MACHINE HEAD – Of Kingdom And Crown

Titolo: Of Kingdom And Crown
Autore: Machine Head
Nazione: Stati Uniti D’America
Genere: Heavy Metal
Anno: 2022
Etichetta: Nuclear Blast

Formazione:

MEMBRI UFFICIALI
Robb Flynn                  voce, chitarra
Jared MacEachern      basso, cori
Vogg                            chitarra solista

TURNISTI
Logan Mader              chitarra (“My Hands Are Empty”)
Navene Koperweis      batteria


Tracce:
  1. Slaughter The Martyr
  2. Choke On The Ashes Of Your Hate
  3. Become The Firestorm
  4. Overdose
  5. My Hands Are Empty
  6. Unhallowed
  7. Assimilate
  8. Kill Thy Enemies
  9. No Gods, No Masters
  10. Bloodshot
  11. Rotten
  12. Terminus
  13. Arrows In Words From The Sky

Voto del redattore HMW: 8/10
Voto dei lettori: 7.3/10
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Ce l’avete presente il meme con Jeff Goldblum, su una jeep, che osserva dinosauri e dice “Ce l’ha fatta! Quel gran bastardo ce l’ha fatta davvero!!!” o qualcosa di simile?

Ecco, questo è quello che ho visualizzato nella mia testa durante l’ascolto di questo album.

Robb Flynn è un personaggio strano e i suoi Machine Head sono altrettanto strani e chiacchierati, sia per le questioni prettamente musicali, sia per qualche uscita non proprio brillante sui social del cantante-chitarrista.

Volendo fare un’analisi, reputo questo lavoro quello della loro seconda rinascita.

Dopo i primi anni, sui quali ritengo che non si debbano spendere parole, ci fu il primo buco nero, iniziato con The Burning Red, proseguito con Supercharger e concluso con Through The Ashes Of Empire. Fu poi con The Blackening che i nostri sfoderarono la classe e tutto l’armamentario e dimostrarono al mondo che erano ancora degli attori importanti in una scena molto diversa da quella degli inizi e in cui anche loro erano cambiati profondamente. Con quel disco, il nostro Robb dimostrò al mondo che era ancora capace di produrre canzoni in grado di esaltare le folle, con una miscela perfetta di melodia e cattiveria, sbruffonaggine e attitudine (vedansi “Halo” o “Aesthetics Of Hate”).

Con il successivo, Unto The Locust, si continuò sulla stessa linea, aggiungendo altri elementi molto validi, e con Bloodstone & Diamonds si cominciò a vedere una certa stanchezza nonostante il lavoro fosse buono. Il problema principale risiedeva nel fatto che non apportò nulla di interessante e, almeno personalmente, non mi convinse fino in fondo. Al punto da finire velocemente nel dimenticatoio.

Di Catharsis si può parlare solo nella misura in cui serve a descrivere la caduta che portò alla terza nascita. È in questo contesto che il nostro Robb credo che si fosse perso: aveva perso tutti gli altri membri e gli elementi che avevano contribuito a forgiare il secondo ciclo dei Machine Head, e produsse un lavoro scialbo e non interessante, frutto interamente suo e che fu bollato come adolescenziale a causa dei testi oggettivamente un po’ faciloni. Ma fondamentalmente era un brutto album. Capita.

Ed eccoci arrivati a questo Of Kingdom And Crown. Ultima risalita della carriera.

L’impatto è uno solo: gran lavoro. Gran disco, gran bei pezzi, solidi, melodici, credibili, ispirati. Con intatti tutti gli elementi che resero imperdibile The Blackening nel 2007.

La sola traccia iniziale contiene sufficienti idee tra riff e arrangiamenti che c’è gente che c’avrebbe tirato fuori un album intero solo con quelle idee lì. Al nostro eroe è decisamente tornata l’ispirazione e lui ha sfruttato e cavalcato alla grandissima questa cosa.

Tra ritornelli cantabili, melodici, alternati a sfuriate a mille all’ora, stacchi, breakdown, mega-assoli, inserti di ogni genere e tipo e che paiono pescati da ogni angolo del metal tutto, questo disco non soffre di nemmeno un passaggio a vuoto.

Non saprei dire quanto abbiano contribuito alla stesura dei pezzi gli altri membri (mi faccio la domanda soprattutto circa un certo Vogg presente sul disco, musicista di estrazione decisamente diversa e sicuramente non uno sprovveduto), non saprei dire se ci si sia resi conto del passaggio a vuoto precedente, non saprei nemmeno dire quanto la parentesi amarcord con gli amici di vecchia data possa aver dato slancio, ma qui c’è tanto di quel materiale che le idee sembrano non finire mai. E tutte di ottima fattura, magari non rivoluzionarie ma molto, molto godibili.

C’è anche un aspetto che ritengo molto interessante: o il caro Robb ha iniziato a prendere lezioni di canto oppure si è fatto supportare dai suoi colleghi di saletta. Rispetto ai dischi precedenti, si vede un notevole passo avanti nell’arrangiamento delle parti vocali, che siano in growl, urlate, cantate o sussurrate. La voce è uno strumento fondamentale e pare sia stato compreso ed evoluto molto più di quanto mi aspettassi, fino a renderlo un punto cruciale in questo Of Kingdom And Crown, anche per uscire da una certa sensazione di piattezza e di già sentito.

L’unico appunto che mi sento di fare riguarda certi passaggi (pochi, a dire il vero) in cui aleggia ancora un po’ di quella verve apparentemente adolescenziale che ha sempre contraddistinto Mr. Flynn. Alcuni punti in cui sembra rappare o altri in cui il testo sembra proprio scritto da un ragazzetto in urgenza di vomitare il proprio odio al mondo, ma senza quel distacco che l’età permette di avere. Diciamo che si può tranquillamente soprassedere.

Una disamina un po’ lunga, ma che voleva partire da lontano per capire l’evoluzione dei Machine Head che, nel bene e nel male, rimangono una realtà che dal 1994 a oggi ha prodotto episodi discografici di assoluto livello e di importanza e influenza non comuni.

Arrivati al 2022 ritengo che non si possa imputare a questi ragazzi (o al singolo più rappresentativo) di non aver tentato di evolversi o di non aver seguito gli istinti compositivi e di ispirazione che uscivano dal cilindro. E, così facendo, qualche passaggio a vuoto ci può anche stare.

Ma fintanto che ci saranno idee e materiale per buttar fuori qualcosa come questo Of Kingdom And Crown, teniamoci stretto Robb e i suoi fino a quando vorranno.

“Ce l’ha fatta! Quel gran bastardo ce l’ha fatta!”. Di nuovo…

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