SCARDUST – Strangers

Scardust
Titolo: Strangers
Autore: SCARDUST
Genere: Symphonic Progressive Metal
Anno: 2020
Voto: 8

Visualizzazioni post:383

Trionfatori ideali di “Amici Di Maria Schneider” o di “XXX Factor” – versione hard-prog del noto spettacolo di talenti – gli israeliani continuano a sbalordire. Sconsigliato in questo caso affidarsi all’istinto, connotando negativamente la sensazione di stordimento sperimentabile durante i primi approcci a questa seconda prova: solo dopo reiterate sessioni d’ascolto ci è parso ragionevole decidere in quale direzione ruotare il “pollice critico”.

Al termine di questo ciclo spetta al recensore il non facile compito di tracciare alcune linee guida calzanti, al fine di orientare l’utente medio di metal sinfonico/progressivo verso la fruizione degli Scardust, la cui proposta, a tratti pretenziosa e teatrale, è dotata d’innegabile attrattiva.

Ricapitoliamo, a beneficio di chi non avesse mai teso l’orecchio in direzione di Ramat Gan:

• prendete “Take The Time” dei Dream Theater, “The Accolade” dei Symphony X, “Used” dei Pain Of Salvation e “Fantasmic” dei Nightwish;

• amalgamate bene e fate poi arrangiare dagli Unexpect;

• stirate l’involto per cinquantatré minuti e passate il pentagramma ancora caldo a cinque giovani medio-orientali, laureatisi a pieni voti alla Juilliard Metal School di Nuova York (come dite, non esiste una succursale metal? Siete mal informati);

• poneteli su di un palco sotto il tendone di Mr. Phineas Barnum (chi ha detto “The Greatest Showman”?);

• porgete asta e microfono a Ligea, la Sirena ammaliatrice, garantendo di fatto anche ai vostri fedeli amici a quattro zampe l’accesso a questo mondo magico: alcune frequenze, infatti, sono esclusivo appannaggio del loro apparato uditivo;

• aggiungete sapide collaborazioni, magari con ghironda al seguito (chi ha detto Patty Gurdy?) ed irreprensibili cori di voci bianche e non.

Confusi? “Strangers” surclassa, per quantità di informazioni ed ispirazioni, il precedente “Sands Of Time” (fatevi un regalo ed ascoltate il brano omonimo, qui): è un album concettuale sull’estraniazione a 360°, gode del missaggio di Yonatan Kossov (Orphaned Land, Amorphis), del mastering del solito Jens Bogren e sfrutta l’accresciuta esperienza compositiva e tecnica di due fuoriclasse come Orr Didi e Noa Gruman, soprano, direttrice di coro (il noto Hellscore Choir, già impiegato da Amorphis, Therion, Ayreon e Orphaned Land tra gli altri) nonché avvenente fanciulla dal growl belluino… ed è più o meno tutto chiaro – come la sua chioma – sin dalla ”Overture For The Estranged” che espone, magistralmente riepilogati in meno di sette minuti, tutti i temi lirico-melodici dell’opera ed ogni inflessione symphonic-prog-folk-power-math-musical-jazz-core presente nei dieci brani seguenti. Come dite, allora che gusto c’è ad ascoltare il resto? Avete presente l’adagio «l’appetito vien mangiando, la sete se ne va bevendo?». Ecco. Aggiungerei, come diceva Rabelais, «se la sete non è presente, bevo per la sete futura»… e qui c‘è più acqua che a Cerrapungi nella stagione dei monsoni.

Tracce:
Overture For The Estranged
Break The Ice
Tantibus II
Stranger
Concrete Cages (con Patty Gurdy)
Over
Under
Huts
Gone
Addicted
Mist

Formazione:
Noa Gruman – Voce
Itai Portugaly – Tastiere
Yadin Moyal – Chitarre
Yanai Avnet – Basso
Yoav Weinberg – Batteria

Orr Didi – Orchestrazioni

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