27/04/2019 : Frontiers Rock Festival – Day 1 (Trezzo, MI)

Visualizzazioni post:687

27/04/2019 : Frontiers Rock Festival (Day 1) – Live Club, Trezzo Sull’Adda (MI)

Alan Parsons
The Defiants
Hardline
Ten
Jeff Scott Soto
Airrace
Creye

La primavera è la stagione del Frontiers Rock Festival, che giunto alla sesta edizione è ormai da anni un appuntamento irrinunciabile per gli amanti dell’AOR e dell’hard rock melodico internazionale, ma a quanto pare non per noi italiani perché in quest’ultimo evento siamo stati ancora una volta, a torto, in minoranza nel bellissimo Live Club di Trezzo sull’Adda (MI).
Nei due giorni di musica dal vivo, mi è capitato di imbattermi in spettatori italici che lodavano il “Signore” se trovavano dei connazionali in mezzo al pubblico per scambiare due chiacchiere e commentare l’esibizione dei loro gruppi rock preferiti. Confesso che questo trend negativo non mi ha sorpreso più di tanto se penso che a livello musicale, e non solo, in Italia siamo in generale un po’ indietro nell’ascolto e nell’apprezzamento del rock melodico e dell’hard rock classico.
I tedeschi, gli svizzeri, gli austriaci e gli inglesi l’hanno fatta da padrone, non solo come presenze ma anche e per fortuna a livello economico consumando cibi e bevande e comprando dischi e magliette nello stand allestito per l’occasione dalla Frontiers Records, dando così la possibilità di avere dei buoni incassi e mantenere nel tempo questa magnifica manifestazione.
Rispetto alla scorsa edizione, poiché la formula proposta dalla casa discografica italiana è sempre la stessa e cioè mettere in vetrina i gruppi da promuovere in prossimità di nuove uscite discografiche, non ho chiesto opinioni né tastato gli umori della gente sul bill presentato perché la qualità delle band è stata elevata e soddisfacente, nonostante la mancanza di nomi altisonanti.
La label napoletana ha puntato di più su gruppi che suonassero AOR e hard rock melodico, cominciando alla grande con il sold out della sera prima al Vip Party, che è diventato ormai una grossa operazione commerciale, organizzato come sempre in hotel e che ha visto comunque come protagonisti nell’unplugged esclusivo proposto dalla casa discografica il duo Gioeli–Castronovo, gli Inglorious, il singer Ted Poley (Danger Danger), il produttore e cantante Mark Spiro e il vocalist dei Boston Tommy De Carlo.

Creye

Il 27 aprile, puntuale come un orologio svizzero, grazie all’ospitalità e al passaggio in auto datomi dall’amico e fotografo Beppe Scordio, mi sono piazzato in prima fila dietro le transenne già all’apertura dello spettacolo per seguire il debutto dei giovanissimi svedesi Creye, che alle 14 e 30 in perfetto orario hanno avuto l’onore e l’onere di aprire le danze. Il battesimo degli scandinavi è cominciato con il pezzo super melodico “Nothing To Lose”, che ha riscaldato gli animi dei primi e pochi spettatori entrati nel locale. Il chitarrista e leader Andreas Gullstrand ha creato a sua immagine una band di puro AOR nord europeo in pieno stile anni ’80, che tra le nuove band di hard rock melodico è stata la rivelazione dello scorso anno con l’album omonimo di debutto. Richiesta a gran voce sotto il palco dai fans, i cinque giovani ragazzi accontentano tutti con la mielosa e romantica “Christina”, che contiene uno stupendo ritornello e conferma l’ottima vena creativa dei sei vichinghi. Bella ed emozionata la voce del nuovo cantante August Rauer che si esibisce in una buona prova come nell’allegra “Miracle” e nella hit e super sdolcinata ballata “Different State Of Mind”, dove i ragazzi danno il meglio di se stessi. Ottimo il lavoro sulle tastiere di Joel Ronning nell’ultima e vivace “Holding On”, che chiude una discreta apparizione condizionata dall’emozione evidente di queste nuove promesse del rock ma questo è solo un piccolo particolare che non offusca il talento e la bravura degli svedesi. Buona fortuna Creye e continuate a farci sognare con la vostra musica!

