelati per tanti anni (e poi risvegliati dai Vendicatori come nella migliore tradizione Marvel) e non sono mai invecchiati (ma sappiamo che non è così, hanno pure suonato tra loro per molti anni nei citati gruppi) oppure hanno fatto un patto (di sangue con tanto di “blades of steel”) con qualcuno di piuttosto potente e maligno. Visto il monicker scelto dalla band un sospetto ce l’avrei. (Massimo “MaxMoon”)

SA4

Dopo quasi dodici ore di musica, cala il sipario su questa edizione del “Play It Loud” 2014. Un’edizione che il sottoscritto ha vissuto con le stesse emozioni di un bambino davanti ai doni il giorno di Natale. Non mi dilungherò oltre, anche perché i miei amici Paul e Max sono stati ampiamente esaustivi nelle loro analisi finali e non vorrei ripetermi inutilmente: per quanto mi riguarda, spero che il brano degli AxeVyper “Non è Finita Qui” sia profetico, perché “vivo il sogno” ad ogni “Play It Loud”. (Luca “Avalon”)

Giornata conclusasi in anticipo per il sottoscritto, che lascia a malincuore il Colony a metà del concerto degli straordinari Satan. Visto che siamo una webzine di vedute aperte, al termine del festival sono diverse le conclusioni venute a galla; per quanto mi riguarda, evitare qualche band straniera avrebbe concesso qualche respiro in più in termini monetari, magari consentendo di rientrare nelle spese sostenute al 100% e ponendo da subito una garanzia per un futuro PIL 2015. Ma tant’è, le speranze non sono state ripagate in toto, l’affluenza non è stata quella prevista, seppur tutti contenti e adrenalinici dopo una giornata intensa ed emozionante, un minimo di scotto lo si paga.
Io i miei 35 euro li ho pagati volentieri, niente da obiettare, lo rifarei. D’altronde siamo in Italia: si parlava del “Keep It True de noartri” poco prima, ma se penso alla mia unica presenza nel 2011 in terra teutonica ed alla partecipazione, mi vergogno ancora una volta dei fenomeni da baraccone presenti a Brescia. Arrivare sul posto all’apertura del locale e restare nel parcheggio a bere fino allo svenimento ed ascoltare musica dallo stereo a volumi superiori che nel locale, magari entrando solo per vedere gli headliner perché “tuttoilrestoèmmerdabestemmiarandom”, denota come si sia ancora a livello “Ita(g)lietta”.
Per non parlare dei personaggi addormentati perché evidentemente saturi d’alcol, quando ancora mancavano parecchie band al termine della giornata; come buttare al vento i propri soldi senza davvero godere appieno del momento. Non lamentatevi poi se vi guardano e vi danno dei delinquenti: non è solo perché siete metallari, decisamente.
Bottiglie, lattine, rifiuti d’ogni genere gettati in ogni dove, in un’area che già di per sè non è il massimo, essendo zona industriale (P.S. ovviamente solo il 30% del beveraggio acquistato presso il locale: proprio il modo adatto per supportare evento… e locale stesso, ovviamente); chissà che prima o poi anche il comune di Brescia non vada a pressare una gestione che ha fatto di tutto per fornire un “luogo d’incontro” per colpa dei soliti idioti (mamme sempre incinte, ci mancherebbe). Basta, mi fermo onde evitare di calcare troppo la mano; resterà comunque un bel ricordo della giornata, un ottimo evento organizzata da un appassionato per appassionati, perché alla fine dei conti è la musica che parla! (Paolo “PaulThrash”)

Se c’è una cosa sorprendente ed allo stesso tempo realmente eccitante per gli appassionati di true metal in tutte le sue facce e interpretazioni è vedere come al “Play It Loud”, o in festival dal concept di base similare, la curiosità e/o la nostalgia per le vecchie bands spesso si trasformino in reale stima e passione per quello che questi gruppi sono ancora in grado di dare on stage e di dire con nuovi lavori discografici nel tempo presente e negli anni a venire. Reunion che partono tra lo scetticismo generale e a volte con un solo membro originale possono comunque sorprendere positivamente e portare ad un nuovo corso della band di assoluto livello.
Il ringraziamento per chi questi eventi li realizza, con tutti i costi, i sacrifici e gli sforzi organizzativi che questo comporta, è più che doveroso e la speranza è che baluardi del metallo tricolore come Giuliano Mazzardi non si stanchino mai di supportare con infinita passione un genere di nicchia ma ancora in grado di far provare tante emozioni a migliaia di ragazzi di tante diverse nazionalità.
La percezione fortissima è che al “Play It Loud” si crei un’atmosfera, un senso di amicizia, di appartenenza vera e pura che coinvolge spettatori e artisti tutti, senza dimenticare gli addetti ai lavori coinvolti. Potremmo raccontarvi dell’entusiasmo con il quale i Black Rose hanno parlato delle loro camminate nel bresciano, o della simpatia e dell’affabilità dei membri dei Salem, dell’apparente timidezza dei Cauldron salvo sciogliersi se avevi notato la citazione di un pezzo dei Cathedral (“Autumn Twilight”) durante il loro gig o al solo citare il nome degli Angel Witch (tanto cari al nostro Luca “Avalon”), della passione contagiosa e dell’orgoglio mostrati dai Muro e dai loro fans (alcuni venuti da lontanissimo), così come della disponibilità infinita di Brian Ross e degli Holocaust (ricordiamo anche i saluti in italiano all’inizio del loro concerto) nei confronti dei fans a fine show e di tante altre belle scene vissute all’interno e all’esterno del Colony.
Da bravi metallari, ed in quanto tali anche ragazzi liberi e sognatori, non possiamo che sognare ad occhi aperti (anche se quando scrivo queste parole sono le tre e mezza di notte) di ritrovarci tutti e ancora più numerosi in occasione di un futuro, sempre indimenticabile, “Play It Loud”. Il metal non morirà mai. (Massimo “MaxMoon”)

Live report di Paolo “PaulThrash” Porro, Massimo “MaxMoon” Guidotti e Gianluca “Avalon” Moraschi. Foto di  Silvia “LadyAvalon” Omodeo Zorino e Gianluca “Avalon” Moraschi. Si ringraziano tutti coloro che hanno apprezzato la nostra fanzine e che hanno letto il nostro epico report!

Di seguito altre foto della serata:

 Ruler:

r2

R4

r3

 Volture:

VO3

VO2

VO4

 AxeVyper:

AX1

AX2

AX4

 Salem:

SA1

SA3

SA4

 Cauldron:

CA2

CA3

CA4

National Suicide:

NS5

NS3

NS1

NS2

 Black Rose:

BR1

BR3

BR4

BR2

 Muro:

MU2

MU1

MU4

MU5

 Holocaust:

H3

H2

H5

H4

Satan:

SA1

SA2

SA3

SA5

 Band e musicisti che hanno chiesto a Max di fare una foto insieme:

Salem:

P1100320

 Black Rose:

P1100323

 Muro:

P1100354

 Holocaust:

P1100413

 Brian Ross dei Satan:

P1100410

  1. Ottimo report! Bravissimi ragazzi!
    Ma Stefano Mini adesso è pelatissimo???

  2. Grazie Capo!!

    Beh, non è che Stefano sia mai stato un capellone… 😉

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