SEVEN SPIRES – Gods Of Debauchery

Titolo: Gods Of Debauchery
Autore: Seven Spires
Nazione: Stati Uniti d'America
Genere: Heavy Metal
Anno: 2021
Etichetta: Frontiers Records

Formazione:

Adrienne Cowan – voce e tastiera

Chris Dovas – batteria

Jack Kosto – chitarra

Peter de Reyna – basso


Tracce:

01.   Wanderer’s Prayer

02.   Gods Of Debauchery

03.   The Cursed Muse

04.   Ghost Of Yesterday

05.   Lightbringer

06.   Echoes Of Eternity

07.   Shadow On An Endless Sea

08.   Dare To Live

09. In Sickness, In Health

10. This God Is Dead

11. Oceans Of Time

12. The Unforgotten Name

13. Gods Amongst Men

14. Dreamchaser

15. Through Lifetimes

16. Fall With Me

 


Voto del redattore HMW: 8,5/10
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Incidere un disco in questi tempi folli e non andare in tour per promuoverlo è sicuramente un danno incalcolabile per gli artisti. Farne un altro in pochissimo tempo, ancora più bello e ricco di spunti e, forse, non andare ancora in tournée per sostenerlo è un vero peccato mortale e una grande beffa anche per i fan. Questo è il caso dei bravissimi americani Seven Spires, specializzati in death/black metal e non solo, che riescono a coniugare benissimo vari generi come il symphonic metal, il prog e l’heavy metal classico. La band si è formata durante gli studi al famoso Berklee College Of Music di Boston e, in seguito ad una campagna di raccolta fondi di grande successo e con l’uscita del loro album di debutto Solveig, del 2017, questa visibilità, combinata alla loro straordinaria bravura, ha portato la Frontiers a voler includere la band nel proprio importante catalogo metal, pubblicando il loro secondo disco, “Emerald Seas” del 2020, che è stato ben accolto per le sue linee emotive, cupe e teatrali.

Il combo a stelle e strisce, così come in occasione del proprio debutto, ha collaborato con Sascha Paeth (Masters Of Ceremony, Avantasia, Kamelot, Epica), il quale ha mixato e masterizzato l’album. Adrienne Cowan è stata scelta personalmente da Paeth per guidare la sua nuova band, i Masters Of Ceremony, selezionata come una delle cantanti da tournée per il famosissimo progetto degli Avantasia ed ha anche fatto parte dell’album degli Heart Healer, “The Metal Opera By Magnus Karlsson”, del 2021.

I giovani ragazzi, anziché abbattersi a causa delle restrizioni pandemiche, hanno scritto questo nuovo capitolo di settantasette minuti di bella musica, riprendendo gli elementi migliori dei due dischi precedenti e il concetto del “viaggio dell’eroe Esmerad Seas”: un solitario capitano di mare alla ricerca della vita eterna, cacciato da un mostro marino e alle prese con la solitudine, il sacrificio, l’alcolismo e il peso che deriva dal raggiungimento dei propri obiettivi.

La band a tal proposito afferma che “il nuovo singolo, Gods Of Debaucher, è diventato la title track perché è l’esposizione perfetta per la storia e la mentalità del nostro eroe: una ripugnante presa in giro del personaggio dei nostri primi album. Aveva ottenuto tutto ciò che desiderava, a discapito della sua umanità, e non c’era modo di tornare indietro. Nessun’altra possibilità, nessun modo per redimersi”.