Setlist:

  1. Nothing To Lose
  2. Christina
  3. Miracle
  4. Straight To The Top
  5. Different State Of Mind
  6. Holding On
Airrace

Di seguito alle 15 e 15 è l’ora dei veterani e conosciuti Airrace, band inglese di AOR dove nel lontano 1983 ha debuttato il famoso batterista Jason Bonham (figlio del grande percussionista John Bonham dei Led Zeppelin). Reduci dall’ultimo e ben riuscito terzo album in studio “Untold Stories”, pubblicato nel 2018, la creatura del chitarrista Laurie Mansworth debutta al Festival portandoci entusiasmo e un pezzo di storia del rock melodico che vuole ancora dire qualcosa in futuro in un mercato discografico molto competitivo.
Il quintetto anglosassone è stato una delle simpatiche sorprese dello show meneghino, grazie anche all’apporto dietro le pelli del figlio di Laurie, Dhani Mansworth (The Treatment) e dell’ottimo cantante Adam Payne.
Il primo pezzo proposto è la ritmata “I Don’t Care”, estrapolato dal bellissimo e sfortunato album “Shaft Of Light” del 1984. Non so cosa sia andato storto, ma il primo disco è stato un flop commerciale ed ha fatto sparire dalle scene i britannici per molto tempo nonostante avessero avuto tra le proprie fila musicisti importanti come il singer Phil Lewis (L.A.Guns) e il vocalist Keith Murrel ma la cattiva sorte, complice il declino della NWOBHM e la distrazione del pubblico degli anni ‘80 li ha portati a rimanere in disparte per poi ritornare nel 2011 con il bel platter “Back To The Start”.
In questa performance propongono i migliori brani dell’affascinante ultimo lavoro in studio, come il melodic rock di “New Skin” e di “Summer Rain” ma l’apice si raggiunge con la sdrucciolevole “Running Out Of The Time”, che è un mid tempo con tappeti di tastiera in evidenza e cori in pieno stile AOR.  Prova perfetta e senza sbavature per una formazione che riesce a coniugare divinamente l’hard rock melodico degli anni ’70 e l’AOR degli anni ’80 e soprattutto possiede un attitudine rock ed una disponibilità nei confronti dei fans nel fare autografi e foto veramente ammirevole.

Setlist:

  1. I Don’t Care
  2. Eyes Like Ice
  3. New Skin
  4. Not Really Me
  5. First One Over The Line
  6. Summer Rain
  7. Running Out Of Time
  8. Different But The Same
  9. Brief Encounter
Jeff Scott Soto

Intorno alle 16 un boato accoglie sul palco una delle icone del rock duro, il cantante e polistrumentista Jeff Scott Soto. L’artista statunitense è uno degli uomini che rappresenta di più la casa discografica italiana a livello mondiale e tutte le band del pianeta lo vorrebbero come singer nel proprio gruppo per le sue incredibili doti vocali.
L’americano parte subito in quarta con il pezzo storico “Drowning”, tratto dal disco “Lost In The Translation” del 2004, che è una caldissima e pesante canzone hard rock impreziosita dai riff taglienti del nuovo chitarrista brasiliano Leo Mancini che accompagna il frontman in quest’attesissima esibizione. Naturalmente alle sue spalle suonano i fidi BJ Behjae al basso e Edu Cominato alla batteria. La successiva e allegra “21 St Century”, incisa nell’album “Beautiful Mess” del 2010, è invece una canzone pop rock più leggera e diversa dal repertorio di Jeff. Commovente il prezzo romantico e strappalacrime “Holding On”, ma quello che colpisce durante i cinquanta minuti del live è la mancanza di brani dell’ultimo e discreto “Retribution” e la sorpresa positiva del duetto con il suo allievo Dino Jelusic degli Animal Drive nel brano “I’Be Waiting” e nell’adrenalinica “Stand Up” dei Talisman, quest’ultimo pezzo inserito nella colonna sonora del film “Rock Star”. Purtroppo nel bel mezzo del cantato con Dino è saltato l’impianto audio che ha condizionato il vocalist americano che per sdrammatizzare ha proseguito a canticchiare senza microfono e senza strumenti. Peccato, perché alla fine il suono della band è rimasto condizionato da questa interruzione, terminando benino un concerto che era partito spedito e sembrava far esplodere i fuochi d’artificio per la potenza sparata sulla platea verso un pubblico visibilmente in estasi.
Jeff ha cantato con entusiasmo e passione, nonostante non fosse al massimo, riuscendo a rifarsi il giorno dopo con un altro dei suoi tantissimi gruppi, i superlativi W.E.T. ma questa è un’altra storia che vi racconterò prossimamente.

