05/12/15 : Black Winter Fest VIII – Nokturnal Mortum + guests (Brescia)


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05/12/15 : Black Winter Fest VIII – Nokturnal Mortum + guests (Brescia)

NOKTURNAL MORTUM (ukr)
AD HOMINEM (fra/ita)
ACHERONTAS (gr)
ABHOR (ita)
SKOLL (ita)
NOVA (ita)
VERATRUM (Ita)
IGNOTUM (Ita)

Black Winter Fest VIII - Nokturnal Mortum

Il 5 dicembre il Circolo Colony ha audacemente ospitato un grande evento il cui valore è stato testimoniato anche dalla massiccia presenza di pubblico, accorso in un numero (purtroppo) non sempre riscontrabile nel locale bresciano. Per capire la ragione di tale anomalia bastava drizzare le orecchie per udire le conversazioni in tedesco, francese e non solo dei numerosi stranieri che si sono precipitati in terra italica per assistere alla primissima esibizione che gli ucraini Nokturnal Mortum hanno deciso di donare a queste lande.
La quantità di band previste dal bill ha obbligato l’organizzazione a fare iniziare i concerti molto presto, nel pomeriggio, a discapito delle prime esibizioni, a cui ha sfortunatamente assistito un esiguo pubblico. E infatti, a causa di questi orari abbastanza anomali per una serata live, per la maggior parte dei presenzianti all’ottava edizione dell’italiano Black Winter Fest la kermesse è iniziata solo con la terza band: i veneti e giovanissimi Nova.

La band, alquanto misteriosa sulle sue origini e componenti, è piombata sul mercato discografico come un fulmine a ciel sereno con l’ottimo debutto “Il Ritorno” solamente l’anno scorso. Forti dell’appoggio e promozione della nostrana e rinomata Aeternitas Tenebrarum Musicae Fodamentum, i Nova hanno colpito il pubblico grazie alle sonorità belligeranti e marziali di un Black Metal Raw e diretto – non scevro di alcuni elementi più tendenti a vezzi Black ‘N’ Roll – che li accosta stilisticamente ad act rinomati quali i primi Taake o i Goatmoon (in particolare di “Finnish Steel Storm” o “Varjot”), tuttavia distinguendosi grazie ad ottimi elementi personali ravvisabili nell’azzeccato cantato in italiano (diversi quindi i legami fonetici, tematici e metrici con i compianti Spite Extreme Wing o gli Janvs). A chiudere il cerchio, si impone uno spiccato gusto per sezioni a tratti folk usate sia come intermezzi che impreziosenti i pezzi veri e propri (tradendo in alcuni frangenti un sicuro retaggio Neo-Folk e una probabile marcata passione per la frangia più Martial o Post-Industriale).
Peraltro, la band giunge in questa sede alla sua seconda esibizione dal vivo in assoluto, dimostrando a conti fatti una già abbastanza solida intesa e coesione, con tuttavia una ben restia propensione all’intrattenimento del pubblico quando non addirittura piuttosto scarsa (anche se la scelta potrebbe rivelarsi attitudinalmente abbastanza indicata e coerente con liriche ed estetica del progetto).
I veneti non sono di certo definibili animali da palco, quindi, ma i pezzi si presentano in questa veste comunque piuttosto bene e si susseguono rapidi tra di loro, rendendo scorrevole e piacevole la mezz’ora scarsa a disposizione del giovane duo (in studio, dal vivo un quintetto), anche se in alcuni momenti inficiata da errori di esecuzione sicuramente perdonabili – vista l’ancora scarsa esperienza live dei Nostri – che sembrano però non spaventare o turbare affatto il già discreto seguito e pubblico accorso sotto al palco per testimoniare la riproduzione di buona parte dei pezzi de “Il Ritorno”.
Interessanti e validi, anche se con ottimi margini di miglioramento; trascorsa la loro mezz’ora di timing, i Nova scendono dal palco lasciando che la serata prosegua con gli Skoll.

