THULCANDRA – A Dying Wish

Titolo: A Dying Wish
Autore: Thulcandra
Nazione: Germania
Genere: Melodic Black Metal
Anno: 2021
Etichetta: Napalm Records

Formazione:

Steffen Kummerer – voce, chitarra
Erebor – batteria
M. Delastik – chitarra
Christian Kratzer – basso


Tracce:
  1. Funeral Pyre             04:51
  2. Scarred Grandeur 04:43
  3. Orchard Of Grievance 00:39
  4. In Vain 05:53
  5. Nocturnal Heresy 05:34
  6. The Slivering Silver 04:36
  7. In Bleak Misery 00:46
  8. A Shining Abyss 04:55
  9. Devouring Darkness 06:06
  10. A Dying Wish             07:31

Voto del redattore HMW: 6/10
Voto dei lettori: 9.8/10
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Visualizzazioni post:94

Alzi la mano chi non conosce Steffen Kummerer.

Bene, nessuno ha alzato la mano. Tutti sanno chi è costui e che si diletta in death metal ipertecnico con la sua creatura principale, gli Obscura. Che al sottoscritto piacciono sì e piacciono no, ma quella è un’altra storia.

Qui parliamo dei Dissec… ah no, scusate, dei Thulcandra.

Dai, facciamo i seri: recensire questo album è decisamente un compito difficile, perché è complicato esprimere un giudizio quando ascolti un lavoro che, oggettivamente, prende a piene mani quello di qualcun altro.

Il buon Steffen non ha mai fatto mistero della cosa, ma la questione rimane.

Per onestà intellettuale, credo sia il minimo fermarsi a fare una riflessione e porsi una semplice domanda: ha senso comporre un album (più di uno, se si conta il resto della discografia) utilizzando, de facto, lo stile, i suoni, le atmosfere, praticamente plagiando ciò che ha fatto grande una band come quella di Jon Nodtveidt?

La risposta sta ad ognuno degli ascoltatori.

Mettendo nel lettore A Dying Wish avrete a più riprese l’impressione, fortissima ed inequivocabile, di essere tornati nel 1995 e di aver messo su Storm Of The Light’s Bane o il suo gemello apocrifo (tant’è che in alcune versioni troverete pure la cover, dal vivo, di “Night’s Blood”).

Chiedersi se questo lavoro sia bello o brutto è un esercizio tendenzialmente inutile. L’ideatore e compositore principale è un mostro di tecnica e capacità chitarristiche, le registrazioni sono pressoché perfette per ciò che si vuole incarnare, i pezzi in sé sono validi per gli stessi motivi per cui mi interrogo sulla loro esistenza.

Insomma, nulla da eccepire e, ammetto, ascoltandolo ho avuto diversi momenti in cui dentro di me ho urlato “che figata di riff” oppure “che mazzata ‘sto pezzo”, come tanti sono stati i momenti in cui ero confuso o quasi mi saliva una tristezza infinita nel chiedermi cosa avrebbe potuto essere il mondo se Jon non fosse stato così, ma fosse stato più “normale” e ci avesse offerto altro.

Non serve dilungarsi oltre.

Il disco è valido e va preso per quello che è. Personalmente mi è piaciuto, ma non so se tra sei mesi, un anno, se dovessi decidere cosa sentire, prenderò A Dying Wish o… l’altro.

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