BLOODY HEELS – Rotten Romance

Titolo: Rotten Romance
Autore: Bloody Heels
Nazione: Lettonia
Genere: Hard Rock
Anno: 2022
Etichetta: Frontiers Records

Formazione:

Valts Berzins (Vicky White): voce
Haralds Avotins (Harry Rivers): chitarra
Gunars Toms Narbus (Gunn Everett): basso
Gus Hawk (Gustavs Vanags): batteria


Tracce:

01. Dream Killers
02. Rotten Romance
03. The Velvet
04. Distant Memory
05. Hour Of Sinners
06. Mirror Mirror
07. When The Rain And I Meet
08. Crow’s Lullaby
09. Burning Bridges
10. Angels Crying
11. Oblivion


Voto del redattore HMW: 7/10
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I lettoni Bloody Heels si sono resi conto che, in un mercato discografico così difficile e in crisi di talenti, i limiti di un genere musicale esistono solo per chi non ha idee, coraggio e voglia di sfondare. Nel precedente lavoro, Ignite The Sky, non avevano convinto del tutto, forse perché troppo legati al glam e all’hard rock classico, ma in questo nuovo platter, Rotten Romance, inseriscono nelle loro sonorità qualcosa di piacevolmente inaspettato, gradito e diverso, che va oltre gli schemi dei generi citati.

L’ululato iniziale di Vicky White è la miccia che innesca “Dream Killers” e dove la chitarra elettrica si fa strada già dalle prime battute, prima che il giovane singer guidi il pezzo con le sue acute e micidiali estensioni vocali. Le influenze sonore sono quelle tipiche del metal ottantiano e novantiano della West Coast americana, con un ritmo cadenzato e un bel ritornello coinvolgente. La solida sezione ritmica da un forte contributo, grazie alle ottime performance di Gunnars Toms Narbus al basso e di Gustav Vannags alla batteria, raggiungendo altissimi livelli. La voce gutturale del vocalist lettone è terrificante e determinata, così come pure il vigoroso lavoro chitarristico di Harold Avotins con le sue contorte armonie sonore. Le parti metal energiche e avvincenti del disco si mescolano a momenti più ambientali e riflessivi, tipici dell’hard rock, per poi combinarsi a linee oscure di gothic e di moderno prog, rendendo così l’opera interessante dalla prima all’ultima traccia.

Il pezzo alternativo, “Distant Memory”, ne è un grande esempio perché equilibrato in ogni sua parte, tra heavy e rock intriso da invadenti e sovrastanti sintetizzatori. Lo stesso si ascolta nelle ultime due canzoni in scaletta, le melodiche e seducenti: “Angels Crying” e “Oblivion”, dove i quattro dimostrano il salto di qualità in termini di suoni innovativi e sperimentali ma sempre con alla base un imprescindibile suono hard rock anni ottanta. La title track “Rotten Romance” fa felici chi li segue dagli esordi perché possiede un suono glam metal tipico degli indimenticabili eighties americani, che vedevano all’apice gruppi come i mitici Motley Crue e i più sottovalutati LA Guns. Insomma, qui si sente lo stile dei primi Bloody Heels, dove spiccano in ordine: una spigolosa chitarra, una robusta sezione ritmica e naturalmente le rauche corde vocali di White che fungono da ciliegina sulla torta per un brano ben riuscito.

Qualcosa di simile si ode pure nella ballatona, “When The Rain And I Meet”, dal tono blues, sdolcinato e malinconico. Qui la stridente chitarra elettrica di Haralds Avotins è sovrastata dalle struggenti corde vocali dell’amico Vicky White che canta divinamente. Deludente il pezzo successivo, “Crow’s Lullaby”, dai toni crudi e quasi psichedelici, ma troppo piatto e senza mordente. I ragazzi si rifanno nella cavalcante “Mirror Mirror”, vicina al suono degli anni d’oro degli Skid Row, dimostrando tutta la loro grande attitudine al rock a stelle e strisce. Si notano i riusciti cambi di tempo capaci di creare atmosfere rilassanti, dove i quattro intervallano accelerazioni strumentali soprattutto grazie ai riff e all’assolo delle sei corde elettriche di Haralds Avotins, in arte Harry Rivers.

Segnalo infine l’inizio lento e tenebroso di “Hour Of Sinners”, pezzo heavy metal che dopo un minuto diventa aggressivo e potente, ma sempre con una melodia di sottofondo, che ne attenua la durezza e l’enorme spregiudicatezza. Lo stesso dicasi per la cupa e dark “The Velvet”, dalle sfumature sintetiche rispetto al rock massiccio e disinvolto della formazione, dove sembra di sentire un gruppo fortemente orientato a qualcosa di diverso e più appagante del semplice sleaze metal proposto nelle fatiche discografiche precedenti. I Bloody Heels sono ormai arrivati ad una svolta che è quella, probabilmente, di sganciarsi drasticamente dal glam ottantiano per spingersi verso qualcosa di più oscuro e sperimentale. Il tempo e sicuramente il prossimo lavoro daranno la sentenza definitiva di ciò che questi giovani lettoni vogliono diventare in futuro. Per il momento siamo in una fase ibrida e di crescita che fa ben sperare, nonostante Rotten Romance riproponga con fervore lo spirito metal melodico degli anni ’80 e contenga tante contaminazioni sonore che non lo fanno decollare del tutto.

 

 

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