Setlist:
1. La Danza Delle Spade (Intro)
2. Sangue Di Corvo
3. D’In Su La Vetta
4. Inno Al Rogo
5. Legione Del Vento
6. Draco (strumentale)
7. Un Mondo Senza L’Uomo
8. Ave Vittoria
9. – (Outro)

Con gli Skoll si cambiano totalmente tono ed atmosfera rispetto ai Nova.
I novaresi, sulla carta ben più rodati rispetto a chi li ha preceduti (anno di fondazione datato 1995 e di debutto 1999), propongono un Black/Death Metal di stampo tendenzialmente sinfonico, dove le tastiere si fanno ridondanti e tentano di risultare epiche e maestose. I primi nomi che possono venire in mente all’ascolto sono senz’altro Sacrilegium e Necromantia, dove però è subito chiaro che non tutte le ciambelle possono uscire col buco: infatti gli Skoll più che epici e maestosi suonano, il più delle volte, abbastanza pomposi e pacchiani; in più, le strutture sono fin troppo semplici e non certo caratterizzate da un’incisività di fondo che a questo punto dovrebbero possedere.
La mezz’ora degli Skoll passa tutto sommato indolore, lo show si dimostra comunque di discreta fattura (non si riscontrano grossi errori di esecuzione, in sostanza) anche se persino l’affiatamento tra i componenti sul palco non sembra dei migliori. “Moon”, pezzo finale ripescato dal demo “…In The Mist I Saw…” risalente al 1996, risulta a conti fatti forse il più coinvolgente nella sua (persino eccessiva) semplicità, chiudendo un’esibizione che sicuramente non verrà ricordata tra le più esaltanti della serata.
L’annuncio dell’apparizione degli Skoll a questa ottava edizione del Black Winter Fest era stata presentata come il primo live in 18 (!) anni di assenza dai palchi, quindi credo di non essere troppo severo nell’asserire che come minimo sarebbe stato lecito aspettarsi decisamente di più.

Con l’ingresso in scena degli Abhor non si cambia più totalmente approccio rispetto a quanto fatto dagli Skoll: infatti i veneti (anche loro attivi dal 1995, ma debuttanti sulla lunga distanza solo nel 2001) propongono un Black Metal testardamente canonico e di fattura norvegese arroccato su tastiere semplici, tuttavia decisamente in rilievo ed importanti all’interno dell’economia del sound della band.
Anche l’esibizione degli Abhor è stata presentata come un come-back sui palchi (questa volta “solo” 8 anni di assenza…) ed è incredibile come, pur con alcune diversità meramente stilistiche, abbia sofferto degli stessi difetti dello show dei precedenti Skoll. Tra un richiamo ai Darkthrone e l’altro, con delle vocals ritualistiche non sempre riuscite che tuttavia non mancano di strizzare l’occhio allo stile di Grutle Kjellson degli Enslaved dai 2000 in poi, si aggiungono le tastiere in più occasioni sintetizzanti il suono di organi funebri che dovrebbero – si suppone – rendere più interessante la proposta, pur risultando alla fine nulla più di un cliché già dannatamente prevedibile allo scoccare dell’inizio del secondo pezzo.
Gli Abhor appaiono però più rodati e professionali degli Skoll (fatta eccezione per l’utilizzo del basso, in tutta franchezza incomprensibile) e donano quindi al pubblico una performance leggermente migliore, anche se particolarmente statica e con pochi momenti di interesse autentico.
Brani più variegati avrebbero sicuramente giovato, invece le strutture e le modalità di esecuzione tutte rassomiglianti tra loro non hanno permesso alla performance di decollare e donare al pubblico qualcosa in più che non fosse un’altra mezz’oretta in attesa degli headliner.