Setlist:

  1. Drowning
  2. 21st Century
  3. Believe In Me
  4. Look Inside Your Heart
  5. Eyes Of Love
  6. Soul Divine
  7. Our Song
  8. Holding On
  9. I’ll Be Waiting
  10. Stand Up
Ten

I successivi e attesissimi Ten, alfieri incontrastati del puro ed epico melodic hard rock, offrono alla gente del Festival il meglio del loro repertorio storico cominciando con l’epica “The Robe” che fa piombare i cuori dei presenti in sala nel loro mondo romantico e incantato, grazie soprattutto alla voce calda e carismatica di Gary Hughes. Le melodie ficcanti del brano “Shield Wall”, tratto dall’ultimo platter “Illuminati” fanno scaldare i fans che acclamano a gran voce i propri beniamini in un tripudio generale e consegnano a Gary una bandiera italiana che il vocalist esibisce con ammirazione sul palco.
L’intesa che si è creata tra i veri membri negli ultimi anni è qualcosa di eccezionale e i sette suonano perfettamente con una pulizia del suono sbalorditiva. Se non fossi stato in prima fila a vederli e sentirli avrei pensato che suonassero in playback. L’unico anello debole della scaletta è forse il crudo rock del brano “Gunrunning”, estrapolato dal discreto disco (se confrontato con i primi album della loro carriera) “Heresy And Creyed” del 2012, che a quei tempi li vedeva risorgere dopo alcuni cd mediocri e con una line-up più stabile rispetto al passato. Mitiche le esibizioni degli inglesi nella super melodica “Fathoms Deep”, tratta dall’album “The Robe” del 2002 e nell’immortale “After The Love Has Gone”, ricca di graffianti chitarre che ricordano la creatività e l’estro del chitarrista storico dei Ten Vinny Burns (Dare).
La conclusiva “The Name Of The Rose” con il suo bel refrain e con l’assolo devastante del bravo chitarrista Steve Grocott è la degna conclusione di un percorso storico partito dal lontano 1996 e arrivato fino ai giorni nostri, che ci offre ancora una band in piena forma con ventitré anni di carriera alle spalle, senza interruzioni, che pochi gruppi ai giorni nostri possono vantare.
Alla fine non nascondo che mi aspettavo qualcosa di più dai sette Ten a livello di coinvolgimento del pubblico perché, a parte il leader Gary Hughes, gli altri membri si sono limitati a fare bene il proprio compito senza andare oltre e questo è dispiaciuto un po’ perché le persone accorse al concerto erano tutte ai loro piedi. Dopo lo show però si sono resi disponibili incontrando all’interno del locale i propri fedeli tifosi.

Setlist:

  1. The Robe
  2. Sheild Wall
  3. Spellbound
  4. Gunrunning
  5. Ten Fathoms Deep
  6. After The Love Has Gone
  7. Jekyll & Hyde
  8. Red
  9. The Name Of The Rose
Hardline

