16/09/2018 : Metalitalia.com Festival 2018 – Day 2 (Trezzo, MI)

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16/09/2018 – Metalitalia.com Festival 2018 – Day 2 – Live Club (Trezzo Sull’Adda)

Il primo giorno del Metalitalia.com Festival 2018 è stato, musicalmente parlando, una sorta di grande battaglia, con le gesta di guerrieri ed eroi esaltate dai concerti di band di stampo classic-power metal (con giusto un paio di eccezioni). Terminata la battaglia, non ci resta che contare le vittime, ed è arrivato il tempo di piangere chi non c’è più, di lasciarsi andare alla profonda tristezza per un mondo che pare aver smarrito la propria bussola. E’ tempo di doom metal, un genere perfetto per musicare il dolore ed una visione cupissima della vita. Il doom viene celebrato in molte delle sue forme in questo secondo giorno del festival.

Nibiru

Davvero originale la proposta musicale dei torinesi Nibiru, il gruppo di apertura di questo Black Sunday. Se c’è uno stile sonoro che ha conosciuto un brulicare di sottogeneri negli ultimi dieci anni, con un fermento nell’underground per molti assolutamente imprevedibile ed insperato, questo è proprio il doom. Uno di questi sottogeneri è il drone metal, una sorta di rallentatissimo doom che spesso va a braccetto con vocals estreme e suoni stranianti. Ecco, il sound dei Nibiru, in alcuni suoi elementi, è proprio questo ma non solo. Quello dei Nibiru è l’urlo di un mondo che non si può più salvare. Avete presente il celebre quadro dell’artista norvegese Edvard Munch vero? I Nibiru sono come “L’Urlo” di Munch in chiave drone-extreme metal, con un frontman carismatico come Ardat, dal look inconfondibile, abilissimo nello scolpire riff profondissimi e nel terrorizzare l’audience con urla laceranti.
Non c’è speranza, ed anche se non abbiamo capito una sola parola di quelle urlate dal frontman con il suo cantato estremo, il messaggio dei Nibiru ci è arrivato forte e chiaro. Solo tre le lunghissime tracce proposte: “Oroch”, “Krim”, “Apsara”, i titoli ce li ha scritti il bassista Ri, bravissimo tanto quanto il drummer C. Chertan, spesso impegnati su drumbeats e giri di basso ossessivi e stordenti. E ci stavamo dimenticando di un altro personaggio, quello al gong, travestito da boia. Lasciate ogni speranza voi ch’entrate nel mondo dei Nibiru. Un inizio folgorante di giornata, siamo solo sprofondati negli abissi dell’inferno. But we like it.

Caronte

Con i parmigiani Caronte il doom muta forma e si sposa con la melodia, la band è da sempre affascinata dalle tematiche esoteriche e dai rituali più oscuri. C’è un altare davanti al massiccio frontman Dorian Bones ed è adornato con candelabri d’ordinanza e da un teschio, tutto ciò che serve per celebrare il suo rito. Dal punto di vista musicale la band sciorina riff ossessivi ed ipnotici senza tregua, le linee vocali del frontman fanno la loro figura anche se non tutto il cantato è memorabile, si sente tuttavia un malsano amore per gruppi come Danzig ed Electric Wizard che il sottoscritto sposa con passione.
La formazione, storicamente a quattro elementi, ha inserito per l’occasione un secondo chitarrista (Asher dei Forgotten Tomb) e così facendo ha reso ancora più pesante ed opprimente il proprio monolitico doom sound. Tra i brani proposti la dichiarazione d’intenti “Ode To Lucifer”, la dilatata “Abraxas” e la conclusiva “Black Gold” con vocals piuttosto catchy ed un arrangiamento ossianico e tipicamente british doom. Interessanti i Caronte. Davvero.

Doomraiser

I capitolini Doomraiser interpretano dal vivo il loro “drunken doom metal” con un trasporto ed una fisicità che è di ben pochi gruppi. Partiti come una formazione dedita ad un doom piuttosto canonico, debitore dell’influenza dei Candlemass, dei Saint Vitus oltre che dei leggendari “padri di tutto ciò che è doom” Black Sabbath, i Doomraiser, nel corso della loro carriera, hanno ampliato il loro sound andando a mescolarlo con elementi dello stoner più retrò e settantiano, il tutto senza mai perdersi troppo nelle parti dilatate delle formazioni più psichedeliche. Anzi, dal vivo l’impatto dei Doomraiser è davvero sensazionale, con ogni membro della band che si conferma in possesso di stage presence notevole.
Un plauso meritato va alla performance del frontman Cynar, abilissimo nell’intepretare brani come “Like A Ghost”, “The Dark Age Of Old Europa” e la conclusiva, intensissima, “Rotten River”. L’impressione è che i Doomraiser, nonostante il considerevole seguito nell’underground tricolore, abbiano ancora la possibilità di fare un ulteriore balzo in avanti, se lo meriterebbero certamente, anche perchè pochissime altre formazioni doom italiane possono vantare un sound così imponente e coinvolgente dal vivo. Potentissimi Doomraiser!

