ZERO HOUR – Agenda 21

Titolo: Agenda 21
Autore: Zero Hour
Nazione: Stati Uniti d'America
Genere: Progressive Metal
Anno: 2022
Etichetta: Frontiers Records

Formazione:

Erik Rosvold: voce
Jasun Tipton: chitarra e tastiera
Andreas Blomqvist: basso
Roel van Helden: batteria


Tracce:

01. Democide
02. Technocracy
03. Stigmata
04. Memento Mori
05. Agenda 21
06. Patient Zero


Voto del redattore HMW: 7/10
Voto dei lettori: 6.5/10
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La Pasqua è terminata da un bel pezzo, ma a quanto pare non in casa Frontiers, che addirittura resuscita gli americani Zero Hour, gruppo di prog metal fondato nei primi anni Novanta dai gemelli Jasun (chitarra) e Troy Tipton (basso) e capace di sfornare sei dischi tra il 1998 e il 2008. Il loro debutto omonimo vide la luce proprio nel 1998, poi The Towers Of AvariceMetamorphosis nel 2003, A Fragile Mind nel 2005, Specs Of Pictures Burnt Beyond nel 2006, infine Dark Deceiver nel 2008. Poi la sfortuna colpì il talentuoso Troy, che si infortunò ad una mano, e la cosa decretò di fatto la fine del gruppo, i cui membri si sparpagliarono poi per progetti diversi lungo gli anni. La pausa susseguente permise brevemente a Jasun e al fratello di dedicarsi ai Cynthesis (ancora prog metal) ma nulla da fare: uno schiacciamento del nervo ulnare impose al bassista di abbandonare definitivamente l’idea di suonare. Troy si riciclò dunque cantante (e autore) negli A Dying Planet ma il successo non arrivò e rimase solo dolore di aver dovuto abbandonare il suo strumento.

Dopo quindici anni da allora, gli Zero Hour sono tornati con il cantante Erik Rosvold, il bassista Andreas Blomqvist (Seventh Wonder), il batterista Roel van Helden (Powerwolf) e lo storico Jasun Tipton alla chitarra e tastiera. La settima opera, Agenda 21, è una ricomparsa sulle scene molto malinconica e con delle canzoni dalle sonorità atmosferiche, ricche di riff, cambi di tempo e virtuosismi strumentali. Lo stile è ancora segnato da una tecnica superba e risulta diverso da quanto proposto in passato: è evidente infatti la mancanza dell’intreccio sonoro ed emozionale dei due fratelli e che aveva caratterizzato i primi album. Blomqvist comunque è un bassista di talento e non fa rimpiangere assolutamente Troy.

Il disco trasuda classe da tutti i solchi a cominciare dall’apertura, affidata a “Democide” e caratterizzata da una arpeggiante e leggera partenza di chitarra e poi da riff elettrici e animaleschi ma sempre proposti in un contesto armonico fatto di stile e gusto. La canzone colpisce da subito perché sembra di risentire il robusto e vecchio suono degli Zero Hour con una sezione ritmica martellante, ma aggiornato con una produzione modernissima. Le melodiche ed incisive corde vocali di Erik Rosvold sono più controllate, le chitarre sono pulite e il basso sempre in primo piano a sostenere ritmo e potenza del pezzo. Nella parte centrale il tono diminuisce, consentendo l’ingresso di sonorità più soffuse. La miscela strumentale è ottima e ricca di tecnica, melodia, aggressività metal e piena di cambi di tempo. Mancano però degli assoli di chitarra che possano far apprezzare di più la composizione che vive di sensazioni e spunti pesanti, senza fronzoli di alcun tipo.

Gli Zero Hour suonano un prog metal possente, tenebroso e a tratti veloce, mettendo sempre in risalto le capacità tecniche dei singoli elementi, come nella successiva e quasi ottantiana “Technocracy”, dalla frenetica spartizione strumentale, dove la sezione ritmica e i giri di chitarra rimbombano, poi rallentano e poi riprendono consistenza insieme alla voce arrabbiata e profonda di Erik, che solo verso la fine si ammorbidisce, accompagnata da una fortissima linea di basso e di sintetizzatori che fanno capire come i primi Dream Theater siano una grande fonte di ispirazione. Si continua con questi robusti ritmi anche nella terza traccia, “Stigmata”, col cantante che riesce a trasmettere forti emozioni e tanta rabbia repressa.

Qui si parte con un suono molto elettronico, per poi continuare freneticamente fino all’introduzione di pianoforte che attenua tutto e spezza il connubio ossessivo creato tra la tastiera e un fenomenale basso. La canzone, dall’arrangiamento abbastanza complesso, alterna diversi cambi di tempo e piacevoli momenti atmosferici che si alternano a parti più dure, concludendosi poi in modo spirituale, grazie alla triste e mesta voce di Rosvold, capace di trasmettere tante emozioni ma anche tanta collera.

La deprimente “Memento Mori” parte lentamente e tristemente con suoni molto leggeri e puliti, ma avvolge calorosamente e passionalmente l’ascoltatore per via dell’ottima interpretazione di Erik. L’orecchiabile melodia del brano è il cavallo di battaglia di questo tranquillo, ponderato e seducente brano. “Agenda 21” riproietta poi l’utente verso suoni di puro metal con gli energici e spigolosi riffi di Tipton, sostenuti da una battente batteria e da un cantato di Rosvold dotato di una timbrica sinistra e malvagia. Anche qui i cambi di tempo con accordi soft di chitarra e strane ambientazioni, guidate dal magnifico basso a sei corde di Andreas, sono il fiore all’occhiello dei quattro musicisti. Gli ultimi dieci minuti dell’opera appartengono all’epica “Patient Zero” che chiude degnamente la scaletta. L’avvio è affidato ancora una volta alle fantastiche corde vocali di Rosvold, ai sottili suoni di chitarra e ad un refrain molto trascinante che cresce nei minuti successivi fino ad arrivare ad un puro progressive metal. Più la canzone cresce e più le brevi atmosfere ambientali piacciono e risultano coraggiose soprattutto con l’aggiunta di cori azzeccati. Tipton è sempre vivace e vario con i suoi riff tecnici, ma pecca nel proporre degli assoli che possano dare più vigore e spinta alle composizioni. La sezione ritmica capeggiata da Blomqvist e Roel van Helden è una vera e propria macchina da guerra che fornisce ritmi robusti, elaborati e soddisfacenti. Rosvold canta in modo divino e impeccabile, senza strafare e sempre in modo pulito e melodico. Nel complesso, questo è un bel colpo da parte di Frontiers che ci riporta i bravi e dimenticati Zero Hour, capaci ancora di proporre un interessantissimo e attuale prog metal, a tratti triste ma in generale pieno di ottimismo per un mondo migliore. Questo settimo disco si è fatto attendere ma ne è valsa la pena perché contiene tanta buona roba da ascoltare anche se un po’ più di forza e di velocità non guasterebbero per il futuro.

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