LOCK UP – The Dregs Of Hades

Titolo: The Dregs Of Hades
Autore: Lock Up
Nazione: Cile, Regno Unito, Stati Uniti D’America e Svezia
Genere: Thrash Metal, Death Metal, Grindcore
Anno: 2021
Etichetta: Listenable

Formazione:

Shane Embury: basso
Adam Jarvis: batteria
Tomas Lindberg: voce
Anton Reisenegger: chitarra
Kevin Sharp: voce

Peter Tägtgren (ospite): cori in “The Dregs Of Hades”


Tracce:

01.   Death Itself, Brother Of Sleep
02.   Hell Will Plague The Ruins
03.   The Dregs Of Hades
04.   Black Illumination
05.   Dark Force Of Conviction
06.   Misdirection Thief
07.   Dead Legions
08.   Triumph Of The Grotesque
09.   Nameless Death
10.   A Sinful Life Of Power
11.   Ashes
12.   The Blind Beast
13.   Reign On In Hell
14.   Crucifixion Of Distorted Existence


Voto del redattore HMW: 7,5/10
Voto dei lettori: 5.5/10
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Che mantenere lo stesso nome fosse il caso o meno – dopo la scomparsa di Pintado prima e dopo l’abbandono di Barker poi – probabilmente conta poco, considerato che intento e buona parte dello spirito del gruppo sono sopravvissuti ad avversità e sconforto. Nel 1998 i Napalm Death erano ancora nella fase sperimentale e le frizioni con Barney fecero senz’altro il resto: fatto sta che, tra le frenesie dei due e l’amicizia col corpulento batterista (« separati alla nascita? », si interrogò scherzosamente Embury), i Lock Up resero chiaro che l’esigenza era di macinare thrash metal primordiale, grindcore e death metal senza concessioni terze. Ventitré anni dopo – e sorvolando sulle riserve verso gruppi i cui membri risiedono in paesi separati da oceani e mari – tra conferme, ritorni e nuovi acquisti, la nuova formazione regge il testimone egregiamente. È sì vero che, quando in campo ci sono quattro leggende e un mezzo fenomeno, andare a rete è alquanto facile; ma non necessariamente scontato.

Stando al fondatore superstite, dei quattordici pezzi dell’album quattro sono stati composti da lui (e crediamo di sapere quali…) e gli altri da Reisenegger. Deviazioni dal copione dei Lock Up sono uno strumentale introduttivo (pratica oramai odiosa) e un pezzo di chiusura sulla falsariga dei finali a cui ci hanno abituati i Napalm negli ultimi album. Il resto è il consueto attacco all’arma bianca, zeppo di giri vecchi come il bacucco, tempi a rotta di collo e rugosità vocali. Stavolta ci si sono insinuati anche un paio di passaggi à la Hellhammer/CF e, a volerla dire tutta, un piccolo blocco centrale con un assortimento di schemi un po’ più affollato della loro media.

L’impiego di due cantanti non toglie né aggiunge un granché, gigantismo dei personaggi a parte, e le voci si alternano, si sommano e si sottraggono l’una all’altra senza prevaricarsi. Inoltre, qui alla base ne apprezziamo grandemente il livello non troppo alto nel mix.

Uno di quei dischi che riescono a far pensare un po’ meno alla sistematica distruzione, come minimo, della batteria.

Lunga vita.

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