A PALE HORSE NAMED DEATH – Infernum In Terra

Titolo: Infernum In Terra
Autore: A Pale Horse Named Death
Nazione: Stati Uniti D'America
Genere: Doom
Anno: 2021
Etichetta: Long Branch Records

Formazione:

Sal Abruscato              Voce e chitarra
Eddie Heedles             Chitarra
Joe Taylor                   Chitarra
Oddie McLaughlin      Basso
Chris Hamilton            Drums


Tracce:
  1. Infernum 02:24
  2. Believe in Something (You Are Lost) 05:08
  3. Cast out from the Sky 06:50
  4. Shards of Glass 04:42
  5. Lucifer’s Sun 06:26
  6. It is Done 01:26
  7. Two Headed Snake (Propofol Dreams) 06:18
  8. Slave to the Master 04:15
  9. Devil’s Deed 07:03
  10. Reflections of the Dead 06:46
  11. Souls in the Abyss 03:06

Voto del redattore HMW: 6/10
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A soli due anni di distanza dal precedente “When The World Become Undone”, torna la band del fu batterista dei tanto compianti Type O Negative.

Il nostro, mastermind del gruppo, dopo aver partecipato ad uno degli album più iconici della storia del genere (Bloody Kisses), si reinventa chitarrista e cantante e dal 2010 porta avanti il suo progetto.

Arrivati al 2021, ci troviamo tra le mani un disco che ricalca tutti gli stilemi del doom più americano possibile e, spesso, a cavallo con uno sludge/stoner dai tempi dilatati e ritmi molto cadenzati.

Diciamo pure che la lezione appresa dai già citati Type O Negative è decisamente evidente, con quegli inserti di pianoforte azzeccati e con una ricerca di suoni “fuzzosi” che in più punti fanno pensare ad un nuovo sforzo partorito dal grande Pete Steele.

Purtroppo però bisogna anche fare i conti con il fatto che il nostro Sal, per quanto si impegni, non è Pete, e quindi ne risulta, già alla quarta traccia (la prima è un’intro pressoché inutile), una certa ripetitività, sia negli schemi che nelle sonorità.

Positiva la ricerca di ritornelli melodici e ariosi (compatibilmente con il genere, ci mancherebbe) che ne consentono la facile memorizzazione, aperture che spezzano la vena claustrofobica che si cerca di dare alle strofe. Rimane però il senso di incompiutezza, proprio perché quest’ultima si traduce spesso in un trascinamento del pezzo spesso tedioso, con melodie sulla falsa riga del ritornello che sta per arrivare e che, tendenzialmente, verrà ripetuto più volte a fine pezzo.

Pochissimi gli spunti che escono dal seminato tracciato, nessun brano più lento o più veloce, quasi che tutto il disco fosse registrato con gli stessi BPM della prima canzone. Carini gli assoli, che spesso diventano poi elemento di colore ad alcune parti cantate, un po’ monotone e ripetitive le soluzioni di batteria; quasi inudibile il basso, relegato a mero strumento a copertura delle frequenze basse.

In definitiva, un album che raggiunge a malapena la sufficienza, poiché, pur non potendolo ritenere un brutto disco, i nostri confezionano un lavoro che, tra gli echi della band primigenia (TON), momenti più genuinamente rock, sprazzi di psichedelia (leggeri) e cantati effettati, rischiano di risultare più una versione spompata dei finlandesi Ghost Brigade che altro.

Solo per veri appassionati e fedeli fan della band.

Pezzo migliore: il singolo Reflections Of The Dead (o un altro a caso…).

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