La grande sorpresa di questo giorno del festival sono stati gli olandesi Dool. Assai poco conosciuti nel nostro paese, questi giovani gothic rocker si sono dimostrati assolutamente all’altezza con il loro sound originalissimo fatto di almeno 4, 5 diverse influenze principali mescolate mirabilmente. A catalizzare gli sguardi di quasi tutti è la carismatica frontwoman Ryanne Van Dorst: piuttosto alta, fisico snello, una ragazza attraente dai movimenti fluidi in possesso di una voce piuttosto duttile nonchè di una vera e propria carica animalesca on stage. Durante lo show Ryanne avrà modo di impressionarci anche per le doti chitarristiche che ne fanno una rocker completa.
Il sound dei Dool è davvero intrigante, compatto ma meravigliosamente scorrevole e la musica di questi olandesi piace proprio perchè pregna di contrasti. In un brano dei Dool puoi trovare un riffing doomy tanto quanto parti relativamente veloci, arpeggi malinconici ma anche esplosioni di elettricità, parti di alternative rock ma anche sonorità gothic-dark wave, il tutto filtrato con un’altra componente essenziale: il gusto compositivo.
Qualcuno ha parlato di Placebo più dark, dei The Cult più cupi e disperati, ma c’è molto di più in brani come “The Alpha”, nella trascinante “She Goat” e nelle atmosfere della melodicissima “In Her Darkest Hour”, tutti pezzi contenuti nel disco di debutto “Here Now, There Then”.
Resto affascinato dalla splendida cover del classico dei Killing Joke “Love Like Blood”, qui proposto in una coraggiosa versione doomy-alternative dai tratti soffertissimi, come se la nostra nuova eroina volesse farci capire quanto dolore e masochismo ci sia dietro quel misterioso sentimento che ci unisce e ci divide, che ci esalta o ci distrugge (ed a volte fa entrambe le cose).
Applausi a scena aperta per i Dool, di gran lunga una delle più belle rivelazioni degli ultimi tempi. Se il vostro cuore è dipinto di nero, amate le melodie malinconiche e gradite anche solo alcune delle sonorità sopra descritte, allora andate senza esitazioni alla scoperta dei Dool. E dite pure che vi ha mandato Max…

Forgotten Tomb

Che i Forgotten Tomb siano una band speciale, se sei affascinato da certe sonorità, lo percepisci già dopo l’ascolto di pochi riff di chitarra di Ferdinando “Herr Morbid” Marchisio, anche perchè le atmosfere ricreate dalla depressive black metal band sono così ammalianti, a tratti soggioganti, che è davvero difficile non restarne rapiti. Ricordo ancora che accadde anche a me, la prima volta che vidi il gruppo dal vivo, in un festival un bel po’ di anni fa. Da allora, di strada i Forgotten Tomb ne hanno fatta tanta, sono arrivati sempre maggiori riconoscimenti anche dall’estero e la formazione è stata in grado di ricucirsi un suo culto di follower davvero devoti. Per quasi tutti gli estimatori del gruppo però, il debutto discografico “Songs To Leave” occupa ancora un posticino speciale nel cuore, con quei suoi riff doomy, le atmosfere decadenti e lyrics davvero ispirate-disperate urlate dalla ruvida voce di Herr Morbid.
La specialità di questo show, che ci regala l’esecuzione del disco nella sua interezza, fa il paio con l’abilità della formazione di riprodurre magnificamente on stage questo piccolo capolavoro, uno dei dischi divenuti un manifesto stesso del genere depressive black metal.
Al di là di qualche efficace sfuriata, l’album esalta soprattutto nei momenti più lenti e doomy. Suonare lento, ricordiamolo una volta per tutte (in questo report), è dannatamente difficile, e più si suona lento e più ogni dettaglio fuori posto può stridere in un ensemble che deve essere incredibilmente uniforme e compatto per sconvolgere pienamente i tuoi sensi. In questo ambito sonoro, i Forgotten Tomb eccellono, e scusate se è poco. Poi, piace, e non poco, la modestia ed il modo minimale con cui “Herr Morbid” conduce lo show, nel suo stile che si adatta perfettamente alle atmosfere ricreate da una band davvero speciale. Il finale dello spettacolo, con l’esecuzione di “No Way Out” con le sue splendide melodie chitarristiche e con quel vortice di sensazioni, suoni ed urla che è “Disenheartenment”, è particolarmente memorabile. Uno show che è già storia, di quelli per cui dire “Io c’ero”.

