NANGA PARBAT – Downfall and Torment

Titolo: Downfall and Torment
Autore: Nanga Parbat
Nazione: Italia
Genere: Progressive Death Metal
Anno: 2021
Etichetta: Sliptrick Records

Formazione:

Flavio Cicconi – chitarra
Giulio Galati – Batteria
Andrea Pedruzzi – voce
Enrico Sandri – basso
Edoardo Sterpetti – chitarra


Tracce:

01. The Edge of an Endless Waterfal
02. Through a Lake of Damnation
03. Blood, Death and Silence
04. Tidal Blight
05. Demon in the Snow
06. Obscure Rains
07. Curse of the Thaw
08. Downfall and Torment
09. Breath of the Northern Winds


Voto del redattore HMW: 8.5
Voto dei lettori: 9.0/10
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Visualizzazioni post:265

Può un debutto di una band metal Italiana per una piccola etichetta risultare uno dei migliori album dell’ultimo periodo? A quanto pare si, visto che il primo disco targato Nanga Parbat dal titolo “Downfall and Torment” è una vera bomba, un concentrato di death metal, metal melodico, progressive e symphonic. Detto così sembra un pastone senza ne capo ne coda, ma analizzando la lineup ancor prima della musica si notano come i componenti provengano da altre realtà già note nel panorama tricolore. Giulio Galati alla batteria già negli Hideus Divinity e Nero di Marte, Enrico Sandri dei Kaledon al basso, Andrea Petruzzi alla voce, proveniente dagli Zenith e i chitarristi Edoardo Sterpetti e Flavio Cicconi, chitarre già nei Soul Unchained e Shores Of Null. Questo a definire un contesto di musicisti che sanno come muoversi nelle pericolose spire del metal estremo e che sfruttano l’opportunità con i Nanga Parbat di sperimentare e giocare anche con le melodie.

Perché se l’impatto è sicuramente un death metal di stampo europeo, spesso il sound delle chitarre vira su confini più classici, con ritmiche serrate quasi power metal, con alternate picking velocissimo. Mentre l’impianto vocale di Andrea è un continuo alternarsi di chiaro scuri fra clean vocals e growl aggressivi, sono le introduzioni di parti orchestrali e cori a rendere tutto l’album molto godibile e vario. Viene difficile fare paragoni con band più blasonate, così come viene complicato riuscire a etichettare in maniera netta il sound generale, essendo figlio di tante influenze. Ed è proprio questa amalgama a rende interessante il lavoro del quintetto laziale.

L’intro acustico ci porta alla traccia “Through a Lake of Damnation” che parte subito con un up-tempo per calare su parti più progressive nella sua zona centrale, in cui le chitarre pulite si alternano costantemente al distorto e il growl è sorretto nelle parti melodiche dalle clean vocals, quasi a creare una doppia diade fra strumenti e voci. “Blood Death and Silence” ha un’atmosfera più oscura costruita sempre un un impianto molto variegato dove il riffing di stampo melodic death qui si fa più evidente, sebbene le aperture melodiche sui ritornelli siano più assimilabili quasi tendenti al gothic metal. “Tidal Blight” gioca con un intro orchestrale per portare ad una canzone sempre varia, con grandi parti di batteria in doppia cassa. L’incedere melodico è a volte quasi doom, soprattutto nel mood trasmesso, anche se ritmicamente si viaggia su tempi complessi e anche veloci.

“Demon In The Snow” di cui potete vedere il video in basso, è un perfetto riassunto di tutto l’album, in cui parti estreme si affiancano a cori ecclesiastici in maniera del tutto fluida e naturale. “Obscure Rains” si maschera da ballata acustica nel suo inizio per trasformarsi repentinamente un un mid tempo cattivo e violento, forse il più aggressivo dell’album, per chiudere con un reprise smaccatamente malinconico e melodico. In ”Curse Of The Thaw” ritorna l’uso abbastanza massiccio dell’orchestra ad accompagnare il brano per creare un sottobosco epico e molto ben riuscito. Anche qui un inciso centrale più acustico rende variegato il panorama sonoro. La lunga title track “Downfall And Torment” sfiora i 13 minuti di lunghezza ed ovviamente amplifica tutti gli elementi già citati. Chiude “Breath Of The Northern Winds” una strumentale da due minuti in cui le armonie delle chitarre soliste sono rette dalla sola chitarra acustica, accentuando i contrasti sonori finora espressi nel disco.

Chiudendo la recensione avete capito che “Downfall and Torment” è un disco diverso dalla massa, difficilmente inquadrabile, ma dotato di un’anima unica. Le svariate sfaccettature possono rendere diffidenti i fan di molti sottogeneri, ma ad un ascolto attento e ripetuto le canzoni restano e lasciano il segno. Una produzione inoltre di tutto rispetto e tutta italiana ad opera di Marco Mastrobuono, che grazie anche all’uso di un quartetto d’archi vero, ad opera di Francesco Ferrini dei Fleshgod Apocalypse, riesce ad elevare ulteriormente il grado stilistico di questo prodotto.

Un commento su “NANGA PARBAT – Downfall and Torment”

  1. Questo disco è una bomba.

    L’unica cosa che non capisco è perché viene etichettato come “death”.
    Il mio orecchio sente molti riff di chitarra più assimilabili ad un heavy classico, se non al thrash.

    Rimane un disco della madonna…

    Rispondi

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