ABYSSKVLT – Phur G.Yang

Titolo: Phur G.Yang
Autore: Abysskvlt
Nazione: Russia (oblast' di Samara)
Genere: Funeral Death Doom Metal
Anno: 2021
Etichetta: Solitude Productions

Formazione:

non dichiarata


Tracce:

01.  Jhator
02.  Nga-Ri
03.  Phar
04.  Mchod Rten

https://vk.com/abysskvlt
https://www.sangye.it/altro/?p=6664


Voto del redattore HMW: 7,5/10
Voto dei lettori: 6.5/10
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Visualizzazioni post:434

Occorrerebbe chiedersi spesso che ne sarà di musica come questa quando su tutto il pianeta sarà luglio trecentosessantadue giorni all’anno e giugno gli altri tre virgola venticinque. D’accordo che gli Hanoi Rocks erano finlandesi e che per l’Iraq si aggira una manciata di gruppi death metal, ma è pur vero che le eccezioni, per definizione, tali rimangono. Coloro che rimanessero turbati dalle più lievi forme di spostamento d’aria, non vedessero l’ora di fondersi prolungatamente al solleone ed infine si crogiolassero nella convinzione che un disco come Phur G.Yang abbia loro impregnato lo spirito, be’, questi sono più che probabilmente vittime o di un brutto malinteso o, peggio, di una turpe posa da due soldi.

Intorpidente ed estasiante, lungo i turbamenti di una frigida cortina di tematiche mortuarie di aderenza བོན་ / bön – dottrina orientale legata a doppio filo col buddhismo tibetano e nepalese, alla quale si auspica che i quattro Russi si siano approcciati con una certa serietà –, Phur G.Yang è un impianto sonoro per allucinazioni tra le nostre più durevoli ed imaginifiche.

Se “Jhator” prepara il terreno col suo carico di giri pachidermici, ritmi di piombo e ruggiti oltretombali, “Nga-Ri” già disvela gl’intenti più cupi degli Abysskvlt e dà inizio a un disfacimento che forse oltrepassa i margini di un sottogenere già, per propria natura, in possesso di chiavi per l’interdimensionale. Con “Phar” la materia si sgretola, si piega su sé stessa, sublima fin sopra alle vette vertiginose e dentro alle fosse più plumbee, si impasta con l’ululato della Terra e travalica il dubbio confine con l’immaterialità. “Mchod Rten” giunge a sminuzzare i sensi che – boriosi, conquistati dall’illusione – osarono. Un velato invasamento stregonesco.

Strumenti oriundi tibetani ed un certo assortimento di impieghi vocali si sommano all’usuale armamentario che ci si aspetta in un disco di questa natura, mentre il messaggio è veicolato in idioma pure del Tibet e in quello, estinto e controverso, dello Žaṅ-žuṅ.

Un volo abissale profondo ottanta minuti.

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