Novembre

I Novembre sono un gruppo straordinario che è stato tra i primi, e non solo in Italia, a combinare il death metal con il progressive e le atmosfere gothic. Di fatto, i fratelli Orlando, agli inizi degli anni ’90, sono stati degli sperimentatori, se non proprio dei pionieri. La sensibilità di Carmelo Orlando lo ha portato a continuare la carriera della band in modo brillante, con innesti sempre maggiori di melodie vocali affascinanti ma anche mantenendo un’impronta metal che molti altri gruppi cominciati con simili sperimentazioni hanno finito per perdere per strada.
Dal vivo, la band romana riesce a creare sempre grandi atmosfere ma il suo habitat ideale è quello del club più piccolo, magari stipato di fan che conoscono a memoria tanto i nuovi classici del recente album “Ursa” quanto i capolavori dei celebrato “Classica” o di un altro gioiello come “Novembrine Waltz”. Davvero buona la performance della band in quest’occasione con musicisti di valore come i fratelli Ferilli ad accompagnare Carmelo Orlando ed i suoi lamenti vocali. La voce di Orlando, a seconda delle atmosfere e dei brani, recupera un growl convincente o si esprime con efficacia anche in un cantato pulito, magari non perfetto come su disco ma sempre accorato.
Nei concerti dei Novembre il feeling non manca mai, poi con i gruppi italiani arrivano sempre certe piccole critiche che trovo personalmente incomprensibili. Come quelle per le quali il gruppo avrebbe suonato troppo poco dal glorioso “Classica” a favore degli estratti del peraltro pregevole ultimo album dal quale abbiamo sentito gemme come “Australis”, “Annoluce” ed “Ursa”. Ripeto, gruppi come i Novembre, peraltro già celebrati anche fuori dai nostri confini, forse alcuni connazionali non se li meriterebbero neppure. Quando si ascoltano perle del calibro di “Nostalgiaplatz”, “Bremen” e la clamorosa “Onirica East” il sottoscritto trova ben poco da criticare. Grandi Novembre, grazie per le emozioni che, con voi, arrivano sempre a profusione.

Tiamat

Adoro i Tiamat ed attendevo questo loro concerto come quando da piccolo, senza internet, in un mondo completamente diverso, contavo i giorni che mancavano al Natale. Era il momento magico in cui avrei potuto trovare i tanto attesi “regaloni” sotto l’Albero, o riceverli direttamente da Babbo Natale, che non solo esiste, ma mi conosceva per nome e mi regalava spesso i miei adorati LEGO.
Lo show dei Tiamat aveva tutti gli elementi per trasformarsi in qualcosa di leggendario, con in programma l’esecuzione di un set basato esclusivamente sui due pilastri della discografia della band svedese: “Clouds” e l’immenso “Wildhoney”. Nel pomeriggio avviene un meet & greet in cui il mio storico booklet arancione viene firmato da un Johan Edlund, il vocalist della band, che però non vedo benissimo. Gli chiedo se si ricordi la data con i Black Sabbath e la sua prima risposta è: “Con i Black Sabbath?” con gli occhi strabuzzanti, per poi correggersi dicendo: “Vuoi che non me la ricordi?”. Ma passiamo allo show, che comincia con una backing band potente e di valore, i riff di “Clouds” sembrano scolpiti nella pietra, brani come “A Caress Of Stars” e “The Sleeping Beauty” hanno quel mix di potenza e riflessi gotici ma il cantato, sulla seconda, cicca in modo evidente. Ok, penso che Babbo Natale quest’anno si faccia attendere ma a breve sarà qui perchè sta per iniziare la rendition di “Wildhoney” ed io voglio il mio regalo. “Whatever That Hurts” mi fa quasi piangere dall’emozione ma c’è qualcosa che non è perfetto nell’esecuzione di un disco perfetto: c’è un file immagine dietro alla band, proiettato come backdrop, con il logo del gruppo ai tempi di “Clouds”, e non viene cambiato, è come se la tua futura moglie si sposasse con l’abito della Cresima: “Cara ma il vestito nuziale?” “Si è rotto” risponde lei piangendo sotto il velo… Ma le lacrime di commozione, quelle che, ve lo garantisco, avevo una gran voglia di versare (anche senza velo da sposa) non arrivano, perchè Johan sembra in serata no, la sua voce è debole, ma io ancora ho fede in lui e ci sono, dopo i riff coinvolgenti di “The Ar” ed i contrasti meravigliosi della dinamica “The Visionaire”, ancora dei classici senza tempo in cui confidare.
Arriva il tempo di sognare con la ballata “Do You Dream Of Me?”, la musica è suonata bene, l’atmosfera c’è tutta, poi però partono le vocals claudicanti di Edlund, “dai Johan riprenditi” io penso, più volte, ma no, dopo un minuto smette di cantare, dice che non se la sente di cantare questa canzone in questo momento della sua vita, ci ringrazia, dice di volerci bene ed abbandona il palco. “Sì però io voglio il mio regalo Johan, io sono venuto per tutti i gruppi ma questo era il mio Natale anticipato, il momento in cui credi nell’infinito, in cui vedi la luce, in cui ti emozioni e piangi perchè esiste ancora qualcosa di bellissimo in cui credere, in questo caso la bellezza di “Wildhoney”…
La band torna sul palco per un’esibizione della leggendaria “Gaia” che risolleva un po’ uno show che comunque mi ha fatto soffrire non poco. Quest’anno è come se Babbo Natale non fosse passato, perchè i Tiamat che conoscevo, quelli che vidi il 19/09/1995 al Velvet di Rimini, di supporto ai Black Sabbath (durante il tour del capolavoro “Wildhoney”), quei Tiamat e la luce che portavano nel firmamento con la loro musica (al di là dei cambi nella line-up) non ci sono più. Fortuna che mancano solo due mesi e mezzo al prossimo Natale: “Babbo Natale non mi deludere, e porta anche a Johan Edlund un bel regalo che pare averne bisogno…”

