Trivium – What The Dead Men Say (2020)

Titolo: What The Dead Men Say
Autore: Trivium
Genere: Pop Distorto
Anno: 2020
Voto: 2,5

Visualizzazioni post:595

Tra le cose che mi dànno ai nervi c’è il continuo e forzato uso di metal per descrivere qualunque cosa si muova, qualunque cosa si abbia intenzione di smerciare su quest’ormai immensa e svenduta bancarella. A chiunque abbia avuto voglia di studiare (o l’opportunità di vivere un certo periodo storico) è lampante quanto chi -in casi come il campo da gioco di questa recensione- ciarla di non conosca né l’heavy metal né l’hardcore né, altrettanto evidentemente, il vero hardcore ibridato col metal (poiché raramente il punto di partenza fu/è il metal). Senza pretesa di precisione cronografica, la realtà dei fatti è che il novanta per cento della musica contenuta in questo album è né più né meno che pop. Non c’è niente di male in sé, sia ben chiaro. Il pop è musica di tutto rispetto qualora questa sia generata da rigurgito artistico – presupposto valevole ed imprescindibile per qualunque forma d’arte. Potremmo far serata snocciolando nomi su nomi di musicisti e strumentisti pop dei quali non ci si dovrebbe mai vergognare. È che – dicevo – non digerisco, in mancanza dei giusti fondamenti, i sedicenti metallari o rockettari; questo, particolarmente da quando tutti si sono persuasi di un ipotetico lustro mediatico-sociale conferito da queste parole.

Ma scendiamo un po’ più nel dettaglio del caso in oggetto.

Io voglio sinceramente bene ai Trivium e lo dico senza titubanze di sorta: hanno la faccia da bravi ragazzi, non correte il rischio che vi vomitino sul tappeto del salotto e ritengo assai probabile che averli come vicini sia un’esperienza piacevole. Musicalmente, hanno fatto dei lavori egregi in passato. Dopo un esordio acerbo ma bruttino (che già mostrava la tendenza iper-melodica) e un demo per tentar di scardinare la porta di qualche etichetta, Ascendancy e The Crusade piovvero sulla scena thrash americana in un momento in cui un po’ di sangue fresco non fece certo male. D’accordo, le pecche erano evidenti, ma è una coppia di dischi che possedere non fa danno.

Oggi, dopo ripetuti ascolti di queste dieci tracce, vorrei chieder loro perché mai dovrei dare la priorità a WTDMS a discapito di un qualunque disco di Rick Astley. L’intero lavoro mi provoca per lo più imbarazzo: una pseudo-batteria che picchia senza costrutto, chitarre e basso che spaziano tra melodia pop e metal da supermercato, voce natalizia quanto basta e non più di due o tre ininfluenti moti d’orgoglio compositivo. Mi chiedo cosa ne penserebbero i quattro membri originari, oggi ampiamente usciti di scena, chi prima chi dopo.

Dopo la traccia introduttiva “IX” (niente a che fare con lo storico gruppo lombardo), troviamo il brano che dà il titolo al disco e non è nemmeno malaccio, visto nell’ottica di cui sopra: progressione armonica molto melodica e qualche momento di ridotto fastidio. Il singolo, “Catastrophist”, fa il proprio dovere da singolo: giro introduttivo da nona generazione di death melodico danese, ritornello à la Kylie Minogue. La profonda “Bleed Into Me” invece mi sorprende con la sua intensità, presto (s)troncata da un orribile ritornello stile gruppo gothic metal tedesco di quarta fascia e una serie di note utili come il parere di un americano in una pinacoteca. Ma procediamo. “The Defiant” include alcuni momenti thrash-heavy gradevoli salvo poi, giunto il momento del solito cambio di registro, far rimpiangere i Bon Jovi degli anni novanta. Tento di non farmi scoraggiare, pensando che forse le cartucce migliori saranno sparate a fine disco. La settima canzone inizia come la penserebbero forse i Pooh, continua ancora peggio, poi ecco un malevolo furto alla penna di Cazares…… mah… che dire? Caparbiamente, non perdo la speranza ed insisto. Ho una visione: dieci chierichetti che si cimentano con un brano dei Creed? No; è solo “Scattering The Ashes”. Finalmente un bel momento: “Bending The Arc To Fear” mi risveglia dal coma con due o tre giri degni di nota e poi zac! …. niente da fare … sbrindellata dopo poche battute. Come brano di congedo, un bell’assolo costituisce gli unici secondi decenti di “The Ones We Leave Behind”. Ed ecco qua. Ecco servito l’ennesimo disco buono solo per coprire il cigolio del letto dei vicini. Come da copione, i suoni sono una porcheria di proporzioni bibliche: batteria completamente stravolta e riprocessata (si percepiscono le vestigia del legno di un rullante-che-fu, copia-incollato chissà da quale banca dati), piatti praticamente spariti (ogni tanto si sente l’1% di un china), chitarre ridotte ad un flebile filo di seta, voce assolutamente impeccabile. E questo, vediate, è lo stesso suono che scelgono di avere dal vivo. Perfetto per TV Sorrisi E Canzoni.

Fatti salvi eventuali ma improbabili limiti derivanti da diritto d’autore, aggiungo che sarebbe uno sforzo poco impegnativo, credo, che i pacchetti promozionali includessero di prassi i testi, così da poter apprezzare l’intero spettro compositivo di un brano. Nel caso in questione, le parole ci aiuterebbero ad interpretare il misterioso video, già disponibile, di “Catastrophist” e l’intrigante copertina, sulla quale è raffigurato quel che si direbbe un cuore infagottato in una tenera foglia, il tutto pendente (o forse sospeso) da alcuni ramoscelli e parzialmente accarezzato da fumi scaturiti dall’oggetto stesso. Molto interessante.

Se vi sono piaciuti i loro ultimi cinque o sei album, il negozio di dischi vi aspetta.

Tracce:
1. IX
2. What The Dead Men Say
3. Catastrophist
4. Amongst The Shadows And The Stones
5. Bleed Into Me
6. The Defiant
7. Sickness Unto You
8. Scattering The Ashes
9. Bending The Arc To Fear
10. The Ones We Leave Behind

Formazione:
Corey Beaulieu: chitarra e cori
Alex Bent: batteria
Paolo Gregoletto: basso e cori
Matt Heafey: voce e chitarra

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