17/11/2015 : Deathcrusher Festival (Bologna)

Pubblicato il 7/01/2016 da in Live report | 0 commenti


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17/11/2015 : Deathcrusher Festival (Estragon, BO)

carcass.deathcrusher2015

Se il Frontiers Festival (soprattutto la prima edizione) è la miglior vetrina italiana (e non solo) per gustarsi on stage le gesta dei più grandi act mondiali di melodic hard-rock e aor, la sua nemesi è certamente rappresentata da questo Deathcrusher Festival, kermesse nella quale sono protagoniste le band cardine del metal estremo.

In anticipo di circa mezz’ora, i primi a salire sul grande palco felsineo sono gli elvetici HEROD, (da non confondersi con l’omonima band statunitense), band autrice di un post-death metal non troppo originale e corroborato dalla voce cavernosa del singer David Glassey: una manciata di brani tratti dall’album “They Were None” e la band già lascia il palco, in attesa degli unici rappresentanti odierni della foglia d’acero.
Momento topico: il cantante che, nel presentare le quattro band protagoniste della serata, imita per ognuna i timbri vocali dei rispettivi frontman.

Setlist Herod:

Sad Hill Part. 2
Glory North
Northern Lights
The Fall

Rispetto al concerto milanese di sei mesi fa, questa sera il guerriero VOIVOD appare decisamente meno sperimentale e più incazzato (e anche i suoni sono più impastati), lo dimostra una scaletta che predilige un repertorio più brutale (“Ripping Headaches”, “Overreaction”, “Voivod”), attraverso il quale Snake e compagni mettono a ferro e fuoco il locale: anche il pubblico se ne accorge e tributa ai nostri un inaspettato calore.
Il frontman è sempre istrionico e, tra pose plastiche e smorfie, convince sotto il profilo canoro, beccandosi, come ricompensa, un’involontaria palettata in faccia dal bassista Rocky (nomen omen?), mentre Chewy e Away coi loro strumenti paiono gareggiare con un panzer impazzito.
Un set che prevede due brani incredibili come “Tribal Convinction” e “Chaosmöngers” non passa inosservato e se ci aggiungete una nuova song (“Forever Mountain”, meno interessante e più aggressiva di “We Are Connected”, altro nuovo brano che la band sta proponendo dal vivo) e un’energia che, anche nelle esibizioni successive non avrà eguali, beh, converrete con noi che i canadesi, anche con un set ridotto all’osso, risultano sempre una grande live band e avrebbero decisamente meritato un posto più alto in scaletta.
Momento topico: le impagabili espressioni facciali del chitarrista Chewy.

Setlist Voivod:

Ripping Headaches
Tribal Convictions
Kluskap O’Kom
Chaosmöngers
The Prow
Overreaction
Forever Mountain
Voivod

Deathcrusher tour Napalm Death

E’ tempo di grind, è tempo di quella leggenda che risponde al nome di NAPALM DEATH.
I britannici, attivi dal lontano 1981 (seppur con una formazione completamente diversa dall’attuale) non solo hanno creato un genere, ma, col tempo, lo hanno diversificato inserendo elementi anche coraggiosi all’interno della loro proposta sonica (come il sax di John Zorn in un brano del precedente album “Utilitarian”).
Seppur falcidiata da importanti assenze (sia il frontman Barney che il chitarrista Mitch Harris non hanno potuto presenziare a questo festival), la morte al napalm non concede tregua e melodia alcuna, trapanando i timpani dei presenti con quintali di gratuita e assurda brutalità.
Probabilmente la proposta della band c’entra poco con la furia ricercata dei Voivod e la tecnica dei Carcass, ma brani come “Scum”, “The Kill”, “Life?” e il secondo di durata della fulminante “You Suffer”, sono, ancora oggi, manifesti sonori di un genere che, seppur a livello underground, vive e cresce.
Il corpulento Shane Embury guida col suo basso i furiosi blast-beat di Danny Herrera, dando origine ad un bestiale inferno sonoro, ma il grindcore è questo: prendere o lasciare.
Momento topico: la richiesta del bis di “You Suffer” da parte del pubblico, richiesta, ovviamente, non intesa dal frontman.