La prima impressione derivata dall’apparizone on-stage dei greci Acherontas, per la maggior parte dei presenti a questa ottava edizione del Black Winter Fest, dev’essere stata presumibilmente qualcosa di simile a “ok, ora si inizia a fare sul serio”.
A partire dal lungo e millimetrico sound-check in cui gli stessi componenti hanno notevolmente insistito su come far suonare moltissimi dettagli, passando per una presenza scenica invidiabile, chiudendo con una performance precisa e totalmente scevra di sbavature di alcun tipo com’è difficile vederne, i quattro greci si pongono a mani basse come uno dei migliori act della nera kermesse di questo 5 dicembre: freschi della pubblicazione ad inizio anno del loro nuovo “Ma-Ion (Formulas Of Reptilian Unification)”, tramite la tedesca World Terror Committee Productions, gli Acherontas non solo consegnano al pubblico un’ottima e coinvolgente esibizione, ma addirittura migliorano i diversi difetti che – spesso – le loro release in studio si trascinano dietro.
Quella che gli avventori della serata si sono trovati davanti è infatti una band incredibilmente professionale e con le idee chiarissime su come la performance debba suonare, di conseguenza la scelta dei brani da eseguire è ottimale e l’ora scarsa a disposizione dei Nostri scorre molto più velocemente di un loro qualunque disco, senza alcun tipo di intoppo o calo di tensione (tra la presentazione di title-track e diversi altri pezzi del nuovo album, le cui chitarre in fase di produzione sono state incredibilmente mortificate, risultando sul palco invece nitide, potenti e capaci di tagliare in pieno volto lo spettatore). Anche la presenza scenica poco sopra accennata è curata nel più mefistofelico ed esoterico dettaglio, creando musica ed immagine dal sulfureo spettacolo a 360 gradi.
Eliminati dunque i passaggi a vuoto e più prolissi presenti nella loro discografia, gli Acherontas riescono a dimostrarsi persino meglio dal vivo. Sicuramente una piacevole scoperta per coloro i quali non conoscevano il combo greco prima della loro (prima!) calata italica, ma anche per chi – come il sottoscritto – non riesce mai generalmente ad apprezzare (nella loro interezza) le opere in studio. Il momento tanto atteso dell’arrivo degli ucraini headliner Nokturnal Mortum si avvicina a grandi passi, ma manca ancora l’ora abbondante donata ai francesi Ad Hominem…

Praticamente con il ruolo di co-headliner, i francesi Ad Hominem (oggi con più di un piede nel Belpaese) giungono anch’essi per la prima volta ad esibirsi sul suolo italico al Circolo Colony, per di più festeggiando l’uscita del nuovo “Antitheist” risalente alla prima metà del 2015 tramite la connazionale e storica Osmose Productions.
La band, dall’esperienza ormai quindicennale, vanta diverse release all’attivo (delle quali, mi si conceda, nulla di memorabile se non – forse – “Climax Of Hatred” del 2005 per Avantgarde Music ed il successore “Dictator” uscito nel 2009 per la tedesca Darker Than Black Records) e in mezzo al pubblico molti sembrano accorsi all’evento proprio per l’esibizione esclusiva del combo italo-francese, probabilmente anche per accertarsi della validità on-stage dei pezzi contenuti nel nuovo disco.
L’esibizione si apre, come inciso in sala di registrazione, con “Go, Ebola!” e prosegue con vari pezzi dalla discografia più o meno recente della band, tuttavia senza mai lasciare veramente il segno o decollare. Come su disco, i pezzi appaiono movimentati e discretamente coinvolgenti se sotto palco, forse, ma totalmente incapaci di lasciare un qualsivoglia segno sull’ascoltatore che duri oltre i cinque minuti successivi alla fine dello scorrere delle note.
L’esibizione sfigura totalmente sotto qualunque aspetto confrontata (inevitabilmente) a quella appena trascorsa degli Acherontas, sia per potenza e incisività che – me lo si conceda – per professionalità e precisione, arrivando a sembrare in alcuni momenti una vera e propria band d’apertura più che un co-headliner.
Tuttavia il pubblico sembra apprezzare (a tratti anche notevolmente) la performance e i passaggi più tirati, alternati a dello scialbo e scolastico Black ‘N’ Roll, anche se rimane opinione di chi valuta l’esibizione in questa sede che la band non avrebbe sfigurato affatto tra le prime in apertura, pur avendo (non mi si fraintenda) lasciato trascorrere ai presenti una discreta ora di timing in attesa degli ucraini Nokturnal Mortum.

