MINDROT – Dawning

Titolo: Dawning
Autore: Mindrot
Nazione: Stati Uniti D'America
Genere: Doom Death Metal
Anno: 1995
Etichetta: Relapse Records

Formazione:

Dan Kaufman: Chitarre, Cori
Adrian Leroux: Voce
Evan Killbourne: Batteria e Percussioni
Matt Fisher (R.I.P. 2020): Basso, Tastiere e Cori
John Flood: Chitarre e Tastiere su “Forlorn”


Tracce:
  1. Dawning
  2. Anguish
  3. Burden
  4. Withersoul
  5. Forlorn
  6. Internal Isolation
  7. Across Vast Oceans

Voto del redattore HMW: 8,5/10
Voto dei lettori: 9.0/10
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Nessun compromesso, l’oblio come ricompensa. Con spavalderia, ad un lustro dalla fine del mondo, i Mindrot affrontano una scena estrema in rapida diversificazione; pagheranno il fio con l’indifferenza delle masse. È il destino riservato a chi abita le periferie sordide dove lo spirito dei disperati brucia, una fiamma carbonizzante che chiazza di nero le macerie delle civiltà in declino.

Come il tremolio di quella vampa la loro musica è un sussulto continuo e imprevedibile tra generi affini, tanto per forza luminosa quanto per oscura densità: post-punk gotico, death metal e doom s’intonano senza confondersi, in un corpus deformato da ferocia bestiale e lampi d’angoscia. La rudezza spartana di Winter e primi Paradise Lost, le scaglie thrash, le voci campionate grondanti afflizione (il film è “Sacrificio Fatale”, 1991) e gli incisi minuziosi del maestro Killbourne, disseminati lungo l’ora buia di Dawning, fomentano un’agitazione febbrile, figlia della contorta psichedelia sabbathiana di Souls At Zero e dei tribalismi apocalittici di Enemy Of The Sun, primi veri moti della rivoluzione Neurosis celebrati nel sunto di “Withersoul”.

Componimenti ampi, antri ricolmi di specchi nei quali rinchiudere, con l’ammaestrata efferatezza d’un sicario, la bellezza disperata della morte, quel candore pallido subito riflesso nella teatralità del futuro Morgion Adrian Leroux (chi ha detto Bowie?) durante l’interludio di “Anguish”, tasti e corde che stillano sangue lamentando un dolore non più sopportabile. Le arie lugubri dei Bauhaus e i cerimoniali esoterici di Carl McCoy vengono reinterpretati secondo le più icastiche espressioni del doom estremo, e rendono materia impenetrabile sia l’atmosfera decadente di “Burden” e della toccante “Across Vast Oceans” che le mise funeree di “Forlorn” e “Internal Isolation”, propaggini incancrenite delle spire di Unholy e diSEMBOWELMENT.

Poter offrire in dono ad ogni nuova lettura dettagli che amplifichino il turbamento e rinnovino la catarsi, aspirazione mai dichiarata ma sempre nascosta nelle rappresentazioni tanto crudamente rituali, è facoltà delle grandi opere, destinate a futura venerazione. Kaufman, Leroux, Killbourne, Fisher (R.I.P. 2020) e Flood faranno riardere l’anima tre anni dopo in Soul, ancora presso casa Jacobson, estinguendo le poche braci rimaste tra le rovine. A volte però è sufficiente un soffio per riattizzare il fuoco. Sapete cosa fare, vero?

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