BLACK LABEL SOCIETY – Doom Crew Inc.

Titolo: Doom Crew Inc.
Autore: Black Label Society
Nazione: Stati Uniti D’America
Genere: Hard Rock / Doom, Proto Heavy Metal, Rock Sudista
Anno: 2021
Etichetta: Spinefarm

Formazione:

John DeServio: basso
Jeff Fabb: batteria
Dario Lorina: chitarra
Zakk Wylde: chitarra, voce, tastiere


Tracce:

01.   Set You Free
02.   Destroy & Conquer
03.   You Made Me Want To
04.   Forever And A Day
05.   End Of Days
06.   Ruins
07.   Forsaken
08.   Love Reign Down
09.   Gospel Of Lies
10.   Shelter Me
11.   Gather All My Sins
12.   Farewell Ballad


Voto del redattore HMW: 5/10
Voto dei lettori: 8.5/10
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L’immagine: la vera forza di un nome le cui esigue risorse compositive erano già evidentemente esaurite durante la creazione di The Blessed Hellride, un lavoro pubblicato diciotto anni fa.   Dopo di allora, vuoto e noia. Idee sparute, povere, incancrenite, ribadite a dismisura – e nulla da eccepire sulla ripetizione in sé, sia chiaro, posto che sul piatto ci sia la qualità.

A coma oramai annoso, sono dunque smorfie di sorpresa quelle che si dipingono sui nostri spazientiti vólti all’ascolto, tramite uno sciancato sistema a flusso (dis)continuo, dei pochi elementi pregevoli nell’album in oggetto.     Innanzitutto, incredibile a dirsi, ci sono almeno due buone canzoni. “Destroy And Conquer” e “Gospel Of Lies“, solide e funzionanti, reggono fino in fondo.     In secondo luogo, gli assoli del disco sono meno spocchiosamente superflui della norma: forse perché Wylde, per una volta, ha usato la cortesia di invitare alla registrazione (ma niente ritmiche) l’altro chitarrista cosiddetto ufficiale del cosiddetto gruppo e ha subìto il fascino della sfida? Chi può dirlo? Comunque sia, pur fedeli ad un carattere ampolloso ed onanistico, stavolta mostrano un poco di buon gusto.

Il gradino inferiore è calcato da canzoni solo accettabili, alcune delle quali conquisterebbero più senso se ri-arrangiate in qualche maniera e, magari, anche cantate da qualcuno che non abbia un clacson in gola. “Ruins” (begli assoli), “Gather All My Sins”, “End Of Days”, “Forsaken”, “Shelter Me” (ancora begli assoli) e forse persino “Farewell Ballad”, al di là del frequente debito verso gli Alice In Chains, meriterebbero tutte miglior destino.

Su quello ancora inferiore, da cestinare in blocco, le altre quattro.

Nei prossimi mesi, chiusure o non chiusure, ci saranno dei concerti, si venderanno dei biglietti e si venderanno delle maglie; ad ulteriore conferma che, indubbiamente dotato sotto il profilo squisitamente tecnico, questo chitarrista è stato fortunato due volte. Anzitutto in quanto uno dei pochi musicisti non truffati da Osbourne e la sua cricca, poi riuscendo ad Inc.ontrare il favore di una larga fascia di pubblico una volta aperta la propria società. Per di più, in mezzo a tanta abbondanza, avendo addirittura contribuito a quello che è a tutt’oggi l’ultimo buon album del principe delle tenebre (qui ne sono trascorsi trenta, di anni). Ciò nonostante, è evidente a chiunque dotato di senso critico che il suo posto dovrebbe essere a fianco di compositori in grado di sfruttarne la perizia esecutiva e per i quali, eventualmente, creare delle parti da elaborare in seno ad un gruppo vero e completo.

Meno male che suscita una certa simpatia.

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