Motörhead : gli album più belli

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Motörhead: gli album più belli

Era il lontano 1975 quando Ian Fraser Kilmister, detto Lemmy, si apprestava a fondare una delle band heavy metal più famose della storia della musica. Un successo che però non sarebbe mai stato raggiunto senza l’aiuto, all’epoca, del batterista Lucas Fox e del chitarrista Larry Wallis. Ed ecco allora che la notizia della morte di quest’ultimo, senza il quale forse i Motörhead non sarebbero mai esistiti, ha rattristato tutti i fan della band e della musica in generale. Noi, in onore di Larry, abbiamo però deciso di ricordare gli album più belli del gruppo. Un compito arduo, data la qualità della discografia in questione, ma che ci sembrava giusto svolgere, proprio in questo momento.

Motörhead (1977)

Non potevamo non aprire con il debutto, il disco che ha gettato le basi per tutto ciò che verrà in seguito, il rock potente ed esplicito che noi tutti abbiamo imparato a conoscere. “Motörhead” non è altro che la registrazione del debutto avvenuto nel 1976 che però fu rifiutato dalle case discografiche e che include anche qualche canzone cantata proprio da Wallis.

All’interno di “Motörhead” spiccano due brani, che sembrano non aver subito la dura legge del tempo e che ancora oggi sembrano invecchiati benissimo: “Iron Horse/Born To Lose” e la title track.

Overkill (1979)

“Overkill” è semplicemente l’album più influente della storia del gruppo. Il secondo disco dei Motörhead ha pesantemente inciso sulla cultura musicale heavy, modellando una buona parte di musica pesante ascoltata negli anni a venire. In “Overkill” c’è tutto: aggressività, rapidità e quella rabbia trasformata in arte tipica del genere. La lista dei pezzi di questo album passati alla storia? C’è da sbizzarrirsi. “Too Late Too Late” è forse la più amata da un pubblico particolarmente romantico, inutile poi soffermarsi su brani come “Metropolis”, “Damage Case”, “Stay Clean” e “No Class”. Da ascoltare e riascoltare, fino a data da destinarsi.

Bomber (1979)

Un altro album passato alla storia, tanto da essere protagonista di una ristampa proprio quest’anno, in occasione dei quarant’anni della band. “Bomber” è un classico della band e i suoi punti di forza sono probabilmente la title track e “Stone Dead Forever”. Forse si percepisce un leggero calo rispetto al suo predecessore, figlio della tendenza del tempo di sfornare un album dopo l’altro in tempi ristretti. Ciononostante, “Bomber” rimane un must per tutti gli appassionati del genere.

Ace of Spades (1980)

Il picco, l’apice di un periodo d’oro per i Motörhead. “Ace of Spades” è questo, nonché l’album più venduto del gruppo e il manifesto della loro musica insieme a “Overkill”. Merito innanzitutto della title track, passata alla storia come uno dei brani più rappresentativi del rapporto fra musica e gioco. Protagonista l’asso di spade e la sua centralità nel poker.

Tutto il disco è però compatto, senza alti e bassi. Si ricordano brani come “(We Are) The Road Crew”, il binomio “Bite The Bullet/The Chase Is Better Than The Catch” e “Shoot You In The Back”.

Bastards (1993)

Dopo la conclusione del rapporto mai davvero sbocciato con la Sony, i Motörhead tornano alla carica con uno dei loro migliori dischi. In “Bastards” si rivedono le caratteristiche che avevano portato la band alla ribalta agli esordi. La potenza e la sfacciataggine della loro musica è testimoniata da pezzi come “Burner”, “I Am The Sword” o “Death Or Glory”, senza però dimenticare un cambio di timbro in “Don’t Let Daddy Kiss Me” e “Born To Raise Hell”, protagonista assoluto del film Airheads.

“Bastards” è uno dei migliori dischi dei Motörhead e probabilmente il loro migliore del periodo.

Inferno (2004)

Un capolavoro assoluto. Un disco ispirato come pochi. Un’opera in grado di ridare una linfa che sembrava andarsi perdendo ai Motörhead, e in grande stile. In questo album così ispirato c’è tutto: i riff sono quelli giusti, le melodie anche, i ritornelli memorabili. Sono tutti questi gli elementi che rendono “Inferno” non solo uno dei classici del gruppo ma anche, indiscutibilmente, il miglior album prima della fine. “In The Year Of The Wolf”, “Life’s A Bitch”, “Whorehouse Blues”. Chi più ne ha più ne metta, a “Inferno” non manca davvero nulla.

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