SACRED OATH – Rob, Damiano e Kenny


Visualizzazioni post:296

SACRED OATH – Il giorno del giudizio

UK

Ad Aprile 2021 è uscito “Return of the Dragon”, ultima fatica per gli statunitensi Sacred Oath. Dopo essermi occupato della recensione di questo ottimo lavoro ho avuto la fortuna di fare quattro chiacchiere con Rob, Damiano e Kenny.

 

Rig: Ciao ragazzi! Prima di tutto grazie per aver trovato tempo per questa intervista. Come vanno le cose dalle vostre parti? Spero stiate tutti bene. Come ricorderete dalla mia recensione ero rimasto piacevolmente colpito dal vostro ultimo lavoro. Questo “Return Of The Dragon” segue un live album di grande impatto ed è il primo vostro album con tre chitarre. Questa novità ha provocato qualche cambiamento nel processo di registrazione del disco?

Rob: Grazie Rig! Effettivamente sono cambiate alcune cose quando abbiamo iniziato le registrazioni di “Return Of The Dragon”. Innanzitutto io e Kenny abbiamo realizzato dei demo per ogni singola canzone: in questo modo ci siamo fatti una idea della struttura da seguire per questo lavoro. Inoltre, durante questo processo ci siamo innamorati non solo di determinati suoni ma anche di alcune tecniche di registrazione che abbiamo utilizzato nella registrazione finale e nel mixing. Per questo motivo il disco risulta essere quello con un suono più moderno di tutta la nostra discografia. A questo si aggiunga il fatto che abbiamo realizzato l’album durante il lockdown dovuto alla pandemia e per questo motivo ho lavorato con i singoli membri per registrare le loro parti. Per fortuna eravamo ben preparati sui pezzi e nuovi e così siamo riusciti a terminare le parti di batteria prima che le cose peggiorassero in New York. Per quanto riguarda l’avere dovuto gestire tre chitarre, quello non ha richiesto particolari modifiche in fase di registrazione. Sicuramente le tre chitarre hanno avuto un impatto sul suono dell’album, anche per l’apporto musicale di Damiano.

Damiano: Per me il maggior cambiamento è stato il fatto di avere già tutti gli assoli di chitarra scritti prima di entrare in studio di registrazione Devo ammettere che questo modo di lavorare mi è piaciuto ed è stato stimolante perché mi sono trovato ad affrontare per la prima volta questo genere di sfida: ho dovuto quindi metterci la mia creatività, il mio gusto e il mio stile. Mi sono molto divertito e non vedo l’ora di ripeterlo nuovamente in futuro con la band.

Rig: Ho notato che in questo album le parti vocali sono state maggiormente curate, o mi sbaglio? Devo ammettere che ho sentito una voce più “matura”.

Rob: Non so se le parti vocali di questo disco sono più curate rispetto a quelle presenti in “Ravensong” o “Twelve Bells”, ma posso dire che sicuramente hanno avuto un impatto maggiore. Non c’è stato nulla di diverso nel mio modo di lavorare alla registrazione, tranne il fatto di aver finito i testi e le melodie vocali proprio all’ultimo minuto. Normalmente non mi trattengo e in genere ho un’idea chiara prima di iniziare a registrare. Questa volta però ho continuato a lavorare sui testi e le melodie anche dopo che le parti ritmiche erano state registrate. Inoltre mi sono preso tempo necessario per trovare le migliori parti adatte alla mia voce; non ho voluto forzare le cose. Detto ciò, penso – e sento – che il nostro secondo album “Darkness Visible” è quello dove le parti vocali sono state maggiormente curate, per usare la tua espressione, anche se forse non le più mature. Cerco sempre di approcciare ogni album in maniera diversa e, come produttore, cerco sempre di cogliere la massima espressività della band in quel momento, senza seguire precise formule, senza giocare per il sicuro. Mi spiego: quale sarebbe il punto? Una volta che abbiamo finito l’album, lo abbiamo finito, e poi andiamo avanti.

Rig: Puoi dirci come hai avuto l’ispirazione per i testi? Qual è il tuo preferito e perché?

Rob: Non sono più un ragazzino, così come non lo sono più la maggior parte dei nostri fans. Cerco sempre un collegamento con la mia via e i nostri “Oathbangers” e per questo motivo scrivo sempre con il cuore e scrivo riguardo a qualsiasi cosa mi colpisce in quel momento. E, chiaramente, spero di essere diventato un pochino più saggio durante il passare degli anni. Tutti i testi di “Return Of The Dragon” sono stati scritti durante la pandemia. E quello è stato un periodo durante il quale mi stavo interrogando in pratica su tutto. Cosa vuol dire essere umani? Cosa riserva il futuro per me e per i miei figli? Chi siamo come “popolo”? Cosa è vero e cosa è la verità? Queste sono domande che ho trovato molto interessanti e sono convinto che molti di noi si siano posti le stesse domande durante il 2020. In quel tempo stavo leggendo alcuni libri di Yuval Noah Harari che ho sentito essere in sintonia con me su questi miei interrogativi e ne ho tratto ispirazione. Alla mia età (52) ho anche meno paura di prendere determinati rischi ed è per questo che ho scritto “Empires Fall” pur sapendo che avrebbe fatto arrabbiare alcune persone ma non me ne sono preoccupato. C’era bisogno di dire quelle cose. “At the Gates” è un altro testo importante. In una certa maniera, quella canzone riguarda me e Kenny in questa nostra lotta ultra trentennale con i Sacred Oath. Non riesco a scegliere un pezzo preferito ma i due che ho menzionato sono sicuramente un ottimo esempio.

