SEVENTH WONDER – The Testament

Titolo: The Testament
Autore: Seventh Wonder
Nazione: Svezia
Genere: Progressive Metal
Anno: 2022
Etichetta: Frontiers Records

Formazione:

Johan Liefvendahl: chitarra
Andreas Blomqvist: basso
Tommy Karevik: voce
Andreas Söderin: tastiera
Stefan Norgren: batteria


Tracce:

01. Warriors
02. The Light
03. I Carry The Blame
04. Reflections
05. The Red River
06. Invincible
07. Mindkiller
08. Under A Clear Blue Sky
09. Elegy


Voto del redattore HMW: 8/10
Voto dei lettori: 9.5/10
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Gradito ritorno per i Seventh Wonder, potente band svedese di prog metal melodico. Dopo la ricomparsa con Tiara, che ha visto la luce nel 2018 dopo otto lunghissimi anni di attesa, arriva il settimo album in studio, The Testament.

Per chi non lo sapesse gli scandinavi sono partiti con due demo nel 2001 e nel 2003, con quest’ultimo che ha attirato l’attenzione dell’etichetta Lion Music. Dopo la firma del contratto è stato partorito il primo album dei Seventh Wonder, intitolato Become, pubblicato nel giugno 2005 e accolto benissimo dal pubblico e dalla critica. In questo periodo il vocalist Andi Kravljaca lascia il combo ed è sostituito benissimo dal superlativo Tommy Karevik (Kamelot, ex Vindictiv). L’album successivo, Waiting In The Wings, è registrato nel 2006 ed è mixato e masterizzato dal leggendario Tommy Hansen: ll platter rappresenta un enorme balzo in avanti in termini di complessità e maturità portando i Seventh Wonder tra le formazioni più rappresentative di questo genere. Nel 2008 tocca a Mercy Falls, vero e proprio capolavoro, supportato anche da diversi spettacoli dal vivo in Europa, mentre nel 2010 viene dato alle stampe The Great Escape, che ancora una volta colpisce nel segno proiettando i musicisti tra le più importanti band del prog metal. Successivamente il batterista Johnny Sandin lascia i compagni ed è rimpiazzato dal bravo Stefan Norgren (ex Lion’s Share) ma stranamente sulla band cala momentaneamente il sipario fino al tanto atteso Tiara che fa tirare un sospiro di sollievo ai supporters dei vichinghi.

Il quintetto è sempre lo stesso: Johan Liefvendahl alla chitarra, Andreas Blomqvist al basso, Andreas Söderin alla tastiera, Stefan Norgren alla batteria ed il cantante Tommy Karevik (Kamelot) al microfono. I ragazzi sprizzano talento e tecnica da tutti i pori ma sono molto attenti a proporre canzoni non troppo complesse e ricche comunque di belle melodie: The Testament continua quindi la tradizione melodica della band con una melodia semplice e familiare avvolta dal tipico stile progressive e dall’energico power metal, impreziosito dalla melodrammaticità vocale dell’eccezionale Tommy Karevik. Stranamente, non siamo al cospetto di un altro concept, ma gli artisti riescono sempre a scrivere song epiche, profonde e mai banali, mettendo in mostra ancora una volta la loro grande inventiva.

Si comincia con il mid-tempo “Warriors”, dagli iniziali riff elettrici e martellanti tessuti dalla chitarra e dalla forsennata tastiera di Andreas Söderin che, intrecciandosi, creano un’atmosfera oscura e potentissima: il resto lo fa l’influente voce di Tommy Karevik che riunisce tutto bene, compreso il bel refrain della canzone. Nella sfolgorante “The Light” la band fa subito capire quello che si ascolterà in seguito, perché in questa composizione riesce ad alternare momenti ritmati, veloci e allegri ad atri tristi e cupi, con un ritornello comunque molto orecchiabile, quasi AOR. Il suono della chitarra di Johan Liefvendahl è robusto e incisivo, supportato dal basso fragoroso di Blomqvist e dalla battente batteria di Stefan Norgren. La meno pomposa “I Carry The Blame” è un altro brano mid-tempo caratterizzato da pregevoli armonie di chitarra, una precisissima sezione ritmica e cori monumentali che abbelliscono il pezzo. Sembra una semi ballata, con l’ugola di Karevik che raggiunse livelli eccelsi e molto emozionanti, sopra una sensuale e commovente melodia.

La strumentale “Reflections” vede i musicisti mettere in mostra tutte le proprie abilità e la loro invidiabile tecnica, ma sempre mantenendosi all’interno della canzone con una grande e coinvolgente melodia: si va dagli smisurati assoli di chitarra alle profonde linee di basso, fino ad una assillante batteria per poi arrivare all’apice con gli arazzi epici della keyboard che emanano passione e forza, non facendo rimpiangere l’assenza al microfono di Tommy. Il suono del pianoforte introduce il ritmo cadenzato e melodico delle sei corde elettriche di “The Red River”, caratterizza da diversi cambi di tempo, dalla voce del vocalist che alterna timbriche metalliche e pulite in una atmosfera sinistra ma speranzosa e positiva: il connubio e la sovrapposizione tra piano, tastiera e chitarra è pura magia, sostenendo benissimo l’indovinato e super melodico ritornello. Segnalo l’invincibile – di nome e di fatto! – “Invincible”, pezzo gioioso e dal gusto più AOR rispetto alle precedenti tracce, ma sempre formato da un sound dinamico e scattante. I grandissimi momenti strumentali ed un ruffiano ritornello colpiscono nel segno, soprattutto perché ben interpretati dalle caldissime e livellate corde vocali di Karevik, che aggiungono tanti spunti particolari e intriganti.

Con “Mindkiller” i nordici alzano l’asticella presentando un suono orientaleggiante ricco di stacchi e cambi di tempo in un sottofondo tenebroso e malinconico. Le tecnicissime e robuste parti strumentali, con la chitarra e i synth sempre sugli scudi, si proiettano in primo piano togliendo quasi la scena a Tommy che si riprende il suo importante spazio solo nell’orecchiabile ritornello. I nove minuti di “Under A Clear Blue Sky” si aprono con una chitarra acustica e delle ritmate note di basso, per poi lasciare spazio alla massiccia electric guitar di Liefvendahl e alla propulsiva tastiera di Söderin che, per l’occasione, prende il sopravvento con suoni vigorosi e lunghi assoli. I due compagni e amici risultano così la componente portante, tellurica e armoniosa dell’intero brano. Insomma, tanta carne al fuoco e tante ottime idee sonore che gli svedesi mettono in pratica con più tempo a disposizione.

Le song di prog metal devono durare per forza tanti minuti? Per i Seventh Wonder questo non vale, perché le composizioni non devono essere lunghe per essere progressive, ma immediate e dare la possibilità di mostrare le proprie visioni quanto basta, senza strafare o, peggio ancora, ripetere all’infinito le stesse note. L’ultima e conclusiva “Elegy” mostra il lato romantico e pacato del quintetto scandinavo per via di una melodia dolce e folk: l’orchestrazione, il piano e l’ugola pulitissima di Tommy sono i protagonisti principali della traccia ma non sono di meno, in sottofondo, la chitarra acustica, i soavi cori e i tanti elementi sinfonici che esaltano e commuovono anche l’ascoltatore più distratto.

Per i Seventh Wonder The Testament è un altro ottimo album e, probabilmente, uno dei migliori della loro carriera poichè offre sempre delle superbe melodie, degli abili e impetuosi momenti strumentali infarciti di tecnica sopraffina e una grandissima voce, che è la ciliegina sulla torta di una band che merita rispetto e un grande seguito.

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