JOURNEY – Freedom

Titolo: Freedom
Autore: Journey
Nazione: Stati Uniti D'America
Genere: AOR
Anno: 2022
Etichetta: Frontiers Records

Formazione:

Jonathan Cain: tastiera e cori
Arnel Pineda: voce
Neal Schon: chitarra, tastiera e cori

Jason Derlatka: cori
Deen Castronovo: voce in “After Glow”
Randy Jackson: basso e cori
Narada Michael Walden: batteria e cori


Tracce:

01. Together We Run
02. Don’t Give Up On Us
03. Still Believe In Love
04. You Got The Best Of Me
05. Live To Love Again
06. The Way We Used To Be
07. Come Away With Me
08. After Glow
09. Let It Rain
10. Holdin’ On
11. All Day And All Night
12. Don’t Go
13. United We Stand
14. Life Rolls On
15. Beautiful As You Are


Voto del redattore HMW: 6,5/10
Voto dei lettori: 7.8/10
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I Journey, una delle band più iconiche di rock melodico al mondo, ritornano in pista dopo undici lunghissimi anni di attesa, pubblicando in questa bollente estate il nuovo Freedom che, date le enormi aspettative, delude un po’ per alcuni aspetti. Già sorprende una scaletta di quindici canzoni, non certo eccelse, specie se confrontate con quelle dell’illustre passato. La quantità non è sempre sinonimo di qualità. Neal Schon è l’unico membro originale del gruppo statunitense e riesce ancora egregiamente ad emanare dalla sua sei corde dei begli assoli di pop/rock, ripagando in parte il costo del disco. Il problema di fondo è che lo stile è un po’ cambiato, ci sono poche idee e troppi brani che servono solo a far numero. È giusto infilare tante canzoni in un album, soprattutto a distanza di anni dall’ultima uscita discografica? Sicuramente sì, se si pensa alla lunga attesa dei fan, ma allo stesso tempo è anche giusto fare una cernita di quello che si pubblica, indipendentemente dal nome e dal successo avuto in passato, perché una scelta sbagliata delude il pubblico storico e annoia chi tenta un primo approccio. Questa ultima fatica conferma quanto sentito nel penultimo Eclipse (Frontiers, 2011), ovvero che il gruppo si vuole rinnovare ma rimanendo legato ad un passato che non tornerà più.

Anche qui troviamo il bravo Arnel Pineda dietro al microfono. Costui, pur avendo un’ottima timbrica, è naturalmente lontano dalla bravura dell’amato cantante storico Steve Perry. Alle sue spalle abbiamo, oltre al citato Schon (chitarra, cori e tastiere), Jonathan Cain alla tastiera, Jason Derlatka ai cori, il ripescato Randy Jackson al basso (che suonò nell’album Raised On Radio dei Journey, del 1986, e ha appena sostituito il co-fondatore Ross Valory), Narada Michael Walden alla batteria e, come ospite d’onore, il batterista e cantante Deen Castronovo, il quale offre la sua voce solista nella traccia più AOR dell’album, “After Glow”. In questa ballata Deen canta delicatamente e senza disturbare all’interno di linee di tastiere morbide e leggere, per poi far crescere la sua intensità a mano a mano che il ritmo viene irrobustito dalla chitarra e dalla batteria.

La nuova raccolta parte bene con il pianoforte e la soffice ugola del Filippino in “Together We Run”. Il pezzo trascina melodicamente grazie a testiere morbide ed efficaci e grazie ad un coro che ammalia l’ascoltatore dall’inizio alla fine. Pineda imita perfettamente Perry, guidato dalla chitarra cadenzata di Neal.

Dopo questo primo assaggio di musica made in Journey, con “Don’t Give Up On Us” si passa ad una canzone dal forte potenziale che però non sviluppa bene l’idea di fondo; inoltre, l’introduzione probabilmente somiglia troppo alla vecchia “Separate Ways (Worlds Apart)” (1983). Il brano è comunque puro AOR con una bellissima combinazione di chitarre e tastiere e con un ritornello molto interessante, che però ne fanno un pezzo carino e nulla più. Lo stesso dicasi per la ballata “Still Believe In Love”, che possiede un ritmo ipnotizzante, un ritornello troppo sdolcinato e vivacizzato solo dagli assoli prolungati del fenomenale Neal, nonché un riuscitissimo coro che aggiunge peso al ritornello.

