GREEN LUNG – Black Harvest

Titolo: Black Harvest
Autore: Green Lung
Nazione: Regno Unito
Genere: Proto Heavy Metal, Doom, Pop
Anno: 2021
Etichetta: Svart

Formazione:

Scott Black: chitarra
Joseph Ghast: basso
Tom Templar: voce
Matt Wiseman: batteria
John Wright: tastiere


Tracce:

01.   The Harrowing
02.   Old Gods
03.   Leaders Of The Blind
04.   Reaper’s Schythe
05.   Graveyard Sun
06.   Black Harvest
07.   Upon The Altar
08.   You Bear The Mark
09.   Doomsayer
10.   Born To A Dying World


Voto del redattore HMW: 3,5/10
Voto dei lettori: 8.0/10
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Va bene che siamo tutti sotto gli incantesimi del buonismo stritolante e della tolleranza a qualunque costo, ma rintracciare oggettive giustificazioni all’effervescenza mediatica che accompagna questi Green Lung è un compito perlomeno ingrato. Lo stesso dicasi a proposito dell’interessamento della Svart, casa discografica solitamente ben più oculata nella scelta degli artisti posti sotto contratto.

A riguardo della produzione passata, ci mancherebbe altro, via libera al beneficio d’inventario, particolarmente considerato che la scrivente ne è digiuna e che magari (…magari…) si tratta di lavori più che dignitosi. Tuttavia – tuttavia – a riguardo di quello presente, mi ritrovo di sasso, una volta sfogliata qualche rivista e una volta scorsa la posizione ufficiale della discografica, nello scoprire che, laddove parte della stampa si è limitata a paralleli coi Pagan Altar [faccina sconfortata], la biografia si spinge ben oltre e giunge a cianciare di Atomic Rooster [faccina con gli occhi spalancati], Type O Negative [faccina con urlo e mani lungo le gote], Black Sabbath con Brian May [faccina con mano che sfrega il mento e occhi che fissano lontano] e Boston [faccina serena, post-decesso per impiccagione].

Si vorrebbe far comunella con nomi e stili del passato ma quanto ne esce è nient’altro che un brutto ed artefatto indurimento formale di canzoni pop-rock dai chitarroni beneducatamente distorti, unito a giri casuali che forse-forse solo Zakk Wylde alla nona cassa di birra, un bell’organo (giurerei, sintetizzato) che fa tanto anni settanta e una produzione pompata e compressa a livelli ai quali solo il secolo in corso ha avuta la faccia di bronzo di giungere.

Fucile alla nuca e obbligata ad evidenziare delle eccezioni, sceglierei la radiofonica “Graveyard Sun” – che suppongo esser stata la leva per l’accostamento ai TON e che per lo meno appare schierata (né i TON hanno mai negate le loro influenze pop) e non più di un minuto a scelta estratto da “Born To A Dying World”.

Da ignorare a muso duro.

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