Nokturnal Mortum 1

La tanto anelata prima calata in assoluto (in venti anni di carriera) su un palco italico degli ucraini Nokturnal Mortum è finalmente giunta: pochissimi fronzoli sul palco, componenti stessi ancora “in borghese” ad eseguire un rapido ed efficacissimo sound-check, il grande banner campeggiante il nuovo logo naturalistico del monicker e una suggestiva asta del microfono dello storico leader e fondatore Knjaz Varggoth vivacemente nonché personalmente adornata.
Le luci calano e un intro pre-registrato attacca mentre i Nostri tornano nell’oscurità del backstage adiacente al palco per cambiarsi e dare inizio allo spettacolo; dopo qualche minuto di attesa il pubblico riconosce la melodia folkloristica che segna l’inizio di ogni disco targato Nokturnal Mortum da “NeChrist” (1999, The End Records) all’ultima uscita “The Voice Of Steel” (2009, Oriana Music). Varggoth, Bairoth e i più recentemente entrati in formazione Jurgis (anche frontman dei connazionali Khors) e Rutnar fanno il loro ingresso in rapida successione e la band attacca con le litanie iniziali della ritualistica ed oscura “Rebel”, prima e lunga composizione delle tre totalmente inedite riservate al pubblico bresciano durante questa serata.
Il crescendo d’intensità sonora al limite del progressivo (gli echi del precedente capitolo discografico e dell’evoluzione del combo ucraino sono presenti e ben tracciabili all’interno di questo e gli altri pezzi inediti) sfocia ben presto in sfuriate Black Metal e sprazzi di folklore est europeo come da tradizione, lasciando spazio a notevoli nuove intuizioni, già ragguardevoli udite in sede live e che senz’altro troveranno ancor maggior senso e spicco una volta incise in studio sulla futura release.

Nokturnal Mortum 2

I Nokturnal Mortum sono in vena di materiale nuovo, pare, e come dare loro torto? L’ultimo uscito risale al 2009 e la caratura dello stesso impone di sentire ancora ottime cose da loro (ben consci, inoltre, della qualità da sempre altissima delle uscite degli ucraini). La successiva “Wolves” non può che accontentare in questo senso: più ritmata e lenta della precedente, e dalle venature più prog e psichedeliche, sempre sfociante in esecuzioni più ferali che introducono l’invece nota – e questa volta annunciata – “Weltanschauung”, tratta dall’omonimo lavoro del 2005 (No Colour Records), seguita dalla compagna di disco “Hailed Be The Heroes”, entrambe cantate nelle loro versioni ucraine. I due pezzi sono interpretati ed eseguiti alla perfezione ed è tempo di un altro (ed ultimo) pezzo inedito per la serata: “Eight Days To Spring” ricalca lo stile della nota “Ukraina” e la sua vena smaccatamente catchy lo rende un pezzo irresistibile persino ad un primissimo (ed a tratti inevitabilmente confuso) impatto live.
I più attenti noteranno che l’ultima acclamata fatica della band ancora non è stata toccata, giunti a questo punto. Mancanza presto risolta, perché i Nokturnal Mortum non si fanno troppo attendere ed eseguono a ruota l’opener “The Voice Of Steel” – che a conti fatti si dimostra il vero pezzo da novanta dell’intera serata -, la già citata “Ukraina” sulle cui note ferventemente nazionalistiche il pubblico si scatena, ed infine la suggestiva “White Tower”.
Il concerto sarebbe stato soddisfacente concluso anche così, ma dopo una breve uscita di scena la band ucraina torna sul palco e ripesca un pezzo dal debutto del 1997: “Goat Horns” è ben rappresentato dalla conclusiva “Kolyada” che regala un altro momento altissimo a tutti i presenti, nonché un perfetto commiato.
Esibizione difficilmente dimenticabile, che (cosa forse scontata) per intensità e qualità della proposta va a rappresentare sicuramente il punto più alto dell’intera serata. Sperando dunque che non servano altri venti anni per rivedere la band sul suolo italiano, e attendendo ora con ancor più trepidazione il nuovo disco, leviamo alto e senza remore il pollice…

Setlist:
1. Intro
2. Rebel (inedito)
3. Wolves (inedito)
4. Weltanschauung
5. Hailed Be The Heroes
6. Eight Days To Spring (inedito)
7. The Voice Of Steel
8. Ukraina
9. White Tower
10. Kolyada
11. Outro

Report di Matteo Damiani e Gloria “Morwen” Mambelli.
Foto di Gloria “Morwen” Mambelli. Di seguito altre foto dei Nokturnal Mortum:

Nokturnal Mortum 5

Nokturnal Mortum 6

Nokturnal Mortum 7

Nokturnal Mortum 8

Nokturnal Mortum 9

Nokturnal Mortum 10

Nokturnal Mortum 11

Nokturnal Mortum 3

Nokturnal Mortum 4

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