Gli americani si riprendono con l’ottantiana “You Got The Best Of Me”, una delle poche canzoni dell’opera all’altezza della loro fama; canzone in cui Schon finalmente si scatena finalmente e offre un pezzo hard rock movimentato, ricco di melodia e di fenomenali acuti sprigionati dal buon Pineda. « Volevo una specie di interpretazione punk di “Any Way You Want It” », afferma il chitarrista.

Un pianoforte sdrucciolevole e un voce sommessa annunciano “Live To Love Again”, un romantico lento che colpisce in pieno grazie a uno stile vicino a quello dei Survivor dei tempi d’oro. Il suono si indurisce e la cosa si nota anche nella timbrica rauca di Pineda di “Come Away With Me”, traccia dal ritmo di fondo ossessionante e a volte ripetitivo, con un cantato diverso dal solito e che assomiglia a quello di John Waite (The Babys, Brother Clyde, Bad English). Non è una brutta canzone ma, arrivando dopo tonnellate di pura melodia, sembra fuori posto. Pare strano ma ora i Journey sono più convincenti quando appesantiscono le loro armonie. Stessa sorte tocca alla dirompente “Let It Rain”, traccia rock dai giri immensi ed immersi nei suoni spigolosi della tastiera, guidata dalle forti corde vocali di Pineda.

Ci sono spesso buoni spunti ma non sempre si concludono felicemente. Manca qualcosa che possa rendere le canzoni memorabili o anche solo ben riuscite. Questo è il caso di “Holdin’ On”, furiosa canzone rock and roll (ottima da suonare sicuramente dal vivo, con quell’elettrizzante muro di chitarra elettrica e sezione ritmica battente). Alla fine sembra mancare qualcosa anche nella massiccia “All Day And All Night”, dove si mettono in luce la solita chitarra e il sorprendente basso di Jackson, ma che alla fine sa di riempitivo e nulla più. Le uniche note positive sono la potenza della chitarra e una grande attenzione alla melodia sostenuta anche dal basso funky di Randy.

Segnalo la carina “United We Stand”, pezzo AOR ben costruito e sviluppato sulla chitarra e sulla tastiera e che contiene tutto il tipico stile dei Journey. Chiudono bene “Life Rolls On” e “Beautiful As You Are”, con la prima che unisce alla voce un ottimo coro attorniato dalla brillante tastiera di Cain, dalla onnipresente chitarra e dalla robusta batteria. Nella seconda invece si ascolta in primo piano la chitarra acustica, in quella che sembra essere una ballata piuttosto romantica. Qui la timbrica del cantante, dopo aver emanato dolcezza e passione insieme alla sei corde e alla tastiera, cambia radicalmente direzione e con gli altri strumenti vira verso un rock melodico classico con venature tipicamente AOR, chiudendo in modo ingegnoso un disco altalenante e abbastanza prolungato per il genere.

Freedom suona sempre con il classico e collaudato stile della formazione americana: melodico, armonioso, a tratti sdolcinato e comunque ben determinato. Non è però attraente al primo impatto perché troppo lungo e infarcito di alcuni riempitivi che i tre artisti potevano sicuramente evitare. Nonostante tutto, i Journey continuano ad emozionare e la loro musica, anche se ha perso un po’ di brillantezza e creatività sarà (insieme ai vecchi brani) protagonista nelle arene e negli stadi di mezzo mondo. Insomma, la leggenda continua e si allontanano le voci di un definitivo scioglimento.

Lo stile è un conflitto tra il puro AOR e l’hard rock: un cambiamento che coinvolge non solo la musica ma anche la parte grafica, con lo scarabeo che appare rifatto e più circoscritto, con un paio di ali spiegate dai colori dinamici e attorniate da una luce blu. Lo scarabeo è il simbolo del cambiamento e quindi Freedom si deve interpretare in quest’ottica di ripresa e di rinnovamento.

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