SHINING BLACK – Postcards From The End Of The World

Titolo: Postcards From The End Of The World
Autore: Shining Black
Nazione: Italia e Stati Uniti D'America
Genere: Heavy Metal
Anno: 2022
Etichetta: Frontiers Records

Formazione:

Mark Boals: voce
Olaf Thorsen: chitarra
Oleg Smirnoff: tastiera e pianoforte
Nik Mazzucconi: basso
Matt Peruzzi: batteria


Tracce:

01. Postcards From The End Of The World
02. Higher Than The World
03. We Are Death Angels
04. Summer Solstice Under Delphi’s Sky
05. Like Leaves In November
06. A Hundred Thousand Shades Of Black
07. Faded Pictures Of Me
08. Mirror Of Time
09. Fear And Loathing
10. Time Heals, They Say


Voto del redattore HMW: 7,5/10
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Dopo il buon esordio di due anni fa, tornano in scena gli Shining Black, gruppo di metal melodico fondato dal cantante Mark Boals e dal chitarrista Olaf Thorsen e che combina le capacità vocali del primo alla creatività e tecnica del secondo. Completano il gruppo altri tre componenti dei Labyrinth, ovvero il batterista Matt Peruzzi, il bassista Nik Mazzucconi e il tastierista Oleg Smirnoff. Postcards From The End Of The World ripropone l’affiatamento di questi artisti, che riprendono da dove avevano finito nel debutto. Tutto iniziò nel 2014 quando gli italiani Labyrinth si ritrovarono senza cantante, pensando così di ingaggiare il bravo Boals, il quale cominciò a lavorare sui brani che finirono poi sul riuscito Architecture Of A God. Purtroppo i troppi impegni di Mark non si conciliarono con i periodi di registrazione dell’album e la collaborazione, a malincuore, si fermò lì. Nonostante tutto, i rapporti tra Mark e Olaf continuarono grazie alla Frontiers, che diede loro l’opportunità di lavorare insieme ed infine di formare gli Shining Black.

Lo stile di questi dieci pezzi è un hard rock melodico rivestito di una luccicante armatura metal e, a differenza del primo disco, la scrittura dei pezzi è molto più affinata, cosa che aggiunge spessore e robustezza all’ottima produzione. Il sipario si apre con l’autorevole “Postcards From The End Of The World”, brano di melodic metal veloce e coinvolgente grazie a una perfetta sezione ritmica, alle linee di tastiera del funambolico Smirnoff e alla voce. Nel ritornello Smirnoff sviluppa delle incisive linee in cui si intromette Thorsen con ritmiche e assoli sbalorditivi pur senza eccessi di nessun tipo. Il pianoforte poi introduce il fine hard rock di “Higher Than The World”, nella cui armonia il cantante americano si trova perfettamente a proprio agio, cantando in modo pulito e grandioso. Caratteristico l’intermezzo semiacustico e blueseggiante della sei corde di Olaf. Il disco è una costante altalena di passaggi da rock a metal come, per esempio, nell’ultima e tirata “Time Heals They Say”, molto robusta nelle chitarre ma pacata nelle parti di pianoforte, e nella ballata “Leaves In November”, che stenta a prendere il volo ma poi fornisce alla fine tantissime emozioni ed energia grazie ai suoi improvvisi cambi di tempo, impreziositi da un elettrizzante assolo finale di Thorson.

Nonostante l’importanza delle chitarre, il virtuoso Olaf non è mai al centro della scena se non quando deve eseguire uno dei suoi assoli mozzafiato oppure delle parti acustiche che spezzano il ritmo forsennato delle canzoni, come nell‘heavy metal di “We Are Death Angels”: qui la traccia è guidata da una batteria e un basso superlativi ed è infarcita di un ritornello accattivante. Più si va avanti nell’ascolto e più ci di innamora dell’ugola eclettica di Mark e del modo con cui cambia tonalità: ne è una dimostrazione la ritmata “A Hundred Thousand Shades Of Black”, dove il sessantenne statunitense sciorina acuti potentissimi, sopra ad una base di tastiere ripetitiva, ma sempre guidando la bella melodia del pezzo, con Mazzucconi e Peruzzi che si dilettano nell’esecuzione dei loro strumenti. Superbi gli assoli di Olaf e della chitarra elettrica, che  da soli valgono il costo del disco.   La successiva “Faded Pictures Of Me” è un power metal melodico abbastanza orecchiabile, ma la vera chicca dell’opera è la cavalcata metal di “Mirror Of Time”, dall’avvio devastante grazie al muro di suono creato dalla doppia cassa e da una chitarra bella massiccia. “Fear And Loathing” esalta ancora la tecnica alle quattro corde di Nik e la perizia maniacale di Matt. I soliti assoli di Smirnoff e i passaggi di chitarra fanno il resto.

Gli Shining Black confermano di non essere un semplice progetto studiato a tavolino bensì una gruppo a tutti gli effetti. Boals al timone è il fiore all’occhiello e ancora oggi non riesco a capacitarmi di come un cantante dalle enormi particolarità vocali come lui abbia avuto così poco successo rispetto a colleghi qualitativamente molto inferiori. Adesso Boals ha a disposizione, con l’amico italiano, un altro potenziale trampolino di lancio per farsi apprezzare da un pubblico più vasto e, si spera, pure più competente. Se aggiungiamo la bravura di Oleg, Nick e Matt, e dello stesso Olaf, si può affermare che questa seconda fatica è un altro gran bel lavoro che merita di essere ascoltato e sostenuto. Consigliato!

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