BLACK EYE – Black Eye

Titolo: Black Eye
Autore: Black Eye
Nazione: Regno Unito, Italia
Genere: Power Metal
Anno: 2022
Etichetta: Frontiers Records

Formazione:

David Readman: voce
Aldo Lonobile: chitarra
Luca Princiotta: chitarra
Andrea Arcangeli: basso
David Folchitto: batteria


Tracce:

01. The Hurricane
02. Space Travel
03. Break The Chains
04. No Turning Back
05. Darkest Night
06. Midnight Sunset
07. Under Enemy’s Fire
08. The Landing
09. Don’t Trust Anyone
10. When You’re Gone
11. Time Stand Still


Voto del redattore HMW: 6,5/10
Voto dei lettori: 4.0/10
Please wait...

Visualizzazioni post:107

Faccio subito una premessa per evitare equivoci. Gli italo inglesi Black Eye non provengono da una delle tantissime galassie sparse nell’Universo, così come vogliono farci credere perché nonostante il vocalist britannico David Readman (Pink Cream 69, Voodoo Circle), il chitarrista/produttore Aldo Lonobile (Secret Sphere, Archon Angel, Sweet Oblivion, DeathSS), il chitarrista Luca Princiotta (Doro), il batterista David Folchitto (ex Fleshgod Apocalypse, Stormlord) e il bassista Andrea Arcangeli (DGM) siano dei talentuosi extraterrestri musicali, non convincono in originalità e amalgama. Inoltre, aiutano nelle composizioni i lavori di Antonio Agate (arrangiatore per molti artisti, tra cui Secret Sphere, Timo Tolkki’s Avalon, Sweet Oblivion ft. Geoff Tate e altri) e di Mattia Gosetti (Agarthic) alle tastiere e agli arrangiamenti per orchestra.

Si tratta quindi dell’ennesimo progetto Frontiers nato sulla carta e lanciato sulla scena per capire se può funzionare anche in futuro, abbinando ad un fenomenale cantante anglosassone, un gruppo di tecnicissimi e affermati musicisti italiani. Ho citato la parola “galassia” perché ho scoperto che il nome del gruppo è un riferimento alla Galassia dell’Occhio Nero, conosciuta anche come Galassia dell’Occhio del Diavolo. Si tratta di un sistema di stelle a spirale a forma di girandola (visibile nella costellazione del Coma Berenices) molto nota tra gli astrofili e visibile anche dai piccoli telescopi. Purtroppo, i cinque musicisti provengono sempre dal pianeta Terra e sinceramente non portano nulla di nuovo o di straordinario che non sia già stato inventato tra gli umani. David Readman, non ha bisogno di tante presentazioni perché è un vocalist molto conosciuto, principalmente per il fatto di aver sostituito, molto tempo fa, nei Pink Cream 69 l’ormai famosissimo Andi Deris, accasatosi felicemente negli Helloween.

Il cantante inglese ed ex voce della formazione progressive metal Adagio, ha poi anche lavorato con la medesima casa discografica, Frontiers, nel corso degli anni in più occasioni. Ulteriormente, ha pubblicato un album da solista nel 2007 ed è stato anche membro dei Voodoo Circle dal 2008 al 2016, tornando poi definitivamente nel 2020. Nel 2015 ha presentato due progetti: il primo intitolato Room Experience, edificato sul rock melodico con il musicista italiano Gianluca Firmo e il secondo chiamato Almanac, basato sull’heavy metal con l’ex chitarrista dei Rage, Victor Smolski. Poi nel settembre 2016, David riforma la David Readman Band, fondata in Germania alcuni anni fa. Nel 2017 si unisce ai miti della NWOBHM britannica Tank e dopo, tanto per cambiare, fonda un nuovo progetto nominato Pendulum Of Fortune, insieme a Bodo Schopf, Franky R. e Vladimir Shevjakov. Insomma, un uomo e un artista sempre in movimento e con tante idee per la testa. La sonorità è un metal melodico diretto con sprazzi di power metal che segue delle formule già collaudate e come scrivevo prima, senza provare a sperimentare qualcosa di diverso. Naturalmente la professionalità musicale dei singoli elementi aiuta alla buona riuscita del platter, anche se i testi non sono perfetti per tutti i brani.

Il primo pezzo, “The Hurricane”, parte in quarta e freneticamente con un muro di riff chitarristici, una battente sezione ritmica e un bel ritornello guidato dall’ugola melodica e rauca di David. Questo muro granitico costruito con riff veloci e potentissimi assoli elettrici è figlio di importanti formazioni come Helloween e Alcatrazz, per citarne alcune ed è mantenuto anche dopo nella seconda traccia: “Space Travel”, ma con più spigliatezza e fermezza, grazie alle urla di Readman e a una formidabile tastiera che avvolge brillantemente tutta la composizione. Il pezzo è più complicato e veloce, ma sempre melodioso e con un refrain ben riuscito e facile da ricordare. Il tradizionale stile metal britannico e statunitense unito al metal sinfonico italiano, proseguono con la furiosa “Break The Chains”, dove il cantante incattivisce le sue tonalità vocali sostenuto da una sezione ritmica martellante che non dà tregua. L’apice di questo straordinario ed energico inizio si raggiunge nell’hard rock melodico di “No Turning Back” dal ritmo medio e soave, dove spicca l’ottimo cantato di David che convince emotivamente e passionalmente. L’esperienza poi si sente nel metal melodicissimo di “Darkest Night”, dalle sonorità tipicamente scandinave.

Il power metal è molto forte nei riff e negli assoli, ma è nella seconda parte dell’opera che questa influenza prende più piede e spazio, come nella semi ballata “Midnight Sunset”, dall’andamento più leggero ma sempre robusto con in evidenza le acute estensioni vocali del cantante britannico e gli arazzi tastieristici intrecciati alle chitarre elettriche di Lonobile e Princiotta. Con la scatenata e rigogliosa “Under Enemy’s Fire” i cinque ricominciano a picchiare velocemente sugli strumenti per poi incredibilmente mutare registro in “The Landing”, che presenta un inizio in stile pop elettronico per poi cambiare subito rotta verso un power metal dal grande impatto e da un interessante ritornello. La parte finale è puro e discreto heavy metal, a tratti molto piacevole, come l’ipnotica “Don’t Trust Anyone”, dove il combo rimette il piede sull’acceleratore per un heavy tradizionale, che suona tuttavia moderno grazie alla grande produzione di Aldo Lonobile.  La penultima, “When You’re Gone”, è un heavy metal distruttivo e possente in cui David spinge al massimo le sue corde vocali cantando a squarciagola e raggiungendo estensioni proibitive. L’ultima ed epica “Time Stand Still” è la canzone più elegante e riuscita del lotto con un buon refrain che chiude bene un disco robusto e ben suonato.

L’album è molto melodico e focalizzato sulle corde vocali di David Readman, che canta come al solito benissimo, anche se stranamente urla un po’ troppo per i miei gusti. Gli altri elementi non sono in secondo piano perché danno il massimo del loro contributo per la riuscita di tutti i pezzi. Nonostante tutto ho ascoltato meglio David in altre occasioni e soprattutto nei suoi Pink Cream 69. Questo non significa che qui abbia stonato, ma il contesto sonoro e l’ostinata ricerca della centralità della sua voce non decollano del tutto. Per il resto la scaletta merita comunque attenzione perché molte canzoni, soprattutto quelle dei primi solchi sono un vero pugno in un occhio, con uno stile molto vicino a gruppi come i Masterplan per esempio.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.