Rig: Come ho più volte ribadito, il vostro album mi è piaciuto tantissimo. Oltre alla super-catchy “Cthulhu Wakes”, sono rimasto particolarmente impressionato dal pezzo heavy-rock “Hammer of an Angry God” e dalle influenze funk-metal presenti in “The Next Pharaoh”. Cosa ci puoi raccontare a proposito di queste tre canzoni?

Rob:“Cthulhu Wakes” è divertente, vero? C’è tanto metal in quel pezzo! divertente vero?  C’è tantissimo metal.  Riff thrash, cori malvagi e gloriose parti di chitarre armonizzate: come non poterlo amare? In più, sì, è un pezzo cathy. Tutti noi lo abbiamo subito sentito come il pezzo perfetto per aprire il disco. Quando stavo lavorando in studio su quel pezzo, la musica continuava a darmi visioni di un polipo robot, per questo motivo ho adattato il Cthulhu di Lovercraft immaginando il risveglio dalla ibernazione di un mostro controllato da una intelligenza artificiale. “Hammer of an Angry God” è un’altra super energica canzone che colpisce dritto nel segno. Mi piace proprio per questo motivo. Potrebbe sembrare una canzone metal classica ma poi ha quel bridge nel mezzo che spinge l’aspetto emozionale fino al suo punto di rottura e poi BAM! Seguono rabbia e distruzione. Un pezzo veramente divertente da suonare. L’assolo di chitarra nella parte centrale risalta l’arrangiamento per tre chitarre che rappresenta la band allo stato attuale. Penso che il risultato sia decisamente cool. “The Next Pharaoh” è stato un rischio per me. Per quanto ami scrivere riff funky simili a quello, non avevamo mai usato uno così in un pezzo dei Sacred Oath. Per questo mi sono confrontato con Kenny per sapere cosa ne pensasse. Gli è piaciuto il pezzo immediatamente; infatti durante il processo di pre produzione era il suo pezzo preferito. Questo suo feedback positivo mi ha dato la confidenza che mi era necessaria per includerlo nell’album. Il risultato è buono e sono sorpreso del fatto che molti Oathbangers mi abbiano detto che è il loro pezzo preferito. In generale, devo ammettere che sono sorpreso di tutti i commenti positivi che ho ricevuto sull’album da parte dei nostri supporter. Abbiamo rischiato molto e siamo stati premiati con messaggi dei nostri Oathbangers sparsi per il mondo che ci hanno detto quanto amano l’album e quanto i testi delle canzoni siano importanti per loro e quanto amano la band. È stato così gratificante: è una sensazione fantastica e impagabile!

Damiano: “Cthulhu” è sempre stata la mia favorita, fra le tre che hai menzionato è la più melodica e per questo mi è rimasta fissa in testa. Specialmente il ritornello, è così orecchiabile e suona come qualcosa che potresti sentire alla radio, sia commerciale o meno. “Hammer of an Angry God” è la tipica badilata in facia. Adoro la sua aggressività, specialmente quando la suoniamo alle prove tutti insieme. “The Next Pharaoh” è un pezzo divertente e mi piace perchè posso scatenarmi e divertirmi suonando in funky style, anche se devo ammettere che è anche molto tecnico e devo sempre stare attento quando la suono: ci sono infatti molti passaggi intricati che arrivano quasi ad essere jazz-fusion ma con una sfumatura decisamente metal.

Rig: Rob, le tue origini sono chiaramente italiane: quale è il tuo rapporto con l’Italia? Hai ancora parenti qui, e se sì, dove? Hai qualche ricordo legato al nostro paese? Ricordo che ci siamo incontrati nel 2007 in Svizzera (a Zurigo, quando ero in tour con i Leatherwolf), hai mai avuto possibilità di suonare qui?

Rob: La mia relazione con l’Italia è ancora troppo poca e ho bisogno che diventi più grande e migliore (risate). Sì, ho molti parenti a Torino, Napoli e anche in Calabria. Il mio prozio Egisto Tango era un direttore di orchestra in Napoli e fra le sue anteprime ci sono state alcuni dei lavori più importanti di Bela Bartok (compositore ed etnomusicologo ungherese, ndRig). Mi piace pensare che ho acquisito del talento musicale da lui. Sono stato in Italia molti anni fa con un amico, principalmente a Vernazza, ma non ho mai suonato lì. So che abbiamo dei fan in Italia e vogliamo davvero suonare nel vostro Paese!

