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Labyrinth – Architecture Of A God (track by track)

Pubblicato il 27/03/2017 da in Speciali | 0 commenti


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Era dal 2010 che i nostrani Labyrinth non proponevano un nuovo album, da quel “Return To Heaven Denied II” che sapeva un po’ di operazione nostalgia con lo sguardo rivolto al passato. L’anno scorso ci ha pensato la Frontiers Records a scuotere i ragazzi, proponendo loro un nuovo album e la partecipazione al Frontiers Metal Festival, con l’esecuzione per intero del loro “Return To Heaven Denied” del 1998, da molti considerato il miglior album del combo toscano (e il live di quella sera è stato un successo).
Dopo un paio d’anni (senza registrazioni) con Mark Boals alla voce è tornato Roberto Tiranti e assieme a lui il tastierista Oleg Smirnoff, il bassista Nik Mazzucconi e il drummer John Macaluso sono andati a completare una line-up sulla carta davvero devastante e ricca di esperienza.

Con queste premesse partiamo con l’analisi track-by-track del nuovo album “Architecture Of A God”, in uscita il 21 aprile 2017 per Frontiers Records. L’attesa è stata lunga, ora è giunto il momento dell’ascolto..

1. Bullets – Si parte alla grande con il brano scelto come singolo, anche se i sette minuti di durata possono inizialmente far storcere il naso. E invece eccoli, i Labyrinth che tutti conosciamo. Il pezzo rappresenta pienamente la band attuale, con il meritato spazio agli strumenti (in particolare alle chitarre e alle tastiere) e un ottimo lavoro di Tiranti alla voce. Bentornati.

2. Still Alive – Si prosegue con un pezzo molto melodico, incentrato più su Roberto (impeccabile per tutto il disco) che sugli strumenti, qui in particolare un po’ in secondo piano. Dopo la “botta” dell’opener questo secondo brano è decisamente più soft e ci concede un bel respiro.

3. Take On My Legacy – La doppia cassa di Macaluso ci proietta direttamente ai tempi del power metal anni ’90, quando i Labyrinth con questi ingredienti fecero (meritatamente) fortuna. Probabilmente questo pezzo troverà spazio dal vivo per la sua carica. I Labyrinth guardano a vent’anni fa con la mente, ma con la padronanza tecnica attuale e la differenza si sente.

4. A New Dream – I Labyrinth non sono mai stati “solo” un gruppo power ed ecco che con questo brano ci mostrano il loro lato più prog. “A New Dream” è un pezzo più complesso, meno immediato che denota classe e tecnica, mostrandoci l’evoluzione del combo italiano.

5. Someone Says – Forse uno dei pezzi più riusciti del disco, molto melodico, dai ritmi power non troppo serrati che ci mostrano un Tiranti ancora una volta sugli scudi e in generale un gruppo maturo che non delude grazie alla sua genuinità ed onestà nei confronti degli ascoltatori, che li ha portati a non snaturarsi mai e a creare un sound personale ed inconfondibile.

6. Random Logic – Due minuti circa per un brano atmosferico con spazio alle tastiere di Oleg e alla voce sussurrata ed intensa di Tiranti. E’ un preludio alla title-track.

7. Architecture Of A God – Quasi nove minuti per la title-track del disco, una durata che denota coraggio e grande sicurezza da parte della band. Il pezzo è variegato ed interessante, ricco di cambi di tempo ma anche di narrazioni, di assoli e di molta melodia. La traccia muta forma di continuo dimostrandosi complessa ma sempre in linea con lo stile-Labyrinth.

8. Children – Davvero curiosa ed audace la scelta di questa cover, caduta sulla strumentale “Children” di Robert Miles, brano dance del 1996. Completamente fuori dal genere e complessivamente ben riuscita (con un plauso al lavoro di tastiere di Oleg) si mostra in linea con la scelta (altrettanto audace) di coverizzare i Matia Bazar su “Sons Of Thunder” del 2001.

9. Those Days – Un brano intenso e molto soft, praticamente la ballad del disco. Tra note melodiche, comunque mai struggenti o malinconiche, non possiamo far altro che notare quanto sia importante e fondamentale l’apporto di Tiranti nei Labyrinth odierni.

10. We Belong To Yesterday – Brano dagli spunti prog, dotato comunque di una buona presa grazie ad un ritornello efficace. Un’altra ottima prova tecnica per la band, che in questo caso mette da parte l’immediatezza e ci “costringe” ad altri ascolti per scoprire tutte le sfaccettature di questo pezzo.

11. Stardust And Ashes – Altro pezzo tendente al power metal, veloce e funzionale, con ritmi serrati anche se la melodia non manca mai. Si guarda al passato dei Labyrinth e si rallenta nella parte centrale, prima di riprendere la marcia con passo sicuro, guidati dalla potentissima voce di Tiranti.

12. Diamond – Tre minuti circa per il brano di chiusura, un’outro delicata dominata dal duo Oleg Smirnoff – Roberto Tiranti, che ci guidano in maniera abbastanza soft verso la fine di un disco di come-back più che riuscito.

Nel complesso questo “Architecture Of A God” è un disco molto valido, che ci mostra una band potente e in palla, con un plauso particolare ad un Roberto Tiranti che stupisce sempre più per potenza ed intensità emotiva. Ottima la resa sonora di tutti gli strumenti, con le efficacissime tastiere di Oleg Smirnoff a fare da contraltare al duo di virtuosi Thorsen/Cantarelli. Precisa e solida la sezione ritmica di Mazzucconi/Macaluso, dotati di grande esperienza e abili nel creare un sottofondo potente ed efficace. I Labyrinth sono tornati nel migliore dei modi, mostrandoci la loro evoluzione e la loro maturità, senza perdere di vista il loro passato e i loro trademark sonori. “Architecture Of A God” sarà per molti uno dei dischi migliori di questo 2017.

L’analisi dei brani è stata realizzata a quattro mani (e quattro orecchie) da Ivan Gaudenzi e Alessio Torluccio.

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