Candlemass

Da uno show emozionante ma incompleto, che ci ha fatto anche un po’ soffrire, arriviamo allo show conclusivo del Metalitalia.com Festival 2018, quello degli headliner Candlemass, la leggendaria band svedese, un gruppo che incarna alla perfezione il doom metal sound e che in questa giornata ha in programma l’esecuzione completa di “Epicus Doomicus Metallicus”, il suo album di debutto.
Sapete come mi chiamo su Facebook? Maximus Doomicus. Rende l’idea dell’amore che provo verso questo storico album e gruppo. Ok, nel mio cuore LA band sono e resteranno sempre i Black Sabbath ma i Candlemass sono nell’Olimpo del genere e vederli per la prima volta in Italia con il cantante originale Johan Längquist è un assoluto privilegio.
La tensione che si respira prima dello show, anche se il pubblico non è folto come il giorno precedente, è davvero alle stelle. Penso al fatto che anche Längquist si chiami Johan, che sia svedese, che sia stato tanto tempo fuori dal giro, insomma mi preoccupo, temo che accada quello che è successo giusto un’oretta prima sullo stesso palco, con momenti un po’ imbarazzanti vissuti da un’altro personaggio leggendario (in ambito gothic). Ma bastano i riffoni di “Crystal Ball” e le prime vocals, sicure, di Johan Längquist a tranquillizzarci ed a farci concentrare sullo show.
Un grande concerto, che purtroppo ha visto per l’ennesima volta negli ultimi anni l’assenza del bassista Leif Edling, il grande leader del gruppo, sostituito molto bene dal talentuoso Per Wiberg che peraltro ha appena suonato il basso anche per i Tiamat. Se questo show ha avuto un difetto è stato quello di aver avuto troppe pause tra un pezzo e l’altro, come se il gruppo avesse fatto apposta a perdere un po’ di tempo e probabilmente è così, visto il numero limitato di pezzi da suonare con questa line-up.
Gemme oscure e potenti come “Demons Gate”, “Black Stone Wielder” ed “Under The Oak” sono suonate con maestria da una band che ha una sezione ritmica ed una coppia di chitarre semplicemente perfetta per il genere. Tuttavia è con la successiva “A Sorcerer’s Pledge”che mi sento definitivamente di promuovere alla grande il cantato di un frontman che ha una voce diversa da Messiah, meno lirica, meno potente di quella di Mats Leven, ma semplicemente molto bella, nella sua malinconia di fondo così tipicamente svedese… E poi è la voce che ha cantato e reso immortale il brano che segue, “Solitude”, forse quello che più di ogni altro simboleggia il doom metal, la musica è potentissima e doomy, profonda da entrarti nelle viscere e le parole esprimono la tristezza, il dolore, la solitudine di chi sta per morire, da solo… un capolavoro immortale vissuto con headbanging ed esaltazione totale dai doomers presenti, seguito da applausi scroscianti ed ovazioni. I Candlemass non sono certamente soli… Nei bis, l’unico brano eseguito è stato “Dark Reflections”, la prima esecuzione vocale di Längquist di un brano non registrato dalla sua line-up? Almeno dalla reunion direi di sì, quello che so per certo è che il Metalitalia.com Festival 2018 è stato un altro evento fantastico e da tramandare ai posteri. E noi c’eravamo.

Live report di Massimo “MaxMoon” Incerti Guidotti. Foto di Sabina Baron. Di seguito altre foto della giornata.

Nibiru:

Caronte:

Doomraiser:

Dool:

Forgotten Tomb:

Novembre:

Tiamat:

Candlemass:

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