FRAILTY – Tumši Ūdeņi

Titolo: Tumši Ūdeņi
Autore: Frailty
Nazione: Lettonia
Genere: Death Doom Metal
Anno: 2020
Etichetta: Autoproduzione e Zobens Um Lemess

Formazione:

Mārtiņš Lazdāns: voce principale
Lauris Polinskis: batteria
Jēkabs Vilkārsis: chitarra ritmica
Edmunds Vizla: chitarra, voce
Andris Začs: basso


Tracce:

01.  Tumši Ūdeņi Drūmi Čukst Krēslā
02.  Es Degu
03.  Tā Aiziet Gaisma
04.  Azraēla Svece
05.  Pa Baltu Sniegu Nāve Nāk
06.  Veļu Māte
07.  Tūkstoš Balsis


Voto del redattore HMW: 6/10
Voto dei lettori: 7.5/10
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I flutti percorsi dai Frailty e il loro Tumši Ūdeņi sono quelli liberati dai soliti. I soliti progenitori che aprirono le sorgenti e scavarono i letti nei quali ancora oggi scorrono le brune acque di opere che, decennio dopo decennio, non cessano di attraversare paesaggi desolati come quelli descritti dall’evocativa copertina del più recente tra i lavori della sigla baltica. Il gruppo è in essere dal 2003 e, biografia alla mano, lungo gli anni si è tolto qualche piccola soddisfazione: esibizioni varie nel Nord Europa, un album su Solitude Productions, un piccolo pugno di premi in patria.

Sette brani distribuiti su cinquantaquattro minuti di death doom metal senza infamia e senza lode, di quello che non disdegna fraseggi heavy e sfora a tratti nel progressivo – tendenza in fondo connaturata nel genere stesso. I chitarristi sciorinano l’uno i fraseggi melodici del caso e l’altro graffi ritmici ruvidi quanto basta. La batteria, pur distrutta dal consueto e vomitevole trigger sul rullante, disegna linee movimentate e gradevoli. Eterno assente nei livelli finali: il basso; non che svolga chissà quale lavoro di pregio sul disco, ma è pazzesco come raderlo al suolo sia consolidata prassi. La voce, facile all’ira benché non isterica, non eccelle in personalità ed è però l’uso dell’idioma lèttone a suscitare immediata simpatia e spazzar via tale venialità.

“Tā Aiziet Gaisma” ci ha portati alla mente gli Enchantment, bella l’atmosfera un po’ alla Paradise Lost dell’oscura “Veļu Māte” e diremmo che è ben coinvolgente la cattiva “Pa Baltu Sniegu Nāve Nāk”.

In definitiva, pur con parere viziato dall’odioso ascolto via computer e pur se Tumši Ūdeņi forse non sarà mai nulla per cui strapparsi unghie e capelli, ci permettiamo di consigliare all’ascoltatore di lasciarlo un po’ crescere, concedergli del tempo. D’altro canto, non è la sola pigrizia ad aver fatto uscire quest’articolo undici mesi dopo l’album.

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