AM SAMSTAG – Dualism

Titolo: Dualism
Autore: Am Samstag
Nazione: Svizzera
Genere: Rock Indipendente
Anno: 2022
Etichetta: Black Market Music ed Urgent Disk Records

Formazione:

Stephane Grand: basso
Baptiste Maier: batteria
Gabriela Varela: chitarra, voce


Tracce:

01.   Pills And Wine
02.   Burn Notre Dame
03.   Meatballs
04.   Hardly Wait
05.   Til Death Do Us Part
06.   Auf Wiedersehen
07.   Miss Butch
08.   Suzie Q
09.   Do You Wanna Have Fun?
10.   You Make Me Feel
11.   Sleep
12.   Church
13.   Algos


Voto del redattore HMW: 7/10
Voto dei lettori: 4.3/10
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Un minuto primo e quindici minuti secondi: tanto occorre perché si scoprano le carte. A trent’anni dal funerale della controcultura rock (coevo di altri funerali eminenti, che interessano questa rivista più in profondo), evento spartiacque nei costumi artistico-sociali dei tempi moderni, un clone dell’incolpevole ed inconsapevole gruppo che gettò quella palata di terra è sin quasi in ritardo sulle aspettative. Il momento è però giusto.

Mettendo da un canto le questioni di personalità, gli Am Samstag snocciolano tutto ciò che è lecito attendersi da tali premesse. C’è la loro idea di “Breed”, la loro idea di “Dive”, la loro idea di “Heart-Shaped Box” e quella di “Sliver”. Poi di “Molly’s Lips”, di “Frances Farmer Will Have Her Revenge On Seattle” (lo avrà poi fatto?) e quella di “School”. Qui vanno sotto altri nomi ma, seriamente, c’è davvero di che gongolare se siete tra coloro che rimasero interdetti – ma non sorpresi – quel mattino del 1994.

La cover presente non è “Suzie Q” (questa non ha a che vedere col brano dei Creedence) bensì quella “Hardly Wait” dell’eroina P J Harvey; a proposito di gente cui sono bastati cuore e valvole a scavare dentro l’anima di chi ha avuto il coraggio di farcisi scavare. La Varela poi stira la laringe che è una bellezza e come si fa a non pensare all’estensione disperata di padrini e madrine?

Ah… e, cari giovani e meno giovani, non temete: quando sentirete un certo qual frastuono, ignoti riverberi ed insoliti rumori che non si macchiano di vergogna, sappiate che si tratta semplicemente di strumenti musicali. Quelli che l’oggi vi ha insegnato ad evitare e deridere in un lago di umiliazione. Strumenti suonati da persone in carne e ossa, catturati dall’ormai vecchio Jack Endino. Benefattore, artista. Quelle vibrazioni sono ora qui per noi, per loro stessi, per lui stesso e per chiunque abbia bisogno di un po’ di amore e di poesia.

P.S.: un gran peccato che si scelga tanto spesso di eliminare gli accenti delle parole che li richiedono, odiosa devozione modernista all’appiattimento anglo-global-informatico.

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