La già citata e splendida cantante Adrienne Cowan, il chitarrista Jack Kosto, il bassista Peter de Reyna e il batterista Chris Dovas si sono audacemente buttati a capofitto nella più profonda creatività sfornando un buon prodotto, che piace per la sua grande varietà e che supera addirittura la penultima fatica discografica dell’anno scorso. Gods Of Debauchery non solo ripete lo splendore del suo predecessore, ma si proietta coraggiosamente su nuovi ed inaspettati territori artistici. Dal primo colpo di basso e dal primo sussulto della Adrienne, in “Wanderer’s Prayer”, si sente un sound dolce e leggero ma con uno slancio energico di tutti gli strumenti. Da subito si intuisce che stiamo per entrare in una grande dimensione sonora, dove i Seven Spiers sono nel meglio della loro produzione artistica, dimostrando di essere una grande realtà per il presente e il futuro del genere. Le loro influenze musicali spaziano tra gruppi come i Fleshgod Apocalypse ad altri come gli Insomnium, e la cosa si nota in brani come la stessa “Gods Of Debauchery”, caratterizzata da riff chitarristici micidiali e assoli melodici sostenuti da fantastiche parti orchestrali. Un altro esempio di quanto sopra è il singolo “Cursed Muse”, dove ascoltiamo tenebrose linee orchestrali che accompagnano una drammatica melodia da brividi con la bellissima cantante che ringhia senza sosta, sforzando al massimo le corde vocali ma senza disdegnare momenti vocali dolcissimi, soprattutto in alcuni ritornelli.

Una scaletta così varia merita più ascolti per via della laboriosità delle composizioni, degli straordinari arrangiamenti e della buona orchestrazione, qualità sostenute egregiamente dalla meravigliosa creatività dei quattro musicisti e dalla gradevolezza della voce. Bella anche la melodia orchestrale di “Ghost Of Yesterday”, con un bel refrain che esplode con incisivi riff di chitarra e il ticchettio insistente della batteria. La successiva, “Lightbringr”, è una canzone super orecchiabile dalle venature pop, che delude per il ritornello semplice e poco adatto ad un contesto del genere ma non brutta da meritare una pesante bocciatura.

La parte centrale del disco continua con intensità ma anche con più vigore, come nell’inquietante melodia emanata dalla tastiera di Adrienne in “Echoes Of Eternity”. “Shadow On An Endless Sea” è un altro marchio di fabbrica della band per una song indiavolata e disperata che mostra un assolo chitarristico molto soddisfacente.  Segnalo l’ottimo symphonic metal di “Dare To Live” e la sognante semi ballata “In Sickness, In Health”.

Il punto cruciale del concept si raggiunge poi nella drammatica “This God Is Dead”, grazie alla partecipazione di Roy Khan (ex Kamelot) alla voce e che è obiettivamente molto interessante. Questa è la traccia più lunga dell’opera, segnata da cori travolgenti, tanti cambi di tempo e una melodia superba. L’orchestra ritorna prepotentemente nel symphonic power di “Oceans Of Time”, con un ritornello travolgente e una sezione ritmica sugli scudi.

Siamo quasi in dirittura d’arrivo e l’ugola leggera della Cowan in “The Unforgotten Name” si inserisce in una musicalità a corrente alternata, dove prevalgono i ringhi spaventosi e i giri posseduti, sostenuti da cambi di tempo e una sezione ritmica precisissima. Il suono sinistro di “Gods Amongst Men” è legato ad una armonia orchestrale tenebrosa e un organo ossessivo. Anche l’imponente e oscura “Dreamchaser” è un’esplosione di energia malefica dove la doppia cassa di Chris Dovas trascina un componimento caratterizzato da un vocalità ringhiosa alternata alla soave voce di Adrienne. La penultima “Through Lifetimes”, dal carino inizio orchestrale, è un rimescolamento di carte perché riprende le linee sonore di tutta la raccolta. La conclusiva “Fall With Me”, in pieno stile musical, chiude lentamente con il pianoforte accompagnato dalle zuccherose e determinate corde vocali della giovane vocalist che mette in mostra tutte le sue ottime sfumature vocali.

L’opera è lunga (settantasette minuti) ma non stanca perché i brani sono forti, adrenalinici e molto accessibili. Ogni musicista è pilastro portante della band statunitense, grazie alle eccezionali abilità tecniche e compositive. Ormai i Seven Spires non sono più una sorpresa, ma un’ottima certezza. Sosteniamoli. Se lo meritano!

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