Setlist Napalm Death:

Apex Predator – Easy Meat
Silence Is Deafening
When All Is Said And Done
Smash A Single Digit
Metaphorically Screw You
Scum
The Kill
Life?
You Suffer
Cesspits
Social Sterility
Deceiver
How The Years Condemn
Suffer The Children
Adversarial/Copulating Snakes

Deathcrusher tour Obituary

Tocca ora agli OBITUARY prendere possesso dello stage. Nonostante le temperature esterne il pubblico è abbastanza caldo. I ragazzacci di Tampa (Florida) cominciano a fare il loro ingresso sul palco e, come di rito sin dalla reunion, la band apre le danze (concedetemi l’eufemismo) con l’intro strumentale “Redneck Stomp”, eseguita dai quattro musicisti (quattro perché John arriva a calcare lo stage più “TARDY”..) con una tecnica e precisione quasi maniacale.
Subito dopo, finalmente, entra in scena il singer John Tardy e lo show prosegue con l’ esecuzione di “Centuries Of Lies”, prima traccia del loro ultimo lavoro “Inked In Blood”e subito nel pit si scatena il putiferio. I cinque sono in gran forma: è la prima volta che li vedo nella nuova formazione con alla chitarra (oltre che lo storico Trevor Peres) Kenny Andrews ed al basso Terry Butler, precedentemente membro di Death, Six Feet Under e Massacre.
La serata continua con il ritmo demolitore di “Intoxicated” estratta dal debut album “Slowly We Rot”. Il pubblico italiano, amante come sempre del materiale “old” rasenta il delirio. Nello stage si scatena un pogo senza precedenti. Si continua sulla scia di “Slowly We Rot” con “Bloodsoaked”, poi si va avanti nel tempo con “Dying” e la breve, esplosiva e incisa “Find The Arise” entrambe estratte dal secondo lavoro della band “Cause Of Death”.
La set list purtroppo è così breve che non si può non citarla tutta: siamo quasi alla fine, la band ha dimostrato ancora una volta di essere uno dei pilastri del “Southern Death Metal“ americano e dell’intera scena death mondiale.
Torniamo all’album di esordio ed i presenti impazziscono letteralmente sulle note di “’Till Death”: il gran finale arriva con la title-track “Slowly We Rot” intermediate da “Don’t Care”, brano presente in “World Demise”.
Concludo dicendo che gli Obituary, con questa esibizione principalmente incentrata sui vecchi lavori piuttosto che sul nuovo materiale, si sono confermati ancora una volta come una delle band capostipiti del death Metal. Come ho letto in un commento sulla pagina ufficiale dell’evento: “date a John Tardy il premio Nobel per il Death Metal!”

Deathcrusher tour Carcass

Dopo i floridiani è ora di bisturi e rasoi e, quando le luci si spengono e parte l’intro registrata di “1985” (anno di nascita della band) un boato risuona nel capannone dell’Estragon: i CARCASS sono on stage e attaccano con “Unfit For Human Consumption” tratta dall’ultimo lavoro in studio e della quale è stato tratto un video che ha come protagonista, nei panni di uno scienziato pazzo, l’ex batterista Ken Owen: la band è dannatamente precisa, ma forse “chirurgica” è il termine giusto e Jeff Walker fa risuonare con gioia il suo screaming.
La fantastica “Buried Dreams” segue a ruota, così come “This Mortal Coil” e altri estratti da “Surgical Steel”, tra i quali giganteggia un ottimo brano come “The Granulating Dark Satanic Mills”; le chitarre di Bill Steer e Ben Ash si scambiano assoli a ripetizione, mentre Wilding svolge un’ottima prova dietro a tamburi e piatti, alternando blast beat e passaggi decisamente più complicati.
La band fa poi un salto anche nel passato remoto, quello grindcore fatto di frattaglie e liquidi organici, con la riproposizione di “Exhume To Consume” e “Reek Of Putrefaction”, che, dal vivo, acquistano un fascino maggiore e suoni più intellegibili.
Subito dopo, dall’album della discordia “Swansong” il gruppo accenna il riff di “Blackstar”, che si trasforma quasi subito in “Keep On Rotting In The Free World”, cantata da una buona fetta di pubblico, che non fa in tempo a riprendersi prima di venire investito da “Corporal Jigsore Quandary”, uno dei brani più celebri dei nostri.
Dopo una breve pausa è tempo di bis: la lunga “Mount Of Execution”, probabilmente la canzone più vicina al progressive mai scritta dai nostri fa rimanere tutti a bocca aperta, mentre il gran finale è affidato al cavallo di battaglia “Heartwork”.
Momento topico: il passaggio di Bill Steer al microfono durante i brani più vetusti, il quale sfodera un growling profondo e inquietante.
Dopo un massacro del genere ce ne ritorniamo alle auto soddisfatti ma con le orecchie martoriate.

Buon acufene a tutti!

Setlist Carcass:

Unfit For Human Consumption
Buried Dreams
Incarnated Solvent Abuse
Cadaver Pouch Conveyor System
This Mortal Coil
The Granulating Dark Satanic Mills
Captive Bolt Pistol/Genital Grinder
Exhume To Consume
Reek Of Putrefaction
Keep On Rotting In The Free World
Corporal Jigsore Quandary
Mount Of Execution
Heartwork

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