Steve Harris’ British Lion – The Burning (2020)

Titolo: The Burning
Autore: British Lion
Genere: Heavy Metal
Anno: 2020
Voto: 5

Visualizzazioni post:1034

Ok la prendo io questa patata bollente.
Immaginate, per un secondo, cosa vuol dire approcciarsi a dover recensire il lato B del più significativo ed influente bassista della storia dell’intero metallo pesante. L’eterna sfida tra Amore e Psiche, due facce di una stessa medaglia che nient’altro è che l’animo umano nella sua essenza primordiale, in ciò che rimane quando ogni mistificazione ed ogni maschera vengono appoggiate sul comodino della propria intimità e lì, soltanto lì, ci si riconosce per ciò che si prova veramente. Il rispetto verso Steve Harris, pluridecorato fondatore degli Iron Maiden, impone un ago della bilancia severamente votato a sostenere il braccio più sentimentale ancor prima di posare le cuffie sulla testa per ascoltare il secondo disco dei British Lion, intitolato “The Burning”, ma il dovere di cronaca e di obiettività obbliga a stati di lucidità saltuaria, nonostante l’emozione. A ben otto anni dal predecessore del Leone Britannico e ormai cinque dal “Book Of Souls” della Vergine eccoci qui, ancora una volta nonostante gli anni che passano inesorabili per tutti, ad avere ancora voglia, ma sopratutto bisogno, di capire cosa riserverà la musica (co)scritta di Steve Harris.
Nonostante i continui sussurri dei maligni che vogliono i Lions come la causa principale del procrastinare l’annuncio dell’uscita del prossimo disco e tour relativo degli Iron Maiden, lo stacanovista britannico guidato dalla sua impavida determinazione e risolutezza, non abbandona il progetto parallelo, anzi, sembra ricavarne sempre più soddisfazione e rinnovata gioia di poter quanto meno vivere la dimensione on stage a meno di trenta metri dai suoi fedelissimi fan.
E dunque eccoci qui a parlare di un disco che, va detto fin dal principio, non ha NULLA ma proprio nulla a che vedere con lo stile compositivo Iron Maiden ne tantomeno desidera esserne associato musicalmente. L’album si apre con “City Of The Fallen Angels”, un brano di classico rock britannico con un ritornello molto orecchiabile. La seconda traccia è la title track, di cui già la band aveva anticipato l’uscita come terzo singolo qualche mese e di cui, quindi, sarebbe inutile dilungarsi oltre. “Father Lucifer! va menzionata per uno stile compositivo quantomeno alternativo rispetto alle sorelle del disco: qui e là si percepiscono richiami filo orientaleggianti nella linea vocale. Carino anche il ponte musicale a metà del brano dove il rullante di Dawson ben si interseca con il trattorone harrisiano dal suono inconfondibile. “Elysium” sarebbe ben più degna di nota se solo non fosse per Taylor che morde troppo poco per poter parlare di hard n’ heavy. Segue “Lighthing”, terzo singolo già proposto dal vivo nel mini tour europeo, che rimane uno dei pezzi più riusciti del lavoro e di interazione band\pubblico. L’introduzione del brano successivo, intitolato “Last Chanche”, ricorda molto un Janick Gers pre reunion in stile “Como Estas Amigos” del periodo Blaze Bayley; sebbene lo sviluppo del brano sia tutt’altro, l’esito discografico potrebbe essere tranquillamente essere il medesimo. “Legend”, la settima traccia, ricorda lo Sting o il Brian Adams più cattivo che possiate immaginare. A voi decidere se, saltare a piedi pari, o se tentare la sortita amorosa con questo brano. “Spit Fire”, primo singolo pubblicato a più di un anno dall’uscita di questo disco, presenta sonorità che ricordano qui e là i Muse, concretizzando seppur in maniera ridondante, un ritornello davvero ben riuscito. Il mio personalissimo parere è di un brano davvero molto valido, già all’ascolto facile immaginarlo nella sua dimensione live. Segue “Land Of The Perfect People”, che già dal titolo dimostra di essere il meno significativo di tutto il disco. L’intro di chitarra di Bible Black ha un sapore di “Kill The King” dei Rainbow di Blackmore che promette molto bene. Tutto molto fino al piattume di Taylor in strofa, evidenziando addirittura qualche lieve sbavatura che puzza di stonatura o quantomeno di dissonanza. Peccato: occasione sprecata. Chiude “Native Son”, una canzone semi acustica senza lode né infamia che, purtroppo, si fa dimenticare in fretta. Va riconosciuto un progresso, a livello di produzione musicale, rispetto al suo predecessore: i suoni più nitidi permettono una migliore comprensione dei vari strumenti giovando, nell’insieme, anche all’amalgama con la voce di Taylor di cui si possono dire tanto cose, ma non che abbia una grande spinta diaframmatica di volume. La qualità delle composizioni, però, fa un passo indietro rispetto all’album di debutto. Difficile decretare un giudizio obiettivo a questo nuovo album dei British Lion; sicuramente la stesura artistica, come si poteva intuire, ha risentito di molti rallentamenti e intoppi paramaideniani che sicuramente non hanno giovato alla riuscita finale di questo “The Burning”, il quale, nonostante disponga di qualche valida freccia al suo arco, comunque non riesce a convincermi totalmente, al di là di eventuali (ed impropri) paragoni con il lato A della carriera di Harris. Chissà se il giorno in cui saremo orfani della musica degli Iron Maiden racconteremo una storia diversa…Fino ad allora i British Lion rimangono, non me ne si voglia, lontani dall’aver composto un disco degno della fama del suo leader indiscusso.

Tracce:
01 – City Of Fallen Angels
02 – The Burning
03 – Father Lucifer
04 – Elysium
05 – Lightning
06 – Last Chance
07 – Legend
08 – Spit Fire
09 – Land Of The Perfect People
10 – Bible Black
11 – Native Son

Formazione:
Steve Harris  – basso
Simon Dawson – batteria
Grahame Leslie – chitarra
David Hawkins – chitarra
Richard Taylor – voce

http://www.steveharrisbritishlion.com/
https://www.facebook.com/BritishLionUK/
https://www.wmg.com/

 

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