Finalmente i pochi italiani presenti al Live Club esultano per gli attesi Hardline, band californiana di hair metal fondata nel 1992 dai fratelli Gioeli, dove di statunitense è rimasto ben poco perché la formazione è in questo momento composta per quattro quinti da nostri connazionali e quindi molto made in Italy. Per la precisione abbiamo alle tastiere il nostro Alessandro Del Vecchio, al basso la bella Anna Portalupi, alla chitarra il virtuoso Mario Percudani, alla batteria il formidabile Marco Di Salvia e alla voce l‘incredibile americano Johnny Gioeli (Axel Rudi Pell, Cush 40 e Gioeli – Castronovo).
L’irruzione sul palco del vocalist Johnny Gioeli è qualcosa di spaventoso e allo stesso tempo dirompente. La grinta che emana cantando “Place To Call Home”, brano estratto dal loro nuovo platter intitolato “Life”, è qualcosa di devastante e dimostra ancora una volta come il rock sia vivo, vegeto e in piena salute nonostante i detrattori dicano e scrivano il contrario. Lo show è stato interamente registrato per una futura release dal vivo perché la maggior parte delle tracce è presa dal primo e ottimo disco “Double Eclipse”, così in scaletta sono proposti i successi del passato come la ritmata e melodica “Takin’ Me Down”, la blueseggiante  “Dr.Love”, l’orecchiabile rock di “Everything” e la metal Rhythm From A Red Car”.
Johnny oltre ad essere un talento unico e anche un grande frontman è un uomo vero che riesce a trasmettere emozioni, passione e sentimenti sinceri, come nel lento “Take You Home”, che è una ballata condotta dal piano delicato di Del Vecchio dove la magnifica voce di Johnny spazia da bisbigli a esplosioni vocali. Definisco Gioeli un “animale da palco”, che per un’ora circa riesce a far divertire gli spettatori del Festival che lo applaudono e lo invocano ad altissima voce con cori da stadio che fanno venire i brividi.
Rispetto agli esordi il sound si è un po’ ammorbidito strizzando però sempre un occhio all’hard rock di stampo americano, va detto che gli Hardline si sono sciolti in parecchie occasioni e che tra le loro fila sono passati tanti artisti bravi e importanti, basta ricordare i grandi guitar hero Neal Schon (Journey), Joey Tafolla (Jag Panzer), Doug Aldrich (ex Dio, ex Whitesnake, Burning Rain, The Dead Daisies, Revolution Saints), Rudy Sarzo al basso o i batteristi Mike Terrana e Dean Castronovo solo per citarne alcuni. Proprio quest’ultimo è il protagonista in questo caldo pomeriggio milanese dell’esecuzione, dietro le pelli, di due pezzi della band di Gioeli sostituendo momentaneamente l’instancabile e bravo Marco Di Salvia (per l’esattezza ha suonato nella potentissima e corale “Life’s A Bitch” e nella ballata semi acustica “In The Hands Of Time”).
Bella sorpresa e formidabile esibizione per una performance memorabile che ha riscaldato gli animi dei fans e fatto apprezzare con un pizzico di orgoglio patriottico l’abilità di questi grandi rockers italo-americani.

Setlist:

  1. Place To Call Home
  2. Takin’ Me Down
  3. Dr. Love
  4. Take A Chance
  5. Where Will We Go From Here
  6. Page Of Your Life
  7. Life’s A Bitch
  8. In The Hands Of Time
  9. Take You Home
  10. Everything
  11. Hot Cherie
  12. Fever Dreams
  13. Rhythm From A Red Car
The Defiants

