DISINTER – Demolition

Titolo: Demolition
Autore: Disinter
Nazione: Stati Uniti D'America (Illinois)
Genere: Thrash/Death Metal
Anno: 2022
Etichetta: Pest

Formazione:

Bats: chitarra
Jon Billman: basso
Max Colunga: batteria
Mike LeGros: chitarra
Casey Loving: voce


Tracce:

01.   Demolition Of The Mind
02.   Dead Inside
03.   Disinter
04.   Red Queen
05.   The Hell We’ve Become
06.   Demonic Portraiture
07.   Reanimate The Ravenous
08.   The Curse Of Eternal Night
09.   Breaker Of Bones


Voto del redattore HMW: 6/10
Voto dei lettori: 7.5/10
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Tra la pletora di parole ed espressioni travisate o svuotate di significato, di concetti scagliati ora nel baratro dell’incuria e ora sopra un deserto di appiattimento e globaritarismo ideologico, mi chiedo a volte quale sia oggigiorno la dimensione comunemente assegnata – oggettivamente o soggettivamente che sia – al termine di demo. Un tempo garanzia di genuinità (qualunque fosse l’intento di partenza) e oggi probabile sinonimo casuale di più o meno breve conglomerato di canzoni registrate. Demolition consta dunque di nove brani, equamente estratti da tre sessioni di registrazione avvenute in tre studi e anni diversi. Brani che, stile a parte, chiunque giurerebbe solennemente provenire dalla stessa, identica seduta.

Privo di membri originarii e coi soli Bats e LeGros a resistere dagli anni di Storm Of The Witch e di Desecrated, il quintetto sbarca tre lunarii con una fava ed è interessante constatare che le canzoni si direbbero seguire un ordine temporale che caratterizzò all’epoca le inclinazioni dell’estremo.
Il primo demo è probabilmente il più fedele al thrash-death che diede i natali alla formazione – tanto che include anche una rilettura di “Disinter”, A.D. 1990. Giri quadrati, voce grossa che ne segue spesso i saliscendi, tempi sostenuti: beata ignoranza. Una certa propensione melodica attraversa i tre pezzi del 2020 (rammollimento da clausura primaverile?), soprattutto “Red Queen” e “Demonic Portraiture”; propensione che si sposa un po’ meno peggio coi suoni ultra-pop dell’intera raccolta. In chiusura, il tris con cui inaugurarono il decennio aggiunge una presa di punk alla ricetta, sia alla maniera in cui la componente hardcore andò a unirsi alla propulsione thrash svedese di metà anni novanta, sia a come grindcore e crust ammiccano l’un l’altro da lontano per natura parentale.

La mia conclusione? La mia conclusione è che, al di là della produzione commerciale, inerme e piatta – e nella certezza che questo sia percepito come valore aggiunto da larghissima parte di pubblico – un ascolto a Demolition si può darlo senza pentimenti. La mia copia però è già in vendita. A buon intenditor…

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