Rig: Kenny, puoi dirci qualcosa in più sull’artwork che hai realizzato e che ammetto mi è molto piaciuto?

 Kenny: Quando è tempo di realizzare un lavoro analizzo i testi di Rob e mi focalizzo su una frase o una parola specifica che mi colpisce particolarmente, quindi cerco di rappresentarla visualmente nella migliore maniera in cui posso. Altre volte cerco di rappresentare il sentiment e il suono (colore) di quella canzone. Questo funziona molto bene per alcuni pezzi: per esempio il lavoro per la title track con l’uomo infuocato sul muso del dragone è un riferimento a quando Rob canta “Souls Will Burn” nel ritornello. L’artwork per “Into the Drink” è uno dei miei preferiti. Ho voluto rappresentare una battaglia della Seconda Guerra Mondiale nel Pacifico con un aereo che si schianta contro l’acqua, facendo attenzione a non ottenere un risultato troppo simile a quello di Derek Rigg per “Aces High”. “The Next Pharoah” è un altro lavoro pieno di riferimenti, forse non troppo, nascosti. La Casa Bianca in rovina con le sbarre alle finestre e una serratura del caveau di una banca in sostituzione della porta d’ingresso affiancata da statue dei guardiani di Anubi suppongo possa essere un po’ una dichiarazione! Inoltre, volevamo che anche la front cover fosse iconica. Se ci fai caso, il dragone è stato un tema ricorrente nei nostri artwork sin dall’inizio. Ho voluto che questo dragone risultasse audace, e ho anche voluto collegarlo alle nostre radici, e per questo motivo i colori che ho utilizzato sono simili a quelli usati in “Defenders of the Faith”. Per realizzare questo lavori ho usato pastelli a cera. Sono stato per buona parte della mia vita un avido collezionista di fumetti e questo fatto ha influenzato molto il mio lavoro.

Rig: Se da un lato come band siete sempre stati indipendenti, avendo la vostra etichetta, dall’altro lato, con ben cinque singoli/lyrics video (“Return Of The Dragon”, “Hammer of an Angry God”, “Empires Fall”, “Cthulhu Wakes” e “Root Of All Evil”) siete chiaramente a vostro agio con le nuove regole del music business. Come il music business stesso è cambiato rispetto ai vostri inizi nel 1987?

Rob: La tecnologia ha reso possibile a band più piccole come la nostra di promuovere la nostra musica ad un vasto pubblico in una maniera professionale ma a costi abbordabili. Ovviamente questo richiede tanto lavoro e ora come ora stiamo lavorando come non mai per non scomparire in un mondo dove sono presenti moltissime band che competono per ottenere attenzione. Tutto ciò però è una grande sfida e una grande lotta per noi. Siamo arrivati ad un punto in cui abbiamo bisogno di aiuto esterno per mantenere tutto in funzione come si deve. Spendo gran parte della mia settimana in linea agli uffici postali per spedire CDS e LPS ai nostri fans. Chi si occuperà di queste cose quando saremo in tour? Le cose stanno diventando ingestibili! Mi hai chiesto come e cosa è cambiato in questi anni: per me, fondamentalmente, non è cambiato nulla. Sto facendo tutto, come ho sempre fatto. Ai tempi passavo ore e ore a copiare cassette nella mia camera, per poi assemblare demo e spedirli. Avevamo anche una nostra newsletter (The Invocation) e la dovevamo spedire in tutto il mondo. Ora è tutto digitale, eppure continuo a dover “cambiare cappello” (per gestire tutto) e a volte vengo travolto da tutto questo lavoro. Per fortuna oggigiorno ci sono più etichette discografiche interessate a contratti di licenza rispetto al 1987 e possiamo rimanere con i diritti dei nostri master.

 Rig: Stiamo vivendo momenti difficili per colpa della pandemia ma dobbiamo pensare positive: cosa porterà il futuro ai Sacred Oath? Abbiamo qualche possibilità di vedervi prossimamente qui nella vecchia Europa?

Kenny: Abbiamo iniziato a provare per portare un nuovo ed energico spettacolo in tour. Stiamo attualmente organizzando delle date qui negli Stati Uniti per fine anno. Per quanto riguarda l’Europa, ci piacerebbe davvero poter tornare. Siamo stati anni fa e abbiamo suonato in Belgio, in Svizzera e abbiamo anche suonato al Keep It True in Germania: è stata una esperienza magnifica e vorremmo ripeterla. Speriamo bene!

Rig: Ragazzi, grazie per la vostra disponibilità, è stato un piacere. Speriamo di rivederci prossimamente e farci qualche birra insieme. Prima di chiudere questa intervista, avete altro da aggiungere per i nostri lettori?

Rob: Abbiamo appena firmato un accordo di licenza con la Worm Hold Death Records di Firenze. Questo permetterà di trovare più facilmente i nostri dischi in Italia e in Europa. Speriamo che questo possa aiutarci a tornare dall’altro lato “del lago” per qualche concerto in support a “Return Of The Dragon” Spero proprio di vedere gli Oathbangers italiani il prima possibile!

 

 

 

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.