Dopo tre anni dalla loro prima esibizione al Frontiers Rock, le note di “For A Few Dollars More – Carillon’s Theme” di Ennio Morricone annunciano gli americani The Defiants, nati dalle costole dei famosissimi Danger Danger e dove ritroviamo come membri Bruno Ravel al basso, Rob Marcello alla chitarra e Paul Laine alla voce. I tre, anzi i quattro, perché per l’occasione c’è alla batteria Steve West, anche lui Danger Danger, partono con la carica energetica di due canzoni tratte dall’omonimo disco di debutto del 2016: la prima è “Love And Bullets”, che  possiede un sound potente e ultra melodico in pieno stile Bon Jovi in versione anni ’80 e dove spicca la pulita voce del vocalist canadese Laine, mentre la successiva “Waiting On Heartbreak” è proprio una reminiscenza del periodo d’oro del vecchio pop metal così come la quasi finale e allegra “Runaway” che contiene uno stampo stile anni ’90. Naturalmente in scaletta non mancano le cover dei Danger Danger, come la movimentata “Dead Drunk & Wasted”, la fantastica ballata acustica “Don’t Break My Heart Again” o la cover mielosa e romantica “Dorianna”, tratta dal lavoro solista di Paul Laine ed estrapolata dal disco “Stick It In Your Ear”.
In questi veloci settantacinque minuti di set c’è anche la gradita sorpresa annunciata da Laine, che indica con le mani in mezzo al pubblico la presenza di un importante ospite. Il tempo di girarmi e mi ritrovo a faccia a faccia con il vocalist Ted Poley (Danger Danger), che circondato dai fans e scortato dalla sicurezza interna del locale viene fatto salire sul palco per esibirsi subito con la famosissima hit dei suoi vecchi compagni, la super ballatona “I Still Think About You”, che porta la gente in sala ad accendere e ad alzare in alto i propri smartphone in segno di apprezzamento. E dire che una volta ai tempi di questa canzone, nel bel lontano 1991, durante i concerti, si utilizzavano gli accendini. Come passa il tempo!
Ted è sempre ammirabile perché ha ancora una voce che sembra non aver ceduto al passare del tempo ma al contrario presenta un fisico purtroppo invecchiato. I fans vanno in delirio e lo incitano anche nel successivo e divertente brano “Goin’Goin’Gone” ma soprattutto cantano con lui in “Don’t Blame It On Love”, dove il frontman riesce a far cantare Laine in un brevissimo spezzone e a coinvolgere l’intero Club con la sua carica contagiosa.
Sinceramente è piaciuto molto di più il suo cantato e il suo modo di interpretare i brani ed ha vinto il confronto con il singer e chitarrista Paul Laine che ha dimostrato di avere una voce piatta e mai coinvolgente. I The Defiants hanno fatto bingo con questa gradita improvvisata perché da un lato hanno riportato nel presente il loro glorioso passato e dall’altro hanno fatto scattare un confronto leale tra i due vocalist che in questo momento vede in vantaggio, anche se di poco, lo statunitense Poley sul canadese. Chissà se un giorno Ted e company pubblicheranno nuovi brani dei Danger Danger. Ai posteri la sentenza ma alla fine si è assistito ad un concerto emozionante e carico di nostalgia, con la carica tipica di una delle band che ha fatto delle sonorità hard e della melodia il suo vero e proprio marchio di fabbrica.

Setlist:

  1. Love And Bullets
  2. Still kickin’
  3. Waiting On Heartbreak
  4. Dead Drunk & Wasted
  5. You Crossed my heart
  6. Dorianna
  7. Don’t Break My Heart Again
  8. I Still Think About You
  9. Goin’ Goin’Gone
  10. Don’t Blame it On Love
  11. Runaway
  12. Take Me Back
  13. Beat The Bullet
Alan Parsons

