LIVLØS – And Then There Were None

Titolo: And There There Were None
Autore: Livløs
Nazione: Danimarca
Genere: Death Metal
Anno: 2021
Etichetta: Napalm Records

Formazione:

Søren Frambo – basso

Thomas Dannemand – batteria

Franz Posch – chitarra

Kenneth Breinbjerg – chitarra

Niklas Lykke – voce


Tracce:
  1. And Then There Were None
  2. Serpentine Supremacy
  3. Mortal Severance
  4. Pallbearer
  5. Kistefjael
  6. Drenched In Turmoil
  7. Seize The Night
  8. Gallows
  9. The Purest Black

Voto del redattore HMW: 6,5/10
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Sembra che ultimamente la Danimarca sia foriera di una buona vena death metal.

Dopo i connazionali Baest (persisi un po’ via dopo una stupenda opera prima), ecco i Livløs che, nonostante il nome significhi letteralmente “senza vita”, sono vivi e vegeti e sfornano il loro secondo lavoro per Napalm Records.

Devo dire che l’approccio è dei migliori, a partire dalla copertina. Pare che ultimamente il mondo metal meno underground si sia finalmente accorto della potentissima espressività e vena drammatica dei quadri del pittore polacco Zdzisław Beksiński. E questo, come vedremo dopo, almeno per quanto mi riguarda, è un punto da non tralasciare.

Parlando del secondo lavoro dei nostri (il primo Into Beyond è del 2018), debbo dire che mi ha lasciato un mix di sentimenti e di impressioni che, nonostante i plurimi ascolti, ancora non sono riuscito a definire.

Qualche anno fa sono andato in Toscana per le ferie e, vagando per Volterra, mi sono imbattuto in una gelateria che offriva il prodotto “Gelato al Chianti”. È ovvio che l’utente medio si trova di fronte ad un momento di esitazione e di smarrimento, perché dal gelato di aspetti qualcosa di fresco, di dolce e di piacevole, mentre dal vino rosso (Chianti che sia o meno) ti aspetti l’asprigno dell’alcool e altre varie essenze (non è la sede per fare i sommelier, ndr). Un gelato al Chianti è quantomeno bizzarro.

Con questo parallelo, molto estremo, mi trovo a dare conto di un disco che, di fatto, mi lascia lo stesso tipo di incertezza e di smarrimento. Siamo ben abituati ai crossover tra generi, sia nel metal che oltre, e questo album non è da meno, ma lo fa in una maniera strana.

La title track in apertura è già di per sé una notevole mazzata death metal, melodica al punto giusto, violenta al punto giusto, graffiata al punto giusto, tutto al punto giusto. Ma se cerco di ricollocare l’uscita nel 2021, ho l’impressione sia tutto troppo formalmente giusto e che manchi quel qualcosa, il quid, il seme, il “nonsoché” da ringraziare per averci dato un disco che si eleva dal semplice “formalmente ottimo”.

Uno dei problemi dell’ultimo decennio è che sono ormai tantissime le band che producono, suonano e compongono album decisamente buoni, con suoni ottimi, con riff validi e concepiti per essere dei buoni prodotti, ma senza poi spiccare nel mare magnum delle uscite della scena e quindi a essere ricordati negli anni.

“Serpentine Supremacy” è un’altra bella canzone, “Pallbearer”, letteralmente, spacca, come anche “Seize The Night”. Insomma, tutto funziona alla grande, ma i nostri sfornano un album che è un crossover tra un death melodico molto moderno, che strizza l’occhio sia alle frange più malinconiche del genere, che a quelle più estreme.

Purtroppo senza centrare a pieno nessuno dei due bersagli.

La copertina è tremendamente evocativa, i quadri di Beksiński sono dei capolavori immortali di surrealismo grondante male di vivere e sofferenza e che evoca tutto il vuoto che la morte e l’incognito portano con sé. Di tutto questo, trovo qualcosa solo nel finale di “Drenched in Turmoil”, mentre per il resto non mi ritrovo in questi sentimenti.

Sono un romantico che crede ancora che la copertina di un “ciddì” faccia la differenza e sia la degna presentazione della musica ivi contenuta, e qui non mi ci riconosco.

Di nuovo, il lavoro è buono, un mix tra i The Black Dahlia Murder, i Dark Tranquillity e un death metal più “classico”, ma non marcio, con un chiaro istinto moderno ad asservire tutto questo. Ne risulta un disco formalmente ottimo, ma a mio parere un po’ piatto nel suo insieme (non basta l’intermezzo acustico per cambiare le carte in tavola), che potrebbe piacere ai fan del lato più melodico, come a quelli del lato più abrasivo del genere. Stavolta credo che un voto veramente imparziale e asettico sia difficile darlo, poiché questo album potrebbe piacere per gli stessi motivi per cui si potrebbe stroncarlo. Ma magari mi sbaglio io…

Ai posteri l’ardua sentenza.

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