BLACK STONE CHERRY – The Human Condition

Black Stone Cherry
Titolo: The Human Condition
Autore: Black Stone Cherry
Genere: Hard Pop Blues
Anno: 2020
Voto: 4

Visualizzazioni post:80

Quattro ragazzi beneducati del Kentucky (ex-ragazzi, ma ancora beneducati), amici di lunga data; mai un insanabile screzio, voglia ed entusiasmo di star sul palco. È lì che danno il meglio di sé. Ebbi la fortuna di vederli due volte da qualche parte in Europa nel 2008, praticamente per caso, e ne rimasi fortemente colpito. Di lì la necessità di procurarmi celermente Black Stone Cherry e Folklore And Superstition (il vero esordio, Rock N’ Roll Tape, non è mai stato commercializzato). Dovevo portarmi a casa un pezzetto di quelle esperienze; però, ingenuamente sorpreso, ciò che era su disco non era davvero all’altezza di quello che avevo sentito dal vivo – infelice copione visto e stravisto, direte voi; certo, lo so… però…

Ciò nonostante, quel duetto rimane godibilissimo, perché non è la bella musica ad invecchiare – semmai lo sono le nostre orecchie; Folklore And Superstition, in particolare, è un gran disco. Poi iniziarono tour troppo grandi e tutto quello che di solito ci fa rima: esposizione, successo, troppi occhi e troppi telefonini. Il giochino si ruppe, la crepa prese il nome di Between The Devil & The Deep Blue Sea (siamo nel 2011) e la forma di ritornelli accattivanti, produzione pop ed una generale faciloneria. Il calo continuò, spietato: Magic Mountain (2014, ancora peggio) e Kentucky (2016, osceno) sono capitoli che definire semplicemente deludenti è classica eufemìa. Escludendo temporaneamente dal conteggio (ma non dalla lista della spesa) Back To Blues e Back To Blues 2, i due EP di rivisitazioni di grandi del blues acustico ed elettrico, rimane, in mezzo, il bellissimo Family Tree, album di inediti del 2018. Disco carico di passione, ampiamente sgravato di produzioni commerciali ed iperstratificate.

Disponibile in CD, vinile rosso trasparente e cofanetto CD limitato, l’imminente The Human Condition, più che una flessione verso il basso, è una freccia scoccata verso il baratro. Il video/singolo anticipatore già scricchiola: accenni di rock sudista e sferzate hard trascinate per i capelli verso derive à la Nickelback. “Ringin’ In My Head” è il lieve preludio al macello che viene messo in atto più avanti: un bel rock sanguigno impietosamente sommerso da sezioni insensate. Con “Push Down & Turn”, “Devil In Your Eyes” e “Some Stories” lo schema si sviluppa al meglio e abbiamo partenza-esca rockettara con prosieguo tra le calde braccia dell’FM americana. Lo sconforto è tanto. Il livello compositivo più basso, al di là della volontà di sfondare, è probabilmente appannaggio di “The Chain”. “Live This Way” tira un po’ su la testa in un moto d’orgoglio hard rock, ma il sogno è brevissimo, e sorte simile è quella di “Ride”, tra chitarre quasi proto-metal e ritornello da dimenticare. Il fatidico fondo viene toccato con “In Love With The Pain”, “If My Heart Had Wings” e “Keep On Keepin’ On”, ultrapop in linea con gli squallidi e penosi lenti scala-classifiche dei gruppi hard rock semi-pentitisi nel decennio 1991-2000; con tanto di ritornelli da bacetti al cinema e assoli per pseudo-rockettari della domenica.

È immensamente emblematico come il pezzo migliore sia una reinterpretazione di “Don’t Bring Me Down”, degli Electric Light Orchestra, uno dei gruppi più pop (e che pop!) dei Settanta inglesi; la versione dei BSC sviluppa la dormiente tendenza boogie della canzone originale. Eh sì… piange il cuore a dirlo… la direzione intrapresa dai Black Stone Cherry ha tutta l’aria di una scelta vera e propria e non del risultato di un brusco calo di passione rock.

In conclusione, con tutta la benevolenza e la sincera simpatia sia per loro sia per la solitamente attenta Mascot (Joe Bonamassa, George Benson, Bootsy Collins e Steve Lukather non sono che alcuni dei nomi che vi si sono accasati), se Stati Uniti deve essere e se il centro/sud-est è quello che si cerca in particolare, non mi pare che sussistano motivazioni oggettive per spingerci a privilegiare The Human Condition a discapito dei tanti dischi di Molly Hatchet e The Allman Brothers Band che sicuramente mancano alla nostra discoteca.

Per chi ha voglia di lecca-lecca.

Tracce:
01.  Ringin’ In My Head
02.  Again
03.  Push Down & Turn
04.  When Angels Learn To Fly
05.  Live This Way
06.  In Love With The Pain
07.  The Chain
08.  Ride
09.  If My Heart Had Wings
10.  Don’t Bring Me Down
11.  Some Stories
12.  Devil In Your Eyes
13.  Keep On Keepin’ On

Formazione:
Jon Lawhon: basso, cori
Chris Robertson: voce, chitarra
Ben Wells: chitarra, cori
John Fred Young: batteria

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