In ritardo sulla tabella di marcia arriva, verso le 23, il turno dello straordinario mito musicale, il britannico Alan Parsons, fondatore nel 1975 con il compianto Eric Woolfson del gruppo rock progressive The Alan Parsons Project, che si sciolse poi all’inizio degli anni ‘90.
Le collaborazioni dell’artista sono state molteplici, dal lontano 1969 quando lavorava come ingegnere del suono presso i famosi studi della EMI di Abbey Road a Londra, per continuare negli anni alla riuscita di tantissimi album, collaborando con i Beatles, Paul McCartney e i Pink Floyd per citare solo quelli più importanti. Ora, alla veneranda età di settanta anni, continua il suo progetto solista e da quello che si è visto al Festival non ha nessuna intenzione di smettere, anche se il fisico non è più quello di una volta.
Ha eseguito con il suo eccellente gruppo molti brani tratti dall’ultimo disco in studio “The Secret”, tra cui l’iniziale “One Note Symphony”, dove Alan entra durante l’esecuzione dell’intro salutando tutti i presenti e accomodandosi con la chitarra acustica nella sua postazione dietro e sopra la band per dirigere tutti i membri della band dall’alto del palcoscenico. Sempre dall’ultimo platter la band ha suonato, con uno stile orientato all’AOR, la radiofonica “Miracle”, l’acustica super melodica “As Lights Fall” e la cinematografica “I Can’t Get There From Here”.
Ammetto nel momento della lettura del bill di quest’anno di non aver fatto salti di gioia nel leggere questo grande artista come headliner della prima serata perché pensavo che il suo rock progressivo avesse poco a che vedere con il resto degli altri ospiti del Frontiers Rock, invece mi sbagliavo perché l’inglese è ancora molto creativo e nell’ultimo lavoro in studio è passato drasticamente al rock melodico non mettendo però barriere tra i generi e gli stili musicali. L’ho capito prima di partire per Milano procurandomi quasi tutti i suoi migliori successi e ascoltandoli di continuo, compreso l’ultima fatica discografica ed ho avuto così l’illuminazione di capire che spesso ci creiamo dei pregiudizi, per ignoranza o scarsa curiosità, nel sentire qualcosa di nuovo o di classe perché, come nella vita di tutti i giorni, abbiamo paura di affrontare i cambiamenti e preferiamo chiuderci in noi stessi in quello che conosciamo e che abbiamo già sperimentato.
L’idea di Alan nelle sue vecchie produzioni è sempre stata quella del concept album, di seguire il sound fascinoso dei Pink Floyd, l’elettronica, il pop, mischiando il tutto con il rock progressive e aggiungendo anche un pizzico di hard rock. Insomma una ricetta musicale vasta, complicata e non facile ma che ha avuto successo grazie anche all’aiuto di artisti fenomenali che hanno collaborato con il musicista anglosassone, come quelli visti proprio sul palcoscenico del Live Club che a turno hanno cantato almeno una canzone a testa, partendo dal batterista, continuando con il bassista e finendo con il tastierista. Ascoltare il favoloso binomio “Syrius/Eye In The Sky”, con la mitica introduzione iniziale della tastiera e della chitarra è stata un’emozione incredibile e i metallari presenti si sono emozionati cantando questo capolavoro a squarciagola insieme alla band inglese. La stessa cosa è successa durante l’esecuzione della pop “Limelight”, un altro successo planetario del duo Parsons/ Woolfson. Incredibile! Se non fossi stato presente, non ci avrei mai creduto ma, come ho scritto prima, questo è il grande potere dell’ottima musica di classe.
Dovrei citare tutte le cover degli Alan Parsons Project ma la scaletta è troppo lunga e su tutti segnalo l’AOR romantico e immortale di “Don’t Answer Me” del lontano 1984, dove Alan canta e suona accompagnato dal sax di Tood Cooper che per altro ha pure una bella voce e fa venire semplicemente la pelle d’oca. Continuo con la ballata “Time”, brano sussurrato e leggero nei cori, cantata dal formidabile vocalist P.J. Olsson, che rilassa e fa sognare una vita migliore; il rock innovativo della sensazionale “I Wouldn’t Want To Be Like You”, cantata dal fenomenale guitar hero americano Jeffrey Kollman o per continuare c’è la sinfonia rilassante di “Don’t Let It Show” che non stanca mai di essere riascoltata.
Intorno alle 00 e 30 si chiude magnificamente lo spettacolo di Alan Parsons con l’ultima traccia progressive intitolata “Games People Play”, che con un lungo e caloroso applauso accompagna questi sette fenomeni ad un meritato riposo. La prima giornata del Frontiers Rock Festival va in archivio per una maratona durata dieci ore che alla fine mi fa uscire dal Live Club stanco ma felice e con il sorriso sulle labbra, pronto ed impaziente di seguire per voi lettori, il giorno dopo, la seconda e ultima tappa di questo stupendo tour de force.

Setlist:

  1. One Note Symphony
  2. Damned If I do
  3. Don’t Answer Me
  4. Time
  5. Breakdown/Raven
  6. I Wouldn’t Want To Be Like You
  7. Miracle
  8. Don’t Let It Show
  9. Limelight
  10. As Light Fall
  11. Standing On Higher Ground
  12. I Can’t Get There From Here
  13. Prime Time
  14. Sirius / Eye In The Sky
  15. Tarr And Prof. Fether
  16. Games People Play

Live report di Christian Rubino, foto di Giuseppe Scordio. Di seguito altre foto del festival.

Creye:

Airrace:

Jeff Scott Soto:

Ten:

Hardline:

The Defiants:

Alan Parsons:

Il nostro